Quanto sono interculturali le nostre città?

Della serie: lo sapevate? Lo sapevate che esiste un “Intercultural Cities Index” a livello europeo? E che ci si può far valutare? In Italia alcuni comuni lo hanno fatto: da Torino a Casalecchio di Reno. Mentre Milano, Napoli, Roma e altre grandi città hanno declinato l’invito.

Interculturalismo in famiglia
Interculturalismo in famiglia

IL GIOCO DEI TITOLI DEI GIORNALI
Facciamo un gioco. Non è un gioco nuovo, ma facciamolo lo stesso. Proviamo a guardare le notizie sul Corriere della Sera, che di solito mette d’accordo un po’ tutti. Quali sono dunque le notizie che non riguardano l’Italia, nell’edizione di un paio di giorni fa? “‘Informare’ Trump? Quelle diffidenze nella Cia”, “Fondi stranieri per le moschee. Lo stop francese”, “Bombe sui bimbi appena nati in Siria,Da Qatar, Turchia e Arabia Saudita un flusso di denaro per l’Islam italiano”, “L’appello dei musulmani, domenica in chiesa”.

Erasmus
Erasmus

FUNZIONA SOLO L’ERASMUS?
Questa riflessione non si vuole soffermare sull’odio sottile a cui poco a poco ci stiamo abituando. Il centro dell’attenzione va posto su un aspetto che è, per certi versi, molto più “strutturale” e meno incline agli scoop della settimana: cosa è successo di importante oggi a Helsinki? E a Stoccolma? Possibile che in Portogallo o in Estonia non succeda mai nulla?
Non sono molti i prodotti editoriali che offrano una visione non italocentrica del mondo, e sono ancora meno quelli che tentano di avviare un discorso completamente europeo. Ma questi prodotti sono necessari per realizzare una consapevolezza e una cultura continentale. Nonostante siano tantissimi i programmi, i fondi e le sovvenzioni messe in campo, forse l’unico progetto che ha veramente avuto degli effetti notevoli sulla creazione di un’identità comunitaria è l’Erasmus per gli studenti universitari. Ma il mondo non finisce con loro.

Interculturalismo in famiglia
Interculturalismo in famiglia

MULTICULTURALE VS. INTERCULTURALE
Non si crea una vicinanza se non attraverso l’informazione. E la nostra informazione non parla di Europa né di mondo se non per economia, sport e Islam. Queste non sono premesse giuste per un futuro “interculturale”.
Questa parola, che ha ormai smesso da tempo di avere un significato preciso, richiama un modello che si propone come l’evoluzione del modello “multiculturale”. La differenza tra i due sta nel fatto che, in una città multiculturale, sono presenti tanti gruppi culturali e sociali differenti; nella città interculturale questi differenti gruppi sociali interagiscono tra loro. Quanti amici musulmani avete? Quanti ebrei? Con quanti finlandesi intrattenete rapporti? Chi conosce le tradizioni culinarie del nord della Lettonia? O ancora, quanti di noi hanno letto la Bibbia?
Certo, non possiamo sperare che si possa raggiungere una società interculturale soltanto perché i giocatori della nostra nazionale di calcio sono italiani di seconda generazione o perché hanno un doppio passaporto. Essere veramente interculturali significa, probabilmente, provare una sincera antipatia verso un algerino, un iracheno e un israeliano perché “effettivamente” sono antipatici, e noi li abbiamo frequentati abbastanza a lungo da stabilirlo.
Ma il discorso può essere molto più esteso: con quanti “diversamente abili” avete abbastanza confidenza da poterli bonariamente prendere in giro? Quanti amici inglesi avete chiamato per sapere come la pensavano sulla Brexit?

I progressi di Torino secondo l'Intercultural Cities Index
I progressi di Torino secondo l’Intercultural Cities Index

UN INVITO CHE ABBIAMO DECLINATO
Esiste, in Europa, un network di città interculturali. Si chiama, fantasiosamente, Intercultural Cities e il payoff recita: Building the future on diversity.
Questo network ha realizzato un indice, altrettanto fantasiosamente chiamato the Intercultural Cities Index, che realizza un benchmark tra le città presenti nella rete. Le città che hanno sottoposto le loro policy interculturali all’analisi di benchmark sono un totale di 75 e per alcune di esse sono stati realizzati dei dossier che analizzano, secondo vari criteri, il grado di interculturalità mostrato dalle singole municipalità (le città per le quali sono disponibili dossier sono contrassegnate dal riferimento della posizione all’interno del network).
Il totale delle città italiane inserite all’interno del network sono Arezzo (49°), Campi Bisenzio, Casalecchio di Reno (63°), Castelvetro, Forlì (42°), Fucecchio (15°), Genova (21°), Lodi (47°), Olbia (53°), Ravenna (60°), Reggio Emilia (20°), San Giuliano Terme, Senigallia (29°), Torino (9°) e Unione dei Comuni Savignano sul Rubicone.
Al di là dei singoli posizionamenti, ciò che è interessante rilevare è la grande variabilità delle città appartenenti alla rete (dall’Unione di Comuni a città di rilevanza internazionale quali Torino), ma ancor più la grande assenza di città come Milano, Napoli, Roma, Firenze, Palermo.
Sarebbe forse necessario avviare una campagna nazionale di sensibilizzazione all’intercultura, iniziando con lo stabilire che tale approccio non è rivolto esclusivamente ai migranti, ma a tutti gli altri popoli e alle altre nazioni probabilmente già presenti sul nostro territorio. In questo modo si potrebbero evitare quegli spiacevoli teatrini elettorali e progettare un futuro più ampio per la nostra nazione. Perché è evidente che in questo campo il percorso da fare è ancora lungo, ma è un percorso necessario e indispensabile affinché il nostro Paese termini di essere una semplice periferia d’Europa.

Stefano Monti

http://www.coe.int/en/web/interculturalcities/home

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Aurora Di Mauro

    Articolo interessante e che mi consente di trovare stimoli a proseguire lo studio di questo argomento. Dobbiamo ancora imparare a conoscerci. Desidero, con l’occasione, ricordare il lavoro che molti musei hanno svolto, e ancora riescono a svolgere, sui temi dell’inclusione sociale e dell’intercultura: Museo di Castelvecchio di Verona con il progetto de “Il museo come promotore di integrazione sociale”, solo per citare un istituto che è stato molto sensibile al tema nella regione in cui vivo. Io stessa mi sono spesso occupata, come museologa, del tema anche in connessione al vivere in città: a Vicenza nel 2008 ho curato per l’amministrazione per la quale lavoro il convegno “Educare nella città cosmopolita.Culture senza quartieri per una didattica museale del dialogo” e nello stesso anno il convegno “La città nel museo, il museo nella città. Documentare il presente tra identità civiche e nuove relazioni urbane”. Ma, ribadisco, c’è ancora molto da fare perché davvero si possa parlare di città inclusive.

  • Francesco Calvetti

    Bello il pezzo. Scegliere l’ottica interculturale significa assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa e come occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze.

  • Carla Bina

    La storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento e dalla creazione continui di intrecci.