La Spagna celebra uno dei suoi artisti più famosi con una serie di mostre e iniziative, che svelano gli aspetti meno noti della poetica di Joan Miró.

Di tutti i pittori contemporanei, Miró sembra essere il più segreto”, sosteneva negli Anni Cinquanta Raymond Queneau. Di “mistero Miró” parlava anche Gillo Dorfles, il quale sottolineava il dualismo del carattere dell’artista catalano, “introverso e poco espansivo, anche se profondamente gentile, affabile”. Il 20 aprile 2018 Joan Miró avrebbe compiuto 125 anni e, malgrado una vita assai longeva e una prolifica creatività, resta una figura per alcuni versi sconosciuta; forse troppo spesso vittima di un’immagine stereotipata, rinchiusa tra un figurativismo astratto e un surrealismo fantasioso, un po’ naïf, puerile e intuitivo, priva di spessore intellettuale.
La Spagna celebra il compleanno di Miró con una serie di iniziative importanti, espositive e biografiche ‒ cui fa eco, in Italia, la mostra allestita a Padova, a Palazzo Zabarella ‒, che permettono di approfondire gli aspetti meno noti di un maestro dell’avanguardia del Novecento, il quale visse e lavorò con assoluta libertà creativa, al di fuori di schemi e di correnti dominanti.

MIRÓ SCULTORE

Nel vasto corpus della produzione di Miró, l’opera plastica è senz’altro la meno nota, malgrado l’artista si sia dedicato alla scultura con continuità negli ultimi vent’anni di vita. A illuminare tale aspetto ci pensa ora la bella mostra allestita al Centro Botín di Santander, in Cantabria, progettato da Renzo Piano in collaborazione con lo studio madrileno Luis Vidal + Architects. Si tratta dell’unica antologica finora esclusivamente incentrata sulla scultura di Miró: comprende pezzi sperimentali, realizzati a partire dal 1928 alla ricerca di una nuova tridimensionalità; curiosi montaggi, perlopiù di piccolo e medio formato degli Anni Cinquanta e Sessanta, fino alle opere monumentali in bronzo degli Anni Settanta e Ottanta, molte delle quali decorano le città spagnole e del mondo intero.
Curata dalla studiosa Maria José Salazar e da Joan Punyet Miró (nipote e rappresentante principale di Successió Miró), la mostra permette di avvicinarsi al mondo creativo dell’artista svelando le diverse fasi del suo processo creativo. Affascina soprattutto la natura povera dei materiali con cui creò la maggior parte di tali assemblaggi. In mostra, accanto alle sculture, alcuni di tali reperti originali (della collezione di famiglia), insieme a foto, lettere e bozzetti che raccontano la genesi della sua arte plastica. Sedie, ruote, torsi di bambole, ceste di vimini, pezzi di carta, tubi rotti, semi di frutta, ma anche imbuti, piatti o posate, nelle mani di Miró si trasformano in femmes, figures, danseuses, oiseaux e in tanti altri incredibili personaggi dall’incanto poetico inaspettato. Miró li tramuta poi in magnifici bronzi, gessi e terrecotte, a volte persino audacemente e vivacemente colorati (come gli suggerì l’amico scultore Alberto Giacometti).

Joan Miró. Esculturas 1928-1982. Exhibition view at Centro Botin, Santander. Photo Belén de Benito
Joan Miró. Esculturas 1928-1982. Exhibition view at Centro Botin, Santander. Photo Belén de Benito

MAS MIRÓ. IL PUNTO DI PARTENZA

Tutta la mia opera è concepita a Mont-Roig”, era solito ripetere Miró, parlando della fattoria che suo padre, orologiaio di Barcellona, comprò nel 1910 a pochi chilometri dalla costa di Tarragona. Mas Miró è il nome della proprietà di campagna che la famiglia ha ora trasformato nel terzo polo della Fondazione Miró (dopo Barcellona e Maiorca) e che, dal 20 aprile scorso, è aperta al pubblico per svelare un ennesimo tassello della sua biografia.
L’artista trascorse tutte le estati nella masía, dal 1911 al 1976 (a esclusione degli anni della Guerra Civile), dove ebbe il suo primo studio e dove trasse ispirazione per molti dei suoi capolavori, lavorando soprattutto alla scultura. La casa è simbolicamente ritratta da Miró nel 1921-22 in un celebre olio su tela, La fattoria (oggi alla National Gallery di Washington), comprata nientemeno che da Ernest Hemingway a Parigi negli Anni Quaranta.
Visitando Mas Miró è possibile oggi addentrarsi nella biografia e nel paesaggio interiore dell’artista e ritrovare la terra e il cielo che lo ispirarono.

MIRÓ PADRE DELL’ARTE URBANA

In contemporanea con Santander, l’IVAM di Valencia presenta la mostra Orden y Desorden: il titolo allude all’aspetto eterodosso, e in molti casi sovversivo, dell’arte di Miró che, a dispetto dell’aria metodica e apparentemente compassata, in realtà ebbe spesso impeti dissacratori, anti-accademici, con la dichiarata volontà di “assassinare la pittura”. In occasione dell’antologica al Grand Palais (Parigi, 1974), ad esempio, alla soglia degli ottant’anni giunse a distruggere alcune tele, fino a bruciarle, per liberarsi della tradizione.
In mostra a Valencia circa 200 pezzi, un viaggio attraverso gli aspetti più moderni, urbani e contemporanei della produzione di un innovatore, che volle influenzare lo sguardo del pubblico anche attraverso la pubblicità, la cartellonistica, le scenografie e i costumi teatrali, le copertine di dischi e libri, sperimentando forme di performance dal vivo.

Joan Miró. Esculturas 1928-1982. Exhibition view at Centro Botin, Santander. Photo Belén de Benito
Joan Miró. Esculturas 1928-1982. Exhibition view at Centro Botin, Santander. Photo Belén de Benito

LA PRIMA BIOGRAFIA UFFICIALE

Si intitola Joan Miró, el niño que hablaba con los árboles la prima grande biografia dedicata all’artista spagnolo, opera del giornalista catalano Josep Massot e fresca di stampa per i tipi di Galaxia Gutemberg. “Miró era l’unico grande artista del ventesimo secolo senza biografia”, spiega l’autore del volume, scritto con un taglio giornalistico e di facile lettura, con l’intento di diradare le nebbie intorno alla fama di Miró come artista misterioso, impenetrabile, una figura isolata, “metà monaco e metà contadino”.
Conobbi Miró quando ero adolescente”, prosegue Massot, “ero amico dei nipoti David ed Emilio, prematuramente scomparsi e ai quali dedico il mio libro”. La famiglia ha dato al giornalista libero accesso a documenti, lettere, fotografie e materiale d’archivio; Massot ha ricostruito nei dettagli la biografia del maestro, svelando gli aspetti più intimi di un uomo generoso ma riservato. “Colpisce su tutto l’enorme fiducia in se stesso e la lotta titanica che fece, fin da bambino, per superare gli ostacoli familiari, i pregiudizi culturali e gli eventi storici e politici”.
La biografia situa l’artista nel pieno delle avanguardie del suo tempo, ma aggiunge dettagli inediti sulla sua vita privata e sentimentale. “Miró sopravvisse al regime di Franco giocando al gatto e il topo”, conclude Massot, “celandosi sotto false identità e restando nell’anonimato, rifugiandosi nella pittura e, in seguito, non cedendo mai a lusinghe di carattere celebrativo. Durante la Transizione, portò la bandiera della democrazia spagnola nel mondo”.

Joan Punyet Miró. Photo Belén de Benito
Joan Punyet Miró. Photo Belén de Benito

L’INTERVISTA AL NIPOTE JOAN PUNYET MIRÓ

Sull’eredità di Joan Miró veglia da sempre la famiglia, che ha creato Successió Miró, entità giuridica che amministra in maniera esclusiva ‒ fino al 2063 ‒ i diritti dell’opera dell’artista. Oggi è gestita principalmente dal nipote Joan Punyet Miró, classe 1968, un raffinato intellettuale che con passione tutela l’immagine del nonno, scomparso quando aveva quindici anni e del quale custodisce vividi ricordi d’infanzia.

Come nasce l’idea di aprire Mas Miró, la fattoria di famiglia nella campagna di Tarragona?
Nasce dalla necessità di completare il triangolo Miró con le Fondazioni di Barcellona e Maiorca. L’apertura al pubblico dello spazio privato di un artista d’avanguardia è sempre un fatto importante: gli atelier di Picasso non esistono più, tantomeno conosciamo lo studio di Dalí.

Cosa rappresenta Mas Miró?
La casa, la cappella, lo studio di mio nonno, ma anche il giardino e la campagna circostante rappresentano il paesaggio emotivo, interiore di Miró. Il mondo rurale qui è autentico, pieno di poesia e carico di luce mediterranea. La Masía è stata inaugurata il 20 aprile, giorno del 125esimo compleanno di mio nonno: resterà aperta al pubblico fino a novembre, per poi chiudere di nuovo per terminare alcuni lavori di ristrutturazione.

Quali ricordi ha di questi luoghi?
La luce, il mare, il paesaggio della notte, il silenzio, un cane che abbaia da lontano, il canto di una civetta: sono ricordi vividi, in un ambiente naturale bellissimo, con mandorli ed eucalipti. E poi lo studio del nonno, pieno di oggetti curiosi raccolti qua e là: conchiglie, pietre, radici, sassi, pezzi di ferro. Chi visita la Masía oggi coglie la forza della terra di Tarragona, dalla quale nasce l’universo creativo di Miró.

Qual è la differenza tra Fondazione Miró e Successió Miró?
La Fondazione possiede la più ampia collezione di opere e di documenti d’archivio riguardanti l’arte di Miró ed è principalmente un centro studi. La famiglia, attraverso Successió Miró, vigila invece sui progetti legati all’opera e all’immagine di Miró. Coordiniamo le mostre, ci occupiamo delle autenticazioni e vigiliamo sui tanti falsi sul mercato. Nel caso delle sculture, ad esempio, abbiamo distrutto i modelli originali per evitare fusioni non autorizzate.

Che legami ebbe Miró con l’Italia?
Amava molto l’Italia e viaggiò a Venezia, a Roma e a Milano. Negli Anni Settanta frequentò spesso la fonderia dei Fratelli Bonvicini, a Verona, dove fece realizzare molte delle sue sculture: gli piaceva il tipo di finitura che si otteneva nel loro laboratorio. Una di queste, Progetto per un monumento, la regalò a Milano nel 1981. Era molto generoso: a Montecatini Terme, ad esempio, donò la scultura Donna avvolta in un volo di uccelli, perché nel 1979 gli diedero il Premio Vita d’artista e organizzarono il convegno Miró, pittura e libertà, al quale non poté presenziare per motivi di salute.

Quali artisti italiani amava Miró?
Amava molti artisti italiani, ma gli piaceva soprattutto Lucio Fontana: come lui tagliò molte tele, perché si sentiva particolarmente vicino alla sua filosofia.

Gillo Dorfles parlò del forte “catalanismo” di Miró, dal punto di vista artistico, politico e intellettuale. Come avrebbe giudicato oggi suo nonno il nazionalismo catalano?
Il messaggio di Miró era universale: in anticipo sui tempi, auspicava la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Fu catalano nelle radici, amò la Catalogna, la sua cultura, la lingua e la sua terra, ma purché sempre concepita all’interno della Spagna, in un Paese finalmente democratico.

Federica Lonati

fino al 2 settembre 2018
Joan Miró: Esculturas 1928-1982
CENTRO BOTÍN
Albareda Dock no/d
Peredas gardens ‒ Santander
www.centrobotin.org

fino al 17 giugno 2018
Joan Miró Orden y Desorden
IVAM
Giullem de Castro 118 ‒ Valencia
www.ivam.es

FUNDACIÓ MAS MIRÓ
Finca Mas Miró, s/n ‒ Mont-roig del Camp
http://masmiro.com/

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #10

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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.