Il Jeu de Paume di Parigi dedica un’ampia monografica all’artista americano. Mettendo in luce il suo legame “distruttivo” con l’architettura.

Negli Anni Settanta, New York e Parigi vivono momenti molto diversi della loro storia, ma entrambe soffrono degli eccessi paradossali della pianificazione.
La “stratificazione” – metafora spesso utilizzata per descrivere la crescita delle città – dei loro paesaggi urbani conosce profonde discontinuità. La distruzione è dappertutto: nel South Bronx newyorchese sventrato da colossali autostrade urbane così come nei perimetri della rénovation urbaine parigina.
Nel 1975 un paio di eventi “distruttivi” offrono a Gordon Matta-Clark (New York, 1943-1978) l’occasione per realizzare due delle sue opere più famose, che dialogano tra loro a distanza transoceanica: a New York il crollo di un frammento della West Side Elevated Highway rende inaccessibile un intero quartiere di docks, e qui Matta-Clark ritaglia una mezzaluna di luce nelle lamiere di un capannone (Day’s End, Pier 52); a Parigi, al montaggio del Centre Pompidou fanno da sfondo due antichi edifici del quartiere storico di Les Halles, destinati a prossima demolizione, e l’artista li “svuota” incidendovi i cerchi concentrici di Conical Intersect.

Gordon Matta-Clark, Untitled (Anarchitecture), 1974. Courtesy The Estate of Gordon Matta-Clark e David Zwirner © 2018 The Estate of Gordon Matta-Clark - ADAGP, Parigi
Gordon Matta-Clark, Untitled (Anarchitecture), 1974. Courtesy The Estate of Gordon Matta-Clark e David Zwirner © 2018 The Estate of Gordon Matta-Clark – ADAGP, Parigi

LETTURE TRASVERSALI

In entrambi i casi, Matta-Clark è impegnato nella sistematica messa in discussione della modalità (più che del prodotto) della costruzione della città, un tema che attraversa tutta la sua opera. Architetto diplomato ma “anarchitetto” dichiarato, figlio d’arte che preferisce il land artist Robert Smithson al maestro dell’architettura Le Corbusier, Matta-Clark rifiuta qualsiasi interpretazione determinista e lineare del processo di stratificazione urbana.
I suoi progetti sono letture trasversali a questa layerizzazione, che svelano legami inaspettati tra i suoi livelli: Bronx Floors (1972) asporta riquadri di solette da edifici residenziali ordinari, connettendone i piani sovrapposti e rivelando la stratigrafia della loro semplice struttura; Walls (1972) inquadra i resti decorati di spazi interni, che le demolizioni hanno trasformato in scenografie urbane; Descending Steps for Batan (1977) scava nel sottosuolo di un edificio parigino tanto a fondo da raggiungere la terra su cui sorge.

OLTRE LE ANTINOMIE

Le categorie spaziali del sopra e del sotto e del dentro e del fuori, quelle strutturali del portante e del portato, quelle funzionali dell’edificio abbandonato o in uso, quelle legislative della norma e della sua eccezione non significano nulla per un artista che percorre con occhio sensibile e affascinato i luoghi dell’auto-annientamento della civiltà urbana occidentale.
Nel superamento di queste apparenti antinomie risiede il valore sociale più profondo dell’arte di Matta-Clark: nelle sue città fragili, instabili, impossibili, l’integrato e l’emarginato, l’“uguale” e il “diverso” sono posti sullo stesso piano, e a ciascuno è conferito il diritto inalienabile di costruire liberamente lo spazio di vita che gli è più congeniale.

Gordon Matta-Clark. Anarchitecte. Exhibition view at Jeu de Paume, Parigi 2018. Photo © Jeu de Paume, Raphaël Chipault
Gordon Matta-Clark. Anarchitecte. Exhibition view at Jeu de Paume, Parigi 2018. Photo © Jeu de Paume, Raphaël Chipault

LA MOSTRA

Un centinaio di fotografie, divise in otto sezioni, pongono l’accento sul lavoro di Gordon Matta-Clark, garantendo al pubblico di esplorare il lavoro dell’artista e conoscere il suo sguardo volto alla rivalutazione dell’architettura dopo il modernismo. La prima parte dell’esposizione riunisce lavori che omaggiano la cultura urbana: le serie Walls/Wallspaper, Bronx Floors e Graffiti, datate tra il 1972 e il 1973, esaltano le atmosfere dei luoghi abbandonati, in cui le archeologie dei muri e le chirurgie dei pavimenti diventano oggetto di fascinazione estrema. In queste sale trova posto anche Anarchitecture (1974) che ‒ come il collettivo di artisti riuniti sotto questo nome ‒ difende la sovversione dell’architettura convenzionale, e Day’s End (1975), legato alla riqualificazione di una sopraelevata in un parco post industriale sulle rive del fiume Hudson. Nella parte finale tre serie di lavori convivono in un insieme di stanze aperte in dialogo tra loro: nel 1975 l’artista presenta alla IX Biennale di Parigi Conical Intersect, lavoro che si allinea alla politica di trasformazione urbana del quartiere Les Halles, e che consiste in una gigantesca apertura di forma conica realizzata su due edifici. L’esplorazione dello spazio architetturale continua nei sotterranei di Parigi: l’artista scende nel sottosuolo dell’Opéra Garnier, in una cripta del sesto arrondissement e nelle catacombe (Sous-sols de Paris, 1977) per comprendere al meglio il dialogo fra gli spazi. Chiude il percorso Descending Steps for Batan (1977), presentato nel 1977 alla galleria di Yvon Lambert. Il risultato è una mostra intensa, da cui emerge il talento di Matta-Clark nella valorizzazione dello spazio scomposto e destrutturato.

Alessandro Benetti e Silvia Neri

Parigi // fino al 23 settembre 2018
Gordon Matta-Clark. Anarchitecte
JEU DE PAUME
1 Place de la Concorde
www.jeudepaume.org

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #11

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AutoreGordon Matta-Clark
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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.