Ma la Venere degli stracci di Napoli resta un’opera sbagliata

Un’opera d’arte non è solo sociologia. Anche di fronte a un remake come la Venere degli stracci 2023 bisogna chiedersi prima di tutto se si tratta di un lavoro riuscito

A prescindere dal rogo che l’ha incenerita, c’è un problema con la Venere degli stracci 2023 installata a Napoli in Piazza Municipio. 
No, non c’entra il fatto che si tratti di una replica (l’originale, si sa, è del 1967). Un remake ci sta: l’opera è storica e per di più iconica. Come ci sta riadattarla quell’opera, onde farne altro – in questo caso un’‘opera pubblica’, un monumento, con esigenze diverse in termini di fruizione. No, il problema non è l’operazione in sé. 
Il problema è un altro: è sintattico, strutturale, tutto ‘interno’ all’opera stessa. E si ripercuote sul risultato finale con effetti lampanti, immediatamente disarmanti. Di che si tratta? In breve, del fatto che è venuta meno l’architrave dell’opera, ovvero ciò che la centra rendendola intrigante e potente. Il che non è accettabile. Ma vediamo la questione più a fondo. 

Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto per Napoli Contemporanea (Fonte Facebook)
Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto per Napoli Contemporanea (Fonte Facebook)

La Venere degli stracci. Un problema sintattico, oltre la ricezione

Intanto va detto: sorprende dover far notare questa criticità solo ora. Sono passati diversi giorni dall’installazione di questo lavoro, eppure gli interventi della stampa anche specializzata – almeno quelli letti da chi scrive –, sia pre- che post rogo, la buttano sempre e solo sul sociologico: sia quelli pro che quelli contro; sia quelli che s’indignano (giustamente eh) di fronte al rogo, sia quelli che ci ironizzano su. Tutto è sempre e solo spostato sul terreno della ricezione. Ma non sta scritto da nessuna parte che la critica debba sempre mettersi a fare sociologia. Certo, esiste la ricezione. Ma prima di tutto esiste l’opera. Per fortuna.
Vediamo allora dov’è che naufraga questo remake. Purtroppo, nell’unico punto sul quale non si doveva transigere. No, non sono le sue dimensioni: ovvio che un lavoro ripensato per un contesto ambientale differente possa venire riadattato spazialmente. Il problema non sta lì. O meglio: non sta esattamente lì. Il problema sta nel rapporto dimensionale tra i due elementi costituenti l’opera.
Nell’originale si vede bene che gli indumenti accatastati e che pure incoronano la dea sono in scala 1:1 rispetto al corpo di quest’ultima. E così dev’essere. Perché è questo che fa scattare l’aura che circonda il lavoro, non altro. L’opera ‘funziona’ se quegli indumenti sono concretamente plausibili sia rispetto alla nostra corporeità, che a quella della statua; se, cioè, risultano a disposizione tanto di noialtri umani, quanto della divinità. Su questa ambivalenza poggia il suo orizzonte di senso. In altre parole, è questo che rende credibile – misteriosamente credibile – il rapporto tra divinità e ‘straccio’. In fondo è il solo vincolo che l’opera impone.

A fuoco Venere degli stracci Pistoletto Napoli. Foto via LaNotiziaGiornale.it
A fuoco la Venere degli stracci Pistoletto Napoli. Photo via LaNotiziaGiornale.it

L’alterazione del rapporto tra divinità e straccio

Qui, nell’edizione 2023, questo nodo centrale dell’opera letteralmente scompare. Confrontando le versioni lo scarto si avverte subito: il tradimento del rapporto proporzionale infastidisce occhio e mente, diventa insensatezza. L’opera appare sgraziata, ma è perché – appunto – ha smesso di ‘funzionare’: la dea è diventata solo una gigantessa, una gigantessa sola e senza ‘stracci’.  
Il che crea un crush: gli indumenti finiscono per risultare come sminuzzati, passati per un tritacarte, formalizzati in modo da apparire tutt’al più insensati coriandoli. Si dirà: ma proprio mantenendo le loro misure, gli ‘stracci’ si mantengono ‘veri’. Non è così ovviamente, anzi è vero esattamente il contrario: la figura divenuta enorme non si rapporta più con un indumento che al suo cospetto si è fatto minuscolo. 
Il remake quindi delude non perché l’opera sia diventata grande, pubblica o ‘commerciale’ – queste sono spiegazioni buone per chiacchiere da bar – ma perché su ciò che costituiva il suo incanto è calato il buio; perché il dialogo – sublime – tra gli elementi che la strutturavano è andato perduto.

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, smalto, stracci, photo courtesy Galleria Continua San Gimignano
Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, smalto, stracci, photo courtesy Galleria Continua San Gimignano

Cosa fare ora a Napoli?

La domanda che naturalmente si pone allora è: come può l’artista aver avallato una siffatta replica della sua opera più importante? Difficile rispondere. Mettiamola così: dev’essergli sfuggito qualcosa. Succede spesso che le rockstar eseguendo vecchie hit dal vivo ne dimentichino le parole. Con una differenza però, che l’esecuzione di una canzone dura quattro o cinque minuti, le ‘opere pubbliche’ no. Queste restano in piedi – in teoria – all’infinito, e spesso sono pure belle stentoree.
Ora la speranza è che il rogo che si è abbattuto su questo remake sia come la notte: porti consiglio. Che diventi cioè l’occasione per ripensare l’operazione onde non ripetere l’errore di cui abbiamo detto. Oppure, qualora non vi fossero alternative, per risolversi a non realizzarlo questo progetto. 
Rifare la Venere degli stracci uguale a quella incendiata significherebbe tradire l’idea che innerva l’originale, svilirla, neutralizzarne la forza.
Il che alla lunga avrebbe ripercussioni anche ‘politiche’ e ‘sociali’ – su questo hanno ragione i pasdaran del sociologismo in arte. Nel senso che obbligherebbe chi gestisce la piazza a metterci sotto un cartello – a beneficio delle giovani generazioni – con su scritto ‘andate a vedere quella del 1967, ché questa non le somiglia per niente’. 
Ne vale la pena?

Pericle Guaglianone

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Pericle Guaglianone

Pericle Guaglianone

Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua…

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