Segno compie quarant’anni. Parola a Lucia Spadano

Il 2016 è un anno importante per le riviste italiane. C’è chi, come “Segno”, compie ben quarant’anni in terra d’Abruzzo. Lucia Spadano, fondatrice del periodico insieme a Umberto Sala, racconta la storia di un essenziale capitolo della cultura editoriale italiana.

Umberto Sala, Lucia Spadano, Achille Bonito Oliva, 1978
Umberto Sala, Lucia Spadano, Achille Bonito Oliva, 1978

Un racconto così deve partire dall’inizio. E questo fa Lucia Spadano nel raccontarci i primi passi suoi e di Umberto Sala. “Proveniamo da una formazione culturale che, in qualche modo, ci accomunava sin da ragazzi: entrambi frequentavamo il Liceo Classico ed eravamo interessati all’arte e alla comunicazione”.

E come decidete di fondare una rivista d’arte?
Umberto, abile disegnatore, già nel 1955 progettò il primo giornalino “scolastico”, L’Asino rampante, anticipando motivi e temi della più famosa rivista studentesca di Milano La Zanzara. Da parte mia amavo scrivere, guarda caso, di arte. Il mio primo articolo sulla stampa locale è stato su Modigliani. In seguito Umberto sceglie di frequentare il Liceo Artistico di Pescara per poi arrivare alla Facoltà di Architettura al Politecnico di Torino (studi interrotti poi a Pescara negli Anni Settanta), mentre io ho proseguito il mio iter alla Facoltà di Lettere, anche da me interrotta con il matrimonio e il trasferimento a Torino per circa un decennio, mettendo al mondo quattro figli maschi. Umberto, pur avendo conseguito l’abilitazione all’insegnamento (con destinazione Palermo) accetta un impiego amministrativo con compiti di grafica pubblicitaria in un ente pubblico a Torino, frequentando anche come disegnatore lo studio di due famosi architetti, Berlanda e Becher.

Poi il ritorno in Abruzzo. Com’era allora l’ambiente culturale di Pescara? Chi erano i personaggi che lo animavano?
Tornati in Abruzzo, all’inizio degli Anni Settanta trovammo a Pescara una situazione culturale effervescente, diversa da quella che avevamo lasciato: gallerie d’arte, associazioni culturali, teatro d’avanguardia, festival del jazz offrivano un panorama goloso. Ma anche anni ruggenti, di grandi cambiamenti, di sessantottini, di femministe con voglia di cambiare il mondo. Personaggi come Mario Pieroni e Lucrezia De Domizio avevano aperto i loro spazi nel centro storico, offrendo le prime occasioni di vedere il lavoro di artisti come Mario Merz, Gino De Dominicis, Joseph Beuys, Luciano Fabro, Vincenzo Agnetti, Mario Schifano, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Luigi Ontani, Gilberto Zorio, la prima ascesa di Ettore Spalletti e Franco Summa.
Ciò che ancora oggi mi sembra una cosa incredibile è che Pescara era diventata un centro propulsore dell’arte contemporanea, partecipe cioè del più grande ed esteso decentramento culturale in Italia, con la significativa e attiva presenza di giovani critici e storici d’arte come Achille Bonito Oliva, Tommaso Trini, Filiberto Menna, Germano Celant, Francesco Vincitorio, Enrico Crispolti, Giorgio Di Genova, Giuseppe Gatt e tanti altri. Sono di quel periodo anche le prime esperienze di galleria di Cesare Manzo e dell’Associazione Convergenze, creata da una mente illuminata che si chiamava Peppino D’Emilio, frequentata da giovani desiderosi di scambiare le loro idee e i loro saperi. Tra loro c’era Andrea Pazienza (autore di alcune vignette sul numero 1 di Segno) e altre giovani promesse appassionate di arte, musica, recitazione, che si identificavano con i protagonisti delle rassegne di Musica Performance.

Segno n.1, 1976
Segno n.1, 1976

Quali le prime difficoltà che doveste affrontare?
Con queste premesse e varie esperienze con pubblicazioni locali (io come “cronista d’arte” e Umberto come grafico), nell’autunno del 1976 si ebbe l’idea di pubblicare il numero 1 di Segno – notiziario di arte contemporanea, titolo ispirato dal libro di semiologia di Umberto Eco del 1973. Naturalmente affrontammo personalmente le prime spese di stampa – in bianco e nero – e la distribuzione nazionale, in attesa di partecipazioni economiche con abbonamenti e inserzioni pubblicitarie a basso costo.

Qual era allora il panorama delle riviste d’arte in Italia? C’erano Flash Art, Data, Arte Mondadori, Bolaffi Arte e poco altro…
Le informazioni o i servizi che davano le riviste dell’epoca ci sembravano orientate più a logiche di grande mercato o ad occasionali aspetti d’avanguardia. Le uniche che forse davano specifico conto delle mostre con aspetti saggistici di rilievo erano NAC – Notiziario Arte Contemporanea, fondata da Francesco Vincitorio, e Marcatre. Ebbero purtroppo vita breve. Altre riviste di qualità, ma anch’esse di breve durata, negli Anni Settanta erano Art Dimension edita a Lanciano, Tra edita a Parma, La città di Riga creata da Magdalo Mussio.

Eravate allora, e siete sempre rimasti, a Pescara. Una città oggettivamente non centrale nella geopolitica artistica.
Il piacere di raccontare, incontrare e capire “il mondo dell’arte” ci portava spesso a lunghi e costosi viaggi in Italia e all’estero (Spagna, Francia, Belgio, Austria, Grecia, Stati Uniti) e a frequentare gallerie importanti (come Françoise Lambert, Bruno Bischofberger, Albert Baronian, Juana De Aizpuru, Ileana Tounta, Leo Castelli ecc.), artisti e critici tra i più attivi in quel momento. A Roma, tra i primi incontri c’è stato quello con Giuseppe Gatt (che mi presentò a Rossana Bossaglia, la quale scrisse per Segno un breve, prezioso saggio sul Liberty in Italia). Tra le prime gallerie di contatto, Ugo Ferranti, Giuliana De Crescenzo, Fabio Sargentini, Pio Monti, Cleto Polcina, Margherita Failoni (il Ponte), La Salita, La Tartaruga. A Napoli ci si ritrovava da Lia Rumma, Pasquale Trisorio, Lucio Amelio, Dina Carola, Peppe Morra.
Ma non trascuravamo le visite alle numerose gallerie di Milano, Torino, Genova, Bologna, Brescia, Venezia, Trieste, Bari, Catania, Palermo, Cagliari (da Christian Stein a Giorgio Persano, da Franz Paludetto a Gian Enzo Sperone, da Marilena Bonomo a Claudia Gian Ferrari, da Mario Diacono a Massimo Minini). Ci si ritrovava spesso naturalmente con Achille Bonito Oliva, col quale si era stabilito un rapporto di amicizia proprio durante le conferenze e gli incontri tenuti a Pescara, o con Filiberto Menna, che allora scriveva sul Corriere della Sera e recensì e apprezzò molto una mostra di “sole artiste donne”, che s’intitolava Dossier Donna, da me curata e organizzata nel 1977 per un’associazione culturale di Pescara.

Pierre Restany a Pescara per Un arcobaleno dipinto sul mare, azione di Franco Summa, 1977
Pierre Restany a Pescara per Un arcobaleno dipinto sul mare, azione di Franco Summa, 1977

Come riuscivate ad avere uno sguardo ampio, specie agli inizi quando – per esempio – non esisteva Internet?
Le difficoltà per la nostra rivista erano dovute soprattutto ai mezzi di comunicazione di allora: c’erano solo i telefoni, la posta, il “passaparola” e i costosi viaggi in auto. I collaboratori (a parte i contributi di critici allora in auge come Maria Torrente, Mirella Bandini, Italo Tomassoni, Pierre Restany e altri) erano per lo più studenti o laureandi che ci venivano segnalati da Achille o Filiberto, come Laura Cherubini, Barbara Tosi, Marco Meneguzzo, Giorgio Verzotti, Titti Danese, Antonio d’Avossa, Angelo Trimarco e Paolo Balmas (che divenne subito un sostegno prezioso e insostituibile consulente scientifico), Francesco Moschini, Italo Mussa, Enrico Cocuccioni, Maria Luisa Frisa, Flaminio Gualdoni, Giuseppe Frazzetto, Rolando Alfonso, Demetrio Paparoni, Giovanni Jovine, Maria Grazia Torri, Claudio Cerritelli, Cecilia Casorati, Massimo Carboni, Viana Conti, Arcangelo Izzo, Lorenzo Mango, Luigi Meneghelli, Marisa Vescovo, Giacinto Di Pietrantonio. E tantissimi altri che si proponevano e che hanno contribuito con apporti preziosi come quello di Brunella Antomarini, che scriveva di arte e teatro d’avanguardia e veniva spesso a trovarmi a Pescara insieme al suo ragazzo (che poi divenne suo marito) Enzo Cucchi, e smise di scrivere quando Enzo fece la sua prima importante mostra da Gian Enzo Sperone perché – mi disse – “due protagonisti in famiglia sono troppi”! Alcuni, come Pietro Marino e la allora giovanissima figlia Antonella, Lia de Venere, Anna D’Elia, Santa Fizzarotti, Mario Bertoni arrivavano anche dagli incontri nelle fiere d’arte nate contestualmente alla nostra rivista (da Expo Arte di Bari ad Arte Fiera di Bologna).

Il vostro sguardo andava già oltre i confini nazionali, però…
Altre fortunate collaborazioni sono nate da occasionali incontri in altre fiere tra le più prestigiose, esistenti già da qualche anno prima, come Art Basel di Basilea, Art Cologne, FIAC di Parigi, Art Brussels, Arco a Madrid, Art Athina. Prezioso fu ad esempio il contributo critico di Ennio Puchard per la Documenta 6 di Kassel, e quello di Enrico Pedrini per le grandi mostre in Francia. I pezzi da pubblicare arrivavano per posta: erano scritti a macchina o a mano. Le foto erano spesso negativi o diapositive: per far sì che non fossero stampate al rovescio o scambiate, Umberto le disegnava sui “menabò”.
Conserviamo lettere preziose di artisti che ci mandavano apprezzamenti o ringraziamenti come quelle, ad esempio, di Giosetta Fioroni, Carla Accardi o Gina Pane (di cui scrissi, sul primo numero di Segno, per la performance che fece a Bologna, quando Lea Vergine stava allora per pubblicare il suo libro sulla Body Art), di Marina Abramovic e Ulay, oppure auguri e congratulazioni da galleristi (che oggi non ci sono più, ma che hanno segnato tappe importanti della storia dell’arte contemporanea) come Luciano Inga Pin, Claudia Gian Ferrari, Lucio Amelio e il madrileno Fernando Vijante.

Incontro con Joseph Beuys, Pescara, maggio 1984
Incontro con Joseph Beuys, Pescara, maggio 1984

Siete sempre riusciti a farvi affiancare da importanti sostenitori. Qual è la caratteristica di Segno che ha coinvolto questi personaggi?
Le caratteristiche di Segno sono state amabilmente descritte da Gillo Dorfles in occasione dei nostri primi trent’anni: “Considero Segno una rivista originale, molto diversa dalle altre riviste dedicate all’arte, perché è una delle poche che ha una posizione estremamente equilibrata rispetto alle varie tendenze. Pur essendo una pubblicazione di provincia, ossia che nasce in una città decentrata, forse proprio per questa ragione riesce a guardare alle attività culturali sia del Sud che del Nord con una visione che non è più unicamente folkloristica o sciovinistica. Credo che Segno possa avere una continuità nel futuro se mantiene questo equilibrio redazionale”.
Recentemente, ad Arte Fiera di Bologna, anche Achille Bonito Oliva ha voluto testimoniare la sua vicinanza culturale e umana per “l’eroico sforzo dimostrato nel progettare e realizzare la rivista Segno che è proprio un buon segno per apertura e tempestiva informazione per l’arte contemporanea non soltanto italiana”. Un’altra precisa dichiarazione di qualche anno fa è stata quella di Pietro Marino: “Non so quanti artisti, quanti critici, quanti lettori sparsi nelle città del Centro e del Sud, ma anche più a Nord, hanno trovato nel corso di un quarto di secolo nella rivista Segno, l’amico disponibile e la pista di lancio alle esperienze di innovazione. Nelle cronache, recensioni e interventi critici della rivista, trovo un riparo sicuro contro le onde anomale della moda, un osservatorio mobile e agile lungo i flussi dell’immaginario”.

Nella vostra attività avete incontrato grandi personaggi, grandi artisti: ci racconti qualche aneddoto speciale?
Sono tanti gli artisti “del cuore” e non riuscirei a elencarli tutti senza fare torti. La figura più carismatica è stata senza alcun dubbio quella di Joseph Beuys: l’artista dei grandi spazi e delle grandi idee. Ieratico e dolce nello stesso tempo, che amava le canzoni napoletane e quando mi incontrava, puntando il dito sulla mia spalla, accennava il refrain di Marechiaro che terminava con “Santa Lucia”! Un aneddoto legato ad altri artisti, cui ero affezionata in modo particolare, è quello accaduto a Roma nel 1978, nel giorno in cui rapirono Aldo Moro. Eravamo andati alla galleria di Mario Pieroni per l’inaugurazione di una mostra di Luciano Fabro. C’erano tantissimi amici del mondo dell’arte e si fece una gran festa, ma la nostra euforia venne spenta dalla notizia del rapimento.
Come al solito, a tarda sera io e Umberto ci avviammo per rientrare a casa. All’imbocco dell’Autostrada Roma-Pescara c’era un posto di blocco con soldati armati di mitra che ci interrogarono sul motivo della nostra presenza a Roma e perquisirono accuratamente il bagagliaio della nostra automobile. Eravamo terrorizzati dal loro atteggiamento minaccioso, soprattutto quando nel bagagliaio trovarono dei numeri di Segno che avevano, in copertina, una bellissima Stella a cinque punte di Zorio, alcuni dei famosi libriccini rossi di Beuys Azione terza Via e il libro Avanguardia di massa di Maurizio Calvesi! Fu faticosissimo convincerli che si trattava di pubblicazioni di arte contemporanea e non di terrorismo, ma… al secondo posto di blocco buttammo via tutto per rientrare incolumi a casa!

Antonio D'Avossa, Riccardo Balmas, Marco Meneguzzo, Pisa 1983
Antonio D’Avossa, Riccardo Balmas, Marco Meneguzzo, Pisa 1983

Con molti avete stretto amicizie ancora oggi forti.
Altre amicizie importanti sono state quelle con Aldo Mondino, Carla Accardi, Michelangelo Pistoletto, Marco Gastini, Gilberto Zorio, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Emilio Vedova, Emilio Prini (che voleva una copertina a grandezza d’uomo con la sua immagine!), Vettor Pisani, Piero Gilardi, Elio Marcheggiani, Luciano Fabro, Nagasawa, Bernar Venet, Ben Vautier, Orlan, Cesar. Naturalmente col trascorrere quaranta anni sono tantissime le altre amicizie nate e coltivate e, nella memoria, si affastellano in questo momento i ricordi legati a quelli che non ci sono più come Toni Ferro, Francesco Guerrieri, il mitico gallerista Franco Cicconi, Stefano Fumagalli, la carissima Graziella Leonardi. Non me ne vogliano gli amici che non sono riuscita a citare, sono migliaia, ma di sicuro sono tutti nel mio cuore!

Qual è l’articolo che ti sei pentita di non aver scritto? E quale ti sei pentita di aver scritto?
L’articolo che mi son pentita di non aver scritto è quello che avete pubblicato voi di Artribune in risposta agli insulti nei nostri confronti del direttore di una “famosa testata italiana”. Quello che mi son pentita di aver scritto è l’intervista ad Achille Bonito Oliva, che parlava della nascita della Transavanguardia senza mai usare questo termine, che (per sua stessa ammissione) coniò qualche tempo dopo e usò in un testo più ampio scritto per Flash Art, che, ancor oggi, ne rivendica la primogenitura! Ma io ad Acireale c’ero, quando è nata la Transavanguardia, e gli artisti (Chia, Cucchi, Clemente, Paladino, De Maria e molti altri) e i giovanissimi collaboratori di allora se lo ricordano.

Com’è cambiato l’approccio “critico” in questi decenni? Oggi sarebbe impensabile “leggere” gli sviluppi del contemporaneo con le stesse modalità degli Anni Settanta.
Tutto ruota attorno al problema dell’interpretazione. Gli Anni Settanta in particolare ci hanno lasciato in eredità due possibili forme di critica entrambe da intendersi non come interpretazione ma come discorso affiancato al discorso dell’arte: la critica di certificazione e la critica creativa, che, con l’affermarsi del Post Modern, ha finito per prevalere. Oggi però la “critica di certificazione” ha trovato un nuovo alleato nella figura del curatore, che tende a mettere una distanza tra sé e il critico creativo ma anche tra sé e la storia dell’arte, considerata anch’essa troppo incline a introdurre modelli interpretativi.

Segno, primo decennio del XXI secolo
Segno, primo decennio del XXI secolo

E rispetto a queste dinamiche, voi come rivista come vi ponete?
Noi in quanto rivista abbiamo il dovere dell’informazione, ma falliremmo la nostra missione se ci limitassimo a riprodurre comunicati stampa o a descrivere eventi senza alcun commento. Un altro principio che ci siamo imposti sin dai primi numeri è quello di non condizionare i nostri collaboratori esterni, i quali dal canto loro si assumono in proprio la responsabilità di ciò che scrivono. Il nostro adeguamento all’arte d’oggi è dunque essenzialmente relativo “all’informazione sull’arte d’oggi”, che punta sulle modalità e capacità dei singoli collaboratori, fermo restando naturalmente il principio del ricambio progressivo, ovvero la fiducia nelle nuove generazioni, un principio che negli anni si è rivelato non solo fruttuoso ma, in qualche modo, anche vitale.

La rivista ha creato il premio Segno d’Oro, che consiste in una scultura realizzata da Luigi Ontani. Perché questa idea, e a chi viene assegnato il premio?
Il Segno d’Oro è un trofeo ideato per premiare la qualità storica di artisti con lavori di particolare originalità e confezione. Elaborato meravigliosamente da Luigi Ontani in cinque esemplari, di cui uno per premiare se stesso e un altro per la nostra rivista, i primi due trofei sono stati assegnati all’artista greco Costas Varotsos e a Nunzio, fantastico artista di origine abruzzese. Nel 2017 premieremo un terzo artista designato da una nostra giuria. Probabilmente dal 2018 sarà prodotto un nuovo trofeo annuale, elaborato di volta in volta dal vincitore precedente.

Dal 1995 Segno è presente su Internet, ma soprattutto negli ultimi anni la comunicazione è cambiata radicalmente, anche per l’avvento dei social network. Come osservate questi sviluppi?
La domanda su Internet e sui social network (conosciuti da noi fin dai primi Anni Novanta) va rivolta a mio figlio Roberto Sala, che se ne occupa e che, insieme ai suoi fratelli e collaboratori, porterà avanti questa “nuova eredità” di Segno. Tuttavia, se l’eccellenza della rapidità specifica dei nuovi meccanismi di informazione e comunicazione online è oggi indiscutibile quanto per tanti aspetti necessaria, siamo sempre convinti che il supporto cartaceo di una rivista seria rimane un importante veicolo di selezionate riflessioni critiche e una perenne fonte storica del sapere, contro il diluvio incontrollabile e indiscriminato del digitale.

Veniamo a oggi. Se venisse da voi un giovane intenzionato a fondare una rivista d’arte, cosa gli rispondereste?
A chi volesse oggi fondare una nuova rivista d’arte, non glielo consiglierei, ma risponderei quello che disse a me ABO quando gli annunciai che Umberto voleva farla: “Sono c…. vostri!”.

Massimo Mattioli

www.rivistasegno.eu

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #32

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.

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