Tra Italia e Brasile. La pittura di Alfredo Volpi a Monaco

Villa Paloma, Monaco ‒ fino al 20 maggio 2018. Una mostra ripercorre la carriera pittorica di Alfredo Volpi, l’artista originario di Lucca che seppe guadagnarsi un ruolo di primo piano nel panorama novecentesco del Brasile.

Alfredo Volpi, Senza titolo, 1962. Collezione Mastrobuono, São Paulo
Alfredo Volpi, Senza titolo, 1962. Collezione Mastrobuono, São Paulo

In Brasile lo paragonano a Giorgio Morandi, ma in Italia è quasi sconosciuto. Eppure Alfredo Volpi era nato nel 1896 a Lucca, da una famiglia semplice e modesta, che due anni dopo la sua nascita attraversa l’oceano per trasferirsi, come tanti altri emigranti, a Cambuci, il quartiere italiano di San Paolo, in Brasile. Ed è lì che Alfredo cresce, impara l’arte di intagliare il legno e poi quella della rilegatura, per poi impiegarsi come aiutante di un imbianchino, impegnato a imbiancare le ville della ricca borghesia della città. Un apprendistato che gli permette, come ha sottolineato Mario Pedrosa, “di imparare le tecniche più sottili”, e di guadagnare a sufficienza per potersi dedicare alla sua vera e unica passione: la pittura. Intesa come pratica rigorosa, alla ricerca di un’arte essenziale e poetica, frutto di una ferrea disciplina e di una cultura rivolta da una parte alla sua patria, rappresentata da maestri come Giotto o Paolo Uccello ma anche da pittori suoi contemporanei come Carrà e Morandi, e dall’altra alla realtà popolare del Brasile del primo Novecento. Il tutto interpretato con una tavolozza scarna e precisa, attenta a costituire un proprio linguaggio emotivo e sensibile, in bilico tra astrazione e figurazione, attraverso l’esperienza diretta del reale.

Alfredo Volpi, Senza titolo, 1955. Collezione privata, São Paulo
Alfredo Volpi, Senza titolo, 1955. Collezione privata, São Paulo

LA MOSTRA E LE OPERE

Un excursus mirabilmente presentato nella sua prima retrospettiva in Europa, La Poetica del colore, in corso a Villa Paloma, la sede del Museo Nazionale di Monaco. Curata da Cristiano Raimondi in collaborazione con l’Istituto Volpi, la mostra riunisce settanta opere realizzate tra gli Anni Quaranta e gli Anni Settanta, con un allestimento cronologico classico ma preciso, che permette di comprendere l’evoluzione della sua poetica, con un occhio alla storia dell’arte e l’altro al presente.
Una condizione tipica di molti emigranti, che Volpi riesce a trasformare in un vocabolario visivo e simbolico di notevole rigore, senza alcuna concessione allo zeitgeist del proprio tempo. Così, in un Brasile dove nascono movimenti come il Neo Concretismo o il Tropicalismo, Volpi mantiene una posizione isolata ma coerente, pur partecipando attivamente alla vita artistica, tanto da guadagnarsi, ex aequo con Emiliano Di Cavalcanti, il primo premio alla seconda Biennale di San Paolo nel 1953. Un riconoscimento a una carriera cominciata negli Anni Quaranta, quando Volpi opera una sintesi sui paesaggi e le vedute marine che aveva dipinto fin dagli Anni Dieci, che ora si riducono alla serie delle Fachadas: facciate di case popolari dai tetti triangolari, dove compaiono porte e finestre dipinte in uno stile quasi naif, dove Volpi rinuncia alla prospettiva per una figurazione bidimensionale e piatta, risolta in un gioco di volumi e colori vicino all’astrazione. Come scrisse allora il critico inglese Herbert Read, “Volpi riesce a creare delle opere contemporanee su un tema locale, quello delle forme e dei colori di un’architettura brasiliana moderna”, anticipando la direzione di tutta la sua arte futura. In questo decennio ha modo di studiare le opere di molti maestri del Novecento come Henri Matisse e Paul Cézanne, ma anche Carlo Carrà e Mario Sironi, e nel contempo di prendere parte a movimenti locali già a partire dal 1937, come il gruppo Santa Helena e la Familia Artistica Paulista.

Alfredo Volpi, anni '60. Courtesy Instituto Alfredo Volpi de Arte Moderna
Alfredo Volpi, anni ’60. Courtesy Instituto Alfredo Volpi de Arte Moderna

DALL’OLIO ALLA TEMPERA

A seguito di questi approfondimenti l’artista decide di abbandonare l’olio per la tempera: una scelta che, come scrive Lorenzo Mammi, “permette che le pennellate diventino un elemento visivo costitutivo dei suoi dipinti, garantendo allo stesso tempo il valore assoluto del colore indipendentemente dalla luce e dalla campitura; in altre parole, permette di conciliare Morandi con Matisse”. Senza dimenticare il viaggio in Italia nel 1950, accompagnato da Candido Portinari, Mario Zanini e Paolo Rossi, membri dell’atelier di ceramica Osir Art, che lo porta a scoprire il segno marcato di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, la prospettiva di Piero della Francesca nelle Storie della Vera Croce ad Arezzo ma anche, se non soprattutto, l’umanità dei crocefissi di Cimabue. Un’arte riscoperta sotto uno sguardo nuovo, una vocazione alla sintesi tra pittura antica e arte popolare, per definire un linguaggio apparentemente semplice ma in realtà denso di suggestioni contemporanee e rimandi al passato. In questo periodo è molto possibile che il lavoro di questo “artista-operaio” abbia ispirato la ricerca della pittrice portoghese Maria Elena Veira da Silva, che trascorse un lungo periodo in Brasile durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il passaggio alla tempera porta l’artista a sviluppare nuove tipologie di lavoro, come le Banderinhas, ancora più astratte rispetto alle facciate, che si ispirano alle ghirlande colorate della festa Junina, celebrata in tutto il Brasile in giugno: forme-simbolo atte a scandire le superfici monocrome delle tele. Un motivo che, secondo Mammi, sarebbe stato utilizzato da Volpi per la prima volta negli affreschi per la Cappella di Nostra Signora di Fatima a Brasilia nel 1958. Per non parlare delle vele e degli alberi maestri, che si dispongono con ritmo verticale nei dipinti, quasi a ricordare le lance dei cavalieri nella Battaglia di San Romano, capolavoro di Paolo Uccello. Volpi dipinge lentamente, vive nella sua casa di Cambuci, si rolla da solo le sigarette di paglia, e nella sua rigorosa sobrietà si conquista un posto di primo piano nell’arte moderna brasiliana, tanto da influenzare figure concettuali di spessore come Helio Oiticica. Il merito di questa mostra è aver posto l’attenzione su un artista di indubbio talento, degno di essere conosciuto in Europa e in Italia, che tanto deve all’arte del suo paese natale, fecondata dall’energia vibrante del Brasile negli Anni Sessanta, sempre più aperto verso l’Occidente.

Ludovico Pratesi

Monaco // fino al 20 maggio 2018
Alfredo Volpi, La poétique de la couleur
VILLA PALOMA
56 boulevard du Jardin Exotique
www.nmnm.mc

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