Una Biennale ottimista. Parola a Christine Macel

Dopo aver annunciato, insieme al presidente Paolo Baratta, una 57esima Biennale veneziana all’insegna della fiducia nella creatività, Christine Macel si è concessa ai nostri microfoni. Per una chiacchierata a ruota libera sui grandi temi della contemporaneità, non solo artistica.

Christine Macel, photo Andrea Avezzù, courtesy of La Biennale di Venezia
Christine Macel, photo Andrea Avezzù, courtesy of La Biennale di Venezia

Parigina, classe 1969, Christine Macel – curatore capo del Musée national d’art moderne – Centre Pompidou – ha presentato stamane, a una sala gremita di giornalisti nel cuore della venezianissima Ca’ Giustinian, la sua prossima Biennale. Caratterizzata da un salutare entusiasmo e da una promettente fiducia nell’energia creativa, l’imminente rassegna accenderà i riflettori proprio sugli artisti, cui verrà concesso tutto lo spazio, fisico e metaforico, che meritano. Di questo, e di molto altro, abbiamo discusso con lei in questa intervista concessa subito dopo la conferenza stampa.

Partiamo dal titolo della sua Biennale – Viva Arte Viva. Secondo lei, come curatrice, qual è la via migliore per mantenere l’arte davvero viva?
Per me è molto importante avere un dialogo con gli artisti perché, come curatrice, ritengo che per mantenere l’arte viva sia necessario creare un buon contesto per l’opera, così da fare in modo che l’artista possa esprimersi al suo meglio. C’è bisogno di un dialogo per comprendere la pratica di un artista e il suo lavoro in sé. Questa è la ragione per cui ho strutturato la mostra in dodici capitoli, nessun tema può contenere un’opera d’arte o una pratica artistica. Ho cercato di selezionare gli artisti pensando anche a dove e a come possano rientrare nella mia narrazione, nella mia storia.

Ha affermato che inviterà il pubblico a partecipare alla sua mostra. Come pensa di raggiungere questo ambizioso obiettivo?
Non sarà una partecipazione in termini pratici, nel senso di compiere un’azione precisa. Sarà più un proporre qualcosa al pubblico. Per esempio, prima della Biennale, metterò online una serie di video che ho chiesto agli artisti di realizzare e, due mesi prima dell’inaugurazione, ogni giorno andrà online uno di questi video incentrati sulla loro pratica. Propongo al pubblico di guardare questi brevi video, così da avere, ancor prima di visitare l’esposizione, un’idea di chi sono gli artisti e di cosa fanno. I video che ho ricevuto, e che poi andranno in mostra, sono molto diversi e credo che questa proposta sia un mezzo di condivisione nei confronti degli artisti, ma che abbia anche una valenza pedagogica, perché io mi rivolgo non solo agli addetti ai lavori, ma anche ad altri interlocutori, come gli studenti e le scuole. Inoltre proporrò al pubblico di partecipare a Tavola Aperta, una serie di pranzi che i visitatori, dopo essersi iscritti, potranno condividere con gli artisti. Ogni sabato, per tutta la durata della mostra, avranno luogo due pranzi, nel Padiglione Centrale dei Giardini e all’Arsenale, e il pubblico avrà la possibilità di dialogare con gli artisti in maniera conviviale.

Paolo Baratta e Christine Macel, photo Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia
Paolo Baratta e Christine Macel, photo Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia

A proposito di artisti, che saranno la colonna portante della sua Biennale, che cosa pensa del gender gap esistente fra il numero di artisti uomini e quello di artiste donne, in netta minoranza?
Credo che oggi vada meglio rispetto al passato. Dipende anche dal contesto geografico in cui ci si trova a vivere. D’altra parte, io rifiuto di considerare un artista dal punto di vista del genere perché credo sia molto riduttivo. Non mi piace neppure essere chiamata curatrice [female curator, N.d.R.], preferisco il termine curatore. Spero verrà un tempo in cui non avremo più il bisogno di precisare il genere perché sarà chiaro che, per un artista come per un curatore, sarà più importante la funzione e non il genere. Purtroppo questo tempo non è ancora arrivato, quindi è essenziale aiutare le donne a sviluppare le loro vite, non solo come artiste, poiché si tratta di un problema ben più generale. Secondo me, però, le cose sono migliorate tanto negli ultimi dieci anni. Quando ho cominciato a lavorare nel campo dell’arte, la situazione era molto diversa.

Ha invitato molte artiste donne alla sua Biennale?
Ci saranno molte artiste appartenenti alle generazioni meno giovani e poco riconosciute. Nella mia ricerca ho notato che esistono tanti artisti delle generazioni meno recenti da riscoprire. Numerosi uomini e molte donne, proprio per la questione che lei ha sollevato. Non era così facile emergere, per un’artista donna, negli Anni Sessanta e Settanta, rispetto a quanto accade negli Anni Duemila. In un certo senso, è un’opportunità per un curatore il fatto che ci siano così tante artiste incredibili da riscoprire.

Tornando all’etichetta di “curatrice”, lei è la terza donna a curare la Biennale Arte di Venezia. Che cosa ne pensa?
Come le ho detto, mi sento un curatore. Ma sono molto felice che ci siano molte più donne in questo campo in confronto al passato. Ho notato che in Italia avete molte più donne fra i direttori di musei rispetto alla Francia. L’Italia dà molta visibilità alle donne, più che in altri Paesi. In Francia c’è un atteggiamento piuttosto misogino, ogni giorno essere una donna diventa sempre più difficile.

Allargando i confini geografici della nostra chiacchierata, che ruolo pensa debba avere una Biennale, anche a fronte del fatto che il numero delle biennali nel mondo continua ad aumentare anno dopo anno?
Credo sia importante per una biennale avere una sorta di struttura, che non si limiti solo a raccogliere artisti e mostrarli. Mi piacciono le biennali quando non sono soltanto delle liste, ma quando racchiudono un discorso.

Nel mezzo del mezzo, Albergo delle Povere, Palermo 2015, AFR foto Fabio Sgroi
Nel Mezzo del Mezzo, Albergo delle Povere, Palermo 2015, AFR foto Fabio Sgroi

Guardando all’attualità. Lei non è solo un curatore francese ma anche una cittadina francese. L’instabilità causata dal terrorismo influenza il suo lavoro di curatore?
L’anno scorso ho curato una mostra in Sicilia, Nel Mezzo del Mezzo [al Museo Riso di Palermo, N.d.R.], e l’ho dedicata all’archeologo ucciso in Siria, Khaled Asaad, quindi per me il problema non è solo il terrorismo in Francia, ma la situazione mondiale di conflitto, terrore e violenza, che certamente mi influenza come persona, non soltanto dal punto di vista lavorativo. Secondo me, l’arte ha sempre una dimensione politica, però non deve per forza rispondere a ciò che accade nel mondo ogni giorno, quindi io non chiedo agli artisti una risposta sul tema dei migranti, per esempio, o sul terrorismo. Credo che il curatore non debba cercare di essere un giornalista. La dimensiona politica non è sempre dove si crede che sia.

L’anno scorso il presidente Baratta ha parlato di trilogia riferendosi al lavoro di Curiger-Gioni-Enwezor. Questo è un impulso per lei a fare qualcosa di nuovo e originale?
Certo, lo spero.

Quindi non è spaesata da questa prospettiva?
No, non è nel mio carattere. È una sfida emozionante e meravigliosa e sento di avere molte cose da dire, quindi sono particolarmente motivata a dare il massimo e a offrire, se non proprio una nuova voce, una tonalità che alluda ad altre visioni.

Credo che il messaggio veicolato dalla sua Biennale sia qualcosa di positivo, specie in un contesto come quello contemporaneo. Penso ce ne sia davvero bisogno.
Mi piace citare uno scrittore francese molto famoso, Romain Rolland, quando dice che non dovremmo credere al pessimismo dell’intelligenza, perché l’intelligenza ti convince di dover essere pessimista, ma credere all’ottimismo della volontà. È una scelta che noi tutti possiamo mettere in atto.

Arianna Testino

57° Biennale d’Arte di Venezia
13 maggio – 26 novembre 2017
www.labiennale.org

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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.