Una serie di recenti inaugurazioni e appuntamenti internazionali inseriscono la città marocchina nella mappa del contemporaneo. Nonostante la cancellazione della Biennale.

Negli ultimi mesi sono successe molte cose a Marrakech: l’apertura in ottobre del Musée Yves Saint-Laurent, l’inaugurazione della mostra Africa Is No Island al Macaal ‒ Musée d’art contemporaine africaine Al Maaden, fino al 24 agosto; la prima edizione marocchina di 1:54, la fiera internazionale di arte africana tenutasi a febbraio negli spazi del prestigioso albergo La Mamounia, si dice l’hotel preferito da Churchill. Il tutto in contrasto con la cancellazione sine die della Biennale 2018 per mancanza di fondi, come riporta la stampa locale.
Sotto la lente dell’offerta culturale il Marocco è al momento un unicum in Africa, continente che, nonostante i suoi 54 Stati, conta sulle dita di una mano i luoghi del contemporaneo. Il Macaal, secondo per estensione solo allo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz Mocaa) di Cape Town, ha in patria un unico interlocutore, il MMVI ‒ Musée Mohammed VI d’Art Moderne et Contemporain di Rabat, mentre il museo YSL ospita mostre di artisti e creatori, africani e non, legati al mondo dell’artigianato e della moda. La sede indiscussa del contemporaneo è dunque questo museo privato, voluto dai collezionisti – padre e figlio – Alami e Othman Lazraq, per ospitare mostre temporanee e la loro collezione, parte della collezione della Fondation Alliances del gruppo Alliances, fondata da Lazraq padre. Inaugurato nel 2016, a dieci minuti di taxi dalla Medina nel mezzo di lussuosi campi da golf, il Macaal è una sede moderna e prestigiosa che si apre gratuitamente al pubblico; cosa non secondaria sono i progetti con la popolazione locale al fine di includerla in una realtà che altrimenti sarebbe rivolta a una élite, e per lo più straniera. Appena entrati nel museo si trova uno spazio, come un memoriale, dedicato alla fotografa franco marocchina Leila Alaoui, amica del giovane Othman Lazraq, uccisa durante un attentato in Burkina Faso nel 2016 mentre lavorava a un progetto per Amnesty International.

Mohamed El Baz, Love supreme, 2007
Mohamed El Baz, Love supreme, 2007

AFRICA IS NO ISLAND

Al piano terra è allestita la mostra Africa Is No Island, curata da Jeanne Mercier e Baptiste de Ville d’Avray della piattaforma parigina di fotografia africana Afrique in Visu, con il curatore indipendente Madeleine de Colnet. Circa quaranta artisti africani e della diaspora, emergenti ed established, sono stati selezionati per raccontare il continente non quale unico blocco, come solitamente percepito dall’esterno, ma attraverso la ricchezza delle sue connessioni interne e delle tradizioni che ricercano una loro attualità attraverso le nuove generazioni. Alcuni temi chiave conducono la mostra: la famiglia, l’ambiente, l’identità africana, i confini e le geografie. Tra le opere degli artisti esposti – quasi tutti rappresentati da gallerie extra africane – segnaliamo le fotografie di Lebohang Kganye, una giovane artista di stanza a Johannesburg che racconta la sua storia familiare attraverso installazioni a metà fra teatro, fumetto e scultura; l’installazione a neon Love supreme del marocchino Mohamed El Baz; la documentazione degli edifici abbandonati di François-Xavier Gbré e quella della vita nelle aule scolastiche di Hicham Benohoud; la serie L’essentiel est invisible pour les yeux dell’artista della Costa d’Avorio Ishola Akpo; l’installazione di francobolli marocchini storici, ingranditi e stampati su pelle di capra, opera di grandi dimensioni di Mohammed El Mourid.
Troviamo in mostra anche artisti italiani: i ritratti dei Sufi di Maïmouna Guerresi, le fotografie stratificate di Nicola Lo Calzo, l’installazione sonora di Anna Raimondo che ha registrato i suoni delle strade di Marrakech, echeggianti all’interno di uno spazio museale adattato per la mostra dallo studio lazraqbret a suggerire i meandri della medina.

Lebohang Kganye, Pied Piper, 2013, dalla serie Ke Lefa Laka © Lebohang Kganye & Afronova Gallery
Lebohang Kganye, Pied Piper, 2013, dalla serie Ke Lefa Laka © Lebohang Kganye & Afronova Gallery

SECOND LIFE

Salendo al primo piano la mostra Second Life indaga la vita dei rifiuti e il riciclo dei materiali nell’interpretazione degli artisti africani. Spiccano la sontuosa stanza allestita dal collettivo Zbel Manifesto, Un dîner en ville, che ci invita a un ridondante banchetto di spazzatura – perfettamente pulita e inodore – nella surreale atmosfera avvolta dalla voce di Maria Callas; il riassemblaggio “poetico” e narrativo di pezzi industriali, marchingegni e motori del belga camerunense Eric Van Hove, che ha il suo studio a Marrakech.
Se Marrakech è troppo lontana, fino al 24 giugno è visitabile alla Galleria nazionale di Roma la mostra I is an Other / Be the Other, diciassette artisti del continente africano scelti da Simon Njami.

Maria Stella Bottai

Marrakech // fino al 24 agosto 2018
Africa Is No Island
Marrakech // fino al 5 febbraio 2019
Second Life
MACAAL
Al Maaden, Sidi Youssef Ben Ali
http://macaal.org

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Stella Bottai
Maria Stella Bottai è critico d’arte e curatore. Formatasi tra Italia, Francia e Finlandia, si è addottorata in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma. Responsabile della sezione arti visive del sito Cultfinlandia.it, recentemente ha curato l’anteprima video dell’artista Cristina Nuñez La vie en rose, Galleria Effearte (2013, Milano) e co-curato la mostra multimediale Donne d’arte, Centro Trevi (2012-2013, Bolzano). Interessata alle applicazioni digitali dei contenuti storico-artistici, è stata membro di giuria del Prix Mobius Nordica, festival dell'arte e delle nuove tecnologie del Nord Europa.