Grazie Trump. Ci hai regalato l’Europa

Una riflessione sulle inaspettate e possibili conseguenze della vittoria di Trump sugli equilibri europei. Un incentivo all’affrancamento culturale del Vecchio Continente dagli Stati Uniti?

Donald Trump - photo Gage Skidmore
Donald Trump - photo Gage Skidmore

Il risultato delle elezioni statunitensi ha destato le stesse emozioni di stupore, incredulità e disturbo che noi italiani abbiamo conosciuto bene. Nessuno si attendeva la sua vittoria, eppure…
Al di là di parallelismi giocosi, non è ancora chiara la linea politica che Donald Trump vorrà attuare durante il suo mandato, e men che meno è chiara la linea della politica estera, che prevede in primo luogo il rapporto con Stati prevalentemente musulmani, la Russia e, infine, l’Europa.
Se ci si vuol lasciare ingannare dai pronostici, la visione politica di Trump sarà piuttosto USA-centered, con un calo delle relazioni diplomatiche e un peggioramento dei rapporti internazionali. Probabilmente queste sono soltanto conclusioni razionali di un argomento poco razionale (la campagna elettorale) ma, se dovesse succedere, sarebbe un’ottima occasione per l’Europa per sviluppare e mostrare il proprio senso di occidente.
Il nostro continente ha fortemente mutuato il proprio modello di Occidente da quello a stelle e strisce, ma la cultura europea e quella americana non sono affatto sovrapponibili, come invece si tenderebbe a credere.

Tabby - Donald Trump, Love Yourself - 2016
Tabby – Donald Trump, Love Yourself – 2016

DISTANZE IN CRESCITA
Le distanze sono fortissime sia negli aspetti istituzionali (welfare, ruolo dello Stato, cultura) sia in quelli quotidiani (modalità di relazione, stili di vita, cultura).
Gli Stati Uniti hanno sicuramente perso qualche posizione, in termine di fama, negli ultimi anni. Gli Oscar hanno iniziato ad annoiare, l’arte contemporanea ha riservato più attenzione agli artisti emergenti di altre nazionalità (Brasile, Asia, Turchia ecc.) e persino nelle serie TV ci sono state altre nazioni (Corea del Sud, Inghilterra) a segnare profondamente il passo.
Ma, in particolare, gli Stati Uniti non hanno goduto di molta popolarità anche e soprattutto con riferimento alla qualità della vita dei cittadini (si pensi soltanto alla crisi dei mercati, a Occupy Wall Street e all’escalation di violenza delle forze di polizia). Questo per non parlare di alcune posizioni tutt’altro che in linea con l’American way of life, come quelle protezioniste sostenute dello stesso Trump.
A ben vedere, sono proprio i concetti di libertà e di qualità della vita a essere stati maggiormente attaccati dalla realtà degli ultimi anni.
Alla crisi degli Stati Uniti non deve necessariamente corrispondere la crisi del modello occidentale. Ed è qui che entriamo in gioco noi. È qui che entra in gioco l’Europa.
Fino a ora è stata sempre sotto l’ombra e la protezione del colosso a stelle e strisce, importando Blockbuster e McDonald’s, professandosi liberista (anche se solo nelle intenzioni) e nascondendosi dietro le posizioni statunitensi nella partecipazione a missioni di pace.
È questo dunque il momento più opportuno per fare emergere l’Europa non solo come affastellamento di Stati, regole finanziarie e una moneta unica, ma come protagonista culturale con una propria visione di libertà, di democrazia e, soprattutto, con una propria visione di welfare e di benessere dei cittadini.

Trump Tower
Trump Tower

NON SOLO ECONOMIA
Il benessere dei cittadini, come ci spiegano gli studi sul well-being, la commissione Fitoussi e le recenti misurazioni statistiche dell’Istat, non è semplicemente un output di variabili economiche. È il concorso di fattori fisici (salute-malattia), economici (capacità di spesa), lavorativi (presenza non solo di un impiego ma anche di un lavoro che garantisca autonomia economica e soddisfazioni personali), relazionali, sociali e culturali.
La cultura e, più in generale, le industrie culturali e creative hanno un ruolo fondamentale in questo percorso. Da un lato, infatti, esse costituiscono un settore industriale in grado di generare occupazione e, fuori dal nostro Paese, reddito tale da garantire per molti un’autonomia economica e notevoli soddisfazioni personali. Dall’altro, tuttavia, rappresentano il motore che trasforma le scelte di policy culturali in cultura e attività culturali, generando le condizioni per fornire ai cittadini momenti di svago o di approfondimento, di interazione sociale e di scambio di contenuti.
Non si tratta semplicemente di soft-power o cultural diplomacy (come alcuni hanno iniziato a chiamarla). Si tratta di fondare una comunità su dei valori condivisi. E questi valori non possono prescindere dalla cultura.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.