Manierismo senza tempo. Nicola Samorì a Berlino

Galleria EIGEN + ART, Berlino ‒ fino al 17 novembre 2018. L’artista originario di Forlì approda a Berlino con una mostra che crea un ponte fra il linguaggio contemporaneo e la tradizione manierista.

Nicola Samorì, Chi è senza ossa non lascia traccia, 2018. Courtesy Galerie EIGEN + ART, Lipsia Berlino. Photo Rolando Paolo Guerzoni
Nicola Samorì, Chi è senza ossa non lascia traccia, 2018. Courtesy Galerie EIGEN + ART, Lipsia Berlino. Photo Rolando Paolo Guerzoni

La mostra di Nicola Samorì (Forlì, 1977) presso la sede berlinese della galleria EIGEN + ART ha suscitato un raro consenso tra artisti, galleristi e collezionisti. I venti lavori esposti includono affreschi, dipinti su rame e acciaio, una scultura a tutto tondo, tre altorilievi in marmo e due dipinti su onice. Nonostante le differenze tecniche, sono tutti accomunati da una certa armonia e da una strisciante irrequietezza.
La combinazione di un canone estetico riconoscibile e di una sensibilità tormentata, unita a un accento sui corpi piuttosto che sui visi, aiuta a universalizzare delle paure che perdono quindi il carattere personale, assumendone uno societario. Samorì riesce infatti a riproporre le figure serpentinate del Manierismo italiano, aggiungendovi il filtro del presente e svincolando il messaggio dalla citazione.

MALAFONTE E LA FIGURA SERPENTINATA

La mostra gravita attorno all’affresco Malafonte, che con le sue dimensioni di altri tempi (515 x 380 cm) occupa l’intero fondo della galleria, dando ulteriore spessore e profondità agli altri lavori. È come l’epilogo, l’essenza, la terra su cui gli altri si ergono nella loro complessità.
Mi sono misurato con la tecnica dellaffresco in formato monumentale, un confronto che mi ha costretto a una sola opera per mesi, durante i quali ho cercato di trasformare la stanchezza in passione. Oggi è raro capire quale energia mentale serviva a un antico maestro quando sviluppava unimpresa decorativa che durava anni, cercando di rigenerare, di giornata in giornata, la carica necessaria a costruire un progetto coerente e dinamico”, spiega Samorì, chiarendo anche che l’affresco è stato strappato e riposizionato su quattro pannelli mobili.
L’Adorazione del serpente di bronzo, affresco del Bronzino al secondo piano di Palazzo Vecchio, è l’ispirazione e il punto di partenza. Vasari commentò l’opera del pittore manierista fiorentino, sottolineando come alcuni personaggi siano prossimi alla morte e altri siano sulla via della guarigione. “Con molte belle considerazioni di figure morse, che parte muoiono, parte sono morte, ed alcune guardando nel serpente di bronzo, guariscono,” scrive Vasari ne Le Opere.
Unopera che sintetizza in modo sorprendente la macchina visiva della ‘maniera’, in un duello visivo fra i serpenti rappresentati e le pose serpentinate dei corpi umani”, aggiunge Samorì.
Storici dell’arte hanno percepito la malinconia dell’Adorazione del serpente di bronzo, elemento che rimane pure nella Malafonte di Samorì.
La paura nellopera è un virus nerastro che sgorga dal centro dellaffresco e contamina il candore eburneo dei corpi che affollano la scena: chi lo guarda si macchia. La paura del nero è un virus che corrompe i corpi diafani della pittura classica”, sottolinea l’artista nato a Forlì, ora di stanza a Bagnacavallo.

Nicola Samorì, Valle Umana (Malafonte), 2018. Courtesy Galerie EIGEN + ART, Lipsia Berlino
Nicola Samorì, Valle Umana (Malafonte), 2018. Courtesy Galerie EIGEN + ART, Lipsia Berlino

MANIERISMO NEL XXI SECOLO

Malafonte non si limita però a riproporre il quadro di Bronzino; aggiunge per esempio diverse figure. La donna a lato del pannello in basso a sinistra ricorda la Sant’Anna di Leonardo da Vinci, mentre quella sulla diagonale del pannello in basso a destra sembra rimandare alla Ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer. Altri i dettagli interessanti che allargano i confini del lavoro del Bronzino.
La figura maschile che si erge sulla massa nel pannello in alto a sinistra di Malafonte è già presente nell’affresco dell’artista fiorentino, ma apre le porte a una seconda chiave di lettura, proprio in funzione del nuovo contesto. L’uomo di Malafonte protende il dito come la corrispettiva figura del Bronzino. Mentre nell’affresco fiorentino l’uomo indica il serpente di bronzo, la figura di Samorì punta il dito verso la parte iniziale del “virus nerastro” che, in quella direzione, è quasi vuoto.
Il dito sembra indicare un giudizio universale senza dialogo. Sembra essere la creazione di Adamo senza Dio. Suggerisce non più l’alba del mondo, quanto piuttosto il tramonto dell’umanità. Non ci sono gli angeli di Michelangelo, non ci sono figure giovanili piene di vita.
Il richiamo alla Cappella Sistina e al lavoro di Michelangelo è solo una delle tante possibili letture, una che sottolinea la sensibilità artistica di Samorì. In questo senso la forza della mostra del pittore romagnolo è quella di riprendere il Manierismo, rintracciarne le fonti d’ispirazione (Michelangelo appunto) e rendere attuale lavori classici. Si tratta di una citazione al momento appropriato.
Il Manierismo è una febbre formale che riverbera da una instabilità sociale. Qualcosa che ha a che vedere con lo sfinimento, con il cesello mentale e con lasfissia, tracce facili da rinvenire nel nostro tempo, un tempo scandito dalla promessa del disastro. Anche se non ci accade nulla nel quotidiano, la percezione della minaccia è permanente e larte assorbe lansia ripiegandosi su sé stessa, in modo autoreferenziale, con la riedizione di codici che hanno perso la freschezza di un gesto originario”, commenta l’artista, la cui prima figurina d’argilla risale al 1981, quando aveva quattro anni.

LA MANCANZA DI UNA CHIARA DIMENSIONE TEMPORALE

Samorì, che ha spesso criticato la tendenza degli artisti di seguire mode del momento, ha un rapporto peculiare con il tempo. Difficile inserire i suoi lavori in un’epoca, difficile vedere riferimenti chiari all’estetica corrente. Facile invece scovare un rimando ai testi di Georges Didi-Huberman sull’autoreferenzialità dell’arte e sull’etica delle immagini. Immediata poi la dimensione apocalittica, e quindi senza tempo, dei suoi lavori.
Se in Malafonte gli uomini scappano, osservano la figura serpentinata e cercano spesso invano la compassione di donne indolenti, i lavori su rame, legno, marmo e onice non sono meno violenti e meno atemporali. Anche le solitudini di diversi lavori (Inginocchiatoio, Il Coltello, Cunea e Caina) sono in una continua tensione tra distruzione e ricostruzione, tra memoria e presente.
La pittura e la scultura sono delle buone strategie per rallentare il flusso di informazioni e per esercitare una scelta, per obbligare sé stessi a darsi del tempo prima di reagire alle cose. La cronaca soffia sullorologio, mentre la pittura e la scultura lo rifiutano, bloccandolo.
Per questo preferisco ostinarmi a costruire immagini con un paziente lavorio, forme che trattengono solo le cose che non ho dimenticato”.

Nicola Samorì, Caina, 2018. Courtesy Galerie EIGEN + ART, Lipsia Berlino. Photo Rolando Paolo Guerzoni
Nicola Samorì, Caina, 2018. Courtesy Galerie EIGEN + ART, Lipsia Berlino. Photo Rolando Paolo Guerzoni

“IL ROVESCIAMENTO DEL SENSO COMUNE DELLE COSE”

Anche per quanto riguarda la tecnica, Samorì fornisce una finestra sulla storia dell’arte, aggiungendo qualcosa di personale. Se si possono infatti rintracciare i richiami a Tiziano e a Sebastiano del Piombo per quanto riguarda i dipinti su onice, l’ossidazione su rame di Stellario è un qualcosa di già sviluppato da artisti contemporanei. Anche qua però le dimensioni del dipinto e la forza classica dell’opera offrono una lettura nuova e universale.
Dello stesso sapore atemporale anche il dipinto su onice Macula. Il riferimento al serpente e al Manierismo è, in questo caso, ancora più chiaro ed esplicito. L’utilizzo di un onice bucato e policromo cambia però drasticamente il messaggio.
I due dipinti su onice intervengono sullimperfezione della materia, e precisamente sulla sezione di un geode allinterno dellonice che disegna una ferita sulle lastre minerali. Intorno a questa ‘malattia’ si dispongono i corpi, atterriti dallapparizione. La rottura dellintegrità è sempre origine di paure. La crepa sulla calce e la fessura nella pietra ci parlano di un corpo fossile, ma pur sempre di un corpo provato”.
Macula e Il Coltello presentano quindi un dialogo tra contenitore e contenuto, in un continuo gioco di specchi tra passato e futuro, dove il futuro stesso sembra originare il presente.
Per isolare la paura e la malattia servono strumenti sterili. Il marmo e la calce sono materie che accolgono la degenerazione della materia contenendola. La calce che si oppone alla carne. La calce si usava per disinfettare e pensare di dipingere uninfezione (come quella che si manifesta in Malafonte) sulla calce significa rovesciare il senso comune delle cose”, conclude Samorì.

Sergio Matalucci

Berlino // fino al 17 novembre 2018
Nicola Samorì Malafonte
GALLERIA EIGEN + ART
Auguststraße 26 I D
+49 30 280 6605
www.eigen-art.com

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AutoreNicola Samorì
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Sergio Matalucci
Sergio Matalucci (Milano, 1982) è giornalista e scrittore. Ha collezionato lauree in econometria, comunicazione e giornalismo probabilmente solo per viaggiare in Europa. Politica, geopolitica e relazioni internazionali sono il suo pane quotidiano; testi critici per artisti e un libro in chiusura sono gli spuntini di riflessione. Ha lavorato per Reuters, per giornali canadesi e per Ruptly. Di stanza a Berlino, collabora con diverse testate italiane e internazionali. Passa il suo tempo libero tra musei e gallerie.