Il futuro di Berlino. Con la Biennale alle porte

Da qualche tempo ci si interroga sul futuro di Berlino come uno degli epicentri artistici a livello mondiale. La trasformazione è sempre in atto, ma quale direzione stia prendendo è ancora difficile da vaticinare. Abbiamo ripercorso la sua storia di Mecca per artisti. Mentre nella metropoli tedesca si sta aprendo la nuova edizione della Biennale di Berlino.

Berlino, Humboldt-Box
Berlino, Humboldt-Box

Berlino è una città in costante trasformazione, che guarda al futuro ma che trasuda della sua storia. Ogni angolo della città richiama infatti tragici eventi del Secolo Breve di cui è stata teatro la metropoli tedesca. Ma è anche la culla di avanguardie artistiche, come ben espone la mostra Ballando sul vulcano. Berlino degli anni venti riflessa nelle arti, da poco conclusa all’Ephraim-Palais.

DI SECESSIONI E NAZISMO
Era il periodo degli espressionisti. Un numero sempre maggiore di pittori si staccava dall’estetica conservatrice che vedeva il dominio della pittura classica e della pittura storica di corte. Da qui nacquero le correnti della Brücke, la Nuova Secessione e la Secessione berlinese, che cercavano diverse forme espressive derivanti dall’Impressionismo e dall’Espressionismo. Gli orrori della guerra e la difficoltà di quel periodo sono stati rappresentati dalle litografie e dalle sculture di Käthe Kollwitz, alla quale è dedicato un museo a Charlottenburg che espone importanti opere dell’artista.
Dopo la terribile esperienza della Prima guerra mondiale, gli Anni Venti sono trascorsi all’insegna della ricerca di nuove forme espressive, della sperimentazione di stili radicalmente nuovi, sia nella vita che nell’arte. Berlino vedeva fiorire l’arte in tutte le sue forme, la città divenne la metropoli che dettava le tendenze della modernità. Nella sua galleria di dipinti, George Grosz mostrava i lati negativi della capitale e ironizzava sui politici e i nuovi ricchi della Repubblica di Weimar. L’incredibile fiorire dell’arte all’inizio degli Anni Venti fu seguita, durante la stabilità economica, dai lavori minimalisti del Nuovo Realismo e nelle linee pulite della Bauhaus.
Dopo la presa di potere di Hitler, molti artisti furono esiliati. L’arte moderna veniva considerata “degenerata”. A molti pittori, scrittori e compositori che non erano ancora emigrati venne posto il divieto di lavorare ed esporre, le loro opere vennero rimosse dai musei e sostituite con quelle che rispecchiavano l’ideologia e l’estetica del nazionalsocialismo.
Intanto, a cavallo delle due guerre mondiali, in molti andavano a Berlino per avvicinarsi alla “magia di estraneità”, come ha scritto Christopher Isherwood nel suo memorabile Goodbye to Berlin. Lo scrittore inglese ha citato Berlino come “una tana di pseudo-vizio“. Berlino dettava già la moda. D’altro canto, la cultura queer fiorita negli Anni Venti è ancora l’elemento distintivo e coagulante della città. I club sono il suo volto pubblico. E nessuno a Berlino è nervoso o imbarazzato all’idea di andare in un club gay.

Berlino, Humboldt-Box
Berlino, Humboldt-Box

PAROLA D’ORDINE: RICONVERSIONE
Fatta eccezione per il movimento Junge Wilde, sviluppatosi tra gli Anni Settanta e Ottanta, la città ha riguadagnato la sua reputazione internazionale con la caduta del Muro. In questo periodo la musica e l’arte si sono impadronite dei tanti luoghi abbandonati dell’ex Berlino Est, si è sviluppata la cultura techno e hanno insediato i propri studi artisti quali Angela Bulloch, Olafur Eliasson, Wolfgang Tillmans, Candice Breitz, Jeppe Hein e Daniel Richter.
I luoghi nascosti della produzione artistica si possono trovare in ex fabbriche ed ex complessi commerciali che hanno cessato le attività nei primi Anni Novanta, quando molte industrie hanno abbandonato la città. Molti degli spazi lasciati liberi sono stati recuperati grazie a un’iniziativa della Kulturwerk BBK, un’associazione di artisti di Berlino. Inoltre è stato sviluppato un programma di sovvenzioni per sostenere gli artisti con 830 studi e monolocali. A Neukölln, ad esempio, gli edifici a Donaustrasse 83 e Hobrechtstrasse 31 sono ex fabbriche rivitalizzate proprio in questo modo.
Spostandosi da una parte all’altra della città, si affronta un lungo viaggio che porta in luoghi spesso molto diversi, come il quartiere borghese di Charlottenburg, molto dissimile dall’ex quartiere operaio della Berlino est Friedrichshain. Le differenti aree sono però accomunate dal fiorire di spazi dedicati all’arte, alla cultura, al design. Tra fabbriche dismesse e viali dell’era socialista nascono così musei di Street Art e – grazie a investitori che talora sono anche collezionisti d’arte –spazi per creativi in ex stabilimenti di produzione di birra, crematori e persino un ex parcheggio del Partito Comunista: fra i tanti esempi, la birreria Kindl a Neukölln, il crematorio di Wedding, il birrificio di Schöneberg, la fondazione Axel Haubrok in un ex deposito per vetture a Lichtenberg.

IL CASO OBERSCHÖNEWEIDE
L’onda creativa della Sprea ha travolto anche l’Oberschöneweide, propaggine est di Friedrichshain. Due anni fa, Bryan Adams ha acquistato un’antica fabbrica ed è rinato il Kiki Blofeld, ex beachclub alla moda di Kreuzberg. Ma l’esperimento è durato una sola stagione e il progetto di Adams per studi musicali e d’artisti ha subito una momentanea battuta d’arresto. Ciononostante, sono già molti gli artisti che vivono nel Kunstfabrik am Flutgraben. Tra coloro che lavorano qui ci sono nomi di spicco come Eberhard Havekost e Daniel Pflumm, ed emergenti come Przemek Pyszczek, polacco-canadese che con le sue opere cerca di tracciare la transizione del suo Paese dopo la caduta della cortina di ferro, un viaggio a ritroso per scoprire il proprio passato.
Il Funkhaus in Nalepastrasse è un altro luogo emblematico della mutazione di Oberschöneweide: costruito nel 1950, l’edificio è stato trasformato in un centro artistico e culturale alcuni anni fa da un nuovo investitore. Qui sono disponibili di studi di registrazione e per artisti.
Questa grande concentrazione di creativi ha portato alla fondazione dello Schöneweide Kreativ da parte di Mareike Lemme e Marlene Lerch, un progetto triennale che si è appena concluso. La rete è stata fondata nel 2012 come una piattaforma per i professionisti locali, grazie a un finanziamento del Fondo Sociale Europeo. L’obiettivo era quello di costruire una forte identità locale e di far dialogare i diversi soggetti, creando nuove possibili collaborazioni, eventi, mostre, festival. D’altra parte, il quartiere conta non solo duecento artisti visivi, ma anche molte piccole aziende di comunicazione, design, moda, fotografia, architettura, pubblicità, produzione cinematografica e case editrici che si sono insediate nella “fabbrica delle idee” di Schöneweide. Sono stati promossi anche molti programmi di formazione nel campus Wilhelminenhof tra game-design e moda.
Schöneweide Kreativ ha inoltre dato un nuovo impulso al Kunst Am Spreeknie, uno dei più consolidati festival d’arte contemporanea underground, nato come una iniziativa di quartiere e diventato uno degli appuntamenti più interessanti a Berlino per l’arte contemporanea.

St. Agnes, Berlino 2012 © Ludger Paffrath
St. Agnes, Berlino 2012 © Ludger Paffrath

COS’È SUCCESSO A SANT’AGNESE?
Al confine con Friedrichshain troviamo Kreuzberg, che da anni rappresenta uno degli epicentri della vita culturale di Berlino. È certamente uno dei distretti più interessanti grazie alle molte gallerie e spazi per creativi, come il complesso della chiesa di St. Agnes, costruito dall’architetto Werner Düttmann in stile brutalista. Nell’ex complesso ecclesiastico ora convivono la sala espositiva della galleria König, gli uffici degli editori Green Box, lo studio di architettura Robertneun, l’istituto d’arte Praxes e la caffetteria Agnes. L’ala che prima era stata utilizzata come un asilo nido ospita oggi gli studenti della New York University.
Gregor Hose, direttore della König, ci ha accompagnato alla scoperta di questo affascinante luogo, ha ripercorso la storia di una delle più interessanti gallerie di Berlino e ha fatto alcune riflessioni su presente e futuro della città: “Nel corso degli ultimi due decenni, Berlino è diventata un hub creativo per artisti di tutto il mondo, grazie al carattere industriale, ruvido e non convenzionale della città. Qui i giovani artisti sono desiderosi di esplorare le infinite possibilità della città per realizzare progetti innovativi, e ciò anche in virtù della natura multiculturale che caratterizza Berlino”.
Gli chiediamo allora qual è stato il ruolo specifico della galleria: “Johann König ha collaborato strettamente con artisti amici fin dalla sua fondazione nel 2002. Fin dall’inizio, quello che lo ha contraddistinto nel panorama artistico berlinese è stata la sua capacità di correre rischi, anche quando le probabilità di successo erano molto basse. Ad esempio, il primo grande successo della galleria è stato quando artista Jeppe Hein ha inaugurato una mostra che consisteva in una sfera enorme che veniva fatta funzionare quando qualcuno entrava nella stanza. La sfera si è spostata all’interno dello spazio della galleria, distruggendolo, come una palla da demolizione gigante, ma è stato un grande successo. Lo spettacolo ha registrato il tutto esaurito per ben tre volte”. Questo però succedeva nella sede precedente. “Mentre era alla ricerca di un nuovo spazio, nel 2015 Johann König ha visto immediatamente il potenziale di Sant’Agnese. Rappresenta perfettamente, attraverso la sua architettura, la libertà artistica di cui godono gli artisti internazionali vivendo e lavorando a Berlino. König ha voluto riflettere, nella conversione di una chiesa sconsacrata in uno spazio d’arte, lo spirito originale e lungimirante che caratterizza la città”.

MITTE: IL CUORE IBRIDO DI BERLINO
Anche la zona del Mitte è in continua trasformazione e conta una grande concentrazione di artisti internazionali. Qui troviamo l’Humboldt-Box, dove si può intravedere la città del futuro. Nel 2019 dovrebbero concludersi i lavori dell’Humboldt-Forum, ricostruzione del prussiano Berliner Stadtschloss. Si tratta di un centro informativo temporaneo dove sono esposti le maquette del progetto, un’anteprima delle opere d’arte che saranno ospitate nei nuovi musei e una piattaforma panoramica per seguire i lavori in diretta.
Un tempo circondato dal Muro, che lo recintava completamente, nel Mitte c’è anche la Neue Nationalgalerie, emblema dello stile strutturalista di Mies van der Rohe, chiusa da gennaio 2015 per un ammodernamento firmato David Chipperfield. Dal 2010, l’architetto inglese è impegnato anche nel progetto del Forum dell’Isola dei musei e ha spesso contribuito a definire questa città frammentata. Porta infatti la sua firma pure lo spettacolare edificio che ospita la collezione Bastian, proprio di fronte alla Museumsinsel. Heiner Bastian, ex consulente d’arte di Erich Marx e curatore della sua collezione all’Hamburger Bahnhof, ha costituito una raccolta che riflette la sua passione per Berlino. Comprende opere di Art Brut e pezzi di Anselm Kiefer e Joseph Beuys, tra gli altri. Due piani dell’edificio sono stati affittati alla Galleria CFA, che ha promosso l’arte emergente nella capitale tedesca a partire dai primi Anni Novanta.

KW Institute for Contemporary Art, Berlin
KW Institute for Contemporary Art, Berlin

VISITA AI KUNSTWERKE
Nel Mitte troviamo però soprattutto i KW – Institute for Contemporary Art: un luogo centrale per la produzione e la presentazione dell’arte contemporanea, dove le questioni urgenti del nostro tempo vengono apertamente formulate e discusse. Qui si indagano i recenti sviluppi nella cultura contemporanea nazionale e internazionale, e si lavora per il loro ulteriore sviluppo, collaborando con artisti e istituzioni internazionali. Senza una collezione propria, i KW hanno un elevato grado di flessibilità nella creazione dei propri programmi.
La direttrice Gabriele Horn ha ripercorso insieme a noi la storia dell’istituto, la sua visione della città e ci ha dato alcune interessanti anticipazioni sulla Biennale inaugura a giugno la sua nona edizione: “Nei primi Anni Novanta, i fondatori dei KW, con Klaus Biesenbach, hanno avuto la visione di creare un luogo che funziona come uno spazio di sperimentazione per l’arte contemporanea, in cui gli artisti  sviluppano nuove idee e  discutono insieme al pubblico. Questo approccio è stato collegato a un generale rafforzamento della critica istituzionale nei primi Anni Novanta, diventando evidente da un lato attraverso la pratica artistica durante quel periodo, ma anche nella crescita di nuovi spazi per l’arte in tutto il mondo, che miravano a presentare le tendenze artistiche al di fuori del contesto tradizionale di una collezione museale e le sue strutture organizzative gerarchiche, così come dal mercato dell’arte. Fino ad oggi, le nuove produzioni e site specific svolgono un ruolo importante nel programma dei KW, e così fanno gli eventi di accompagnamento e le residenze per artisti e curatori”. Ma qual è il modello organizzativo dell’istituto? La direttrice ci spiega: “I KW sono un’associazione d’arte basata sui propri membri e sono organizzati secondo modelli americani piuttosto che come un Kunstverein. Siamo in costante scambio con la città e i suoi artisti, con i nostri visitatori, con altre istituzioni e professionisti della cultura in tutto il mondo per seguire le tendenze attuali e trovare ispirazioni per nuovi progetti. Una volta che c’è un’idea, si approfondisce la ricerca attraverso il dialogo con gli artisti che partecipano al progetto. Il processo che porta alla mostra finale può durare due anni, come nel caso di ‘Secret Surface’, o può invece giungere a conclusione in poche settimane per una presentazione meno complessa, ad esempio nel nostro spazio KW Projects, che ha lo scopo di offrire formati più flessibili in una frequenza più breve”.
“Berlino – e l’intera scena artistica – è diventata molto più internazionale, in quanto attira gente da tutto il mondo”, prosegue la Horn gettando uno sguardo alla città. “C’è un enorme input creativo che rende Berlino molto vivace e stimolante, ma allo stesso tempo non è sempre facile vivere e lavorare come artista o curatore qui, ad esempio per quanto riguarda la mancanza di spazi liberi, la commercializzazione di tendenze culturali e l’aumento degli affitti. Sono sicura che la città cambierà nei prossimi anni per quanto riguarda i rifugiati attualmente in arrivo. Avremo un cambiamento profondo nella miscela della nostra società, che è naturalmente una sfida, ma può avere un enorme potenziale per l’apertura di nuovi orizzonti pure”. In estrema sintesi, come vede il futuro di Berlino? “Internazionale, vibrante e vivace”.
E per quanto riguarda la Biennale organizzata dall’istituto? “Questa nona edizione è curata dal collettivo newyorkese DIS, composto da Lauren Boyle, Solomon Chase, Marco Roso e David Toro. Hanno una pratica di lavoro molto interdisciplinare, che si muove al di là del campo dell’arte, con le attività editoriali per la rivista DIS e allo stesso tempo il lavoro musicale e il design, fino all’utilizzo di nuovi modelli commerciali. Questo approccio di frontiera si manifesta all’interno della Biennale di Berlino ed è importante anche la piattaforma online e quindi l’accessibilità dei progetti, indipendentemente dalla posizione fisica dello spettatore. Una caratteristica evidente della pratica del collettivo DIS”, continua la direttrice, “è anche il loro adattamento ironico dell’estetica commerciale e dei suoi meccanismi. Può sconcertare, poiché sembra presentarsi in sintonia con i valori legati alla globalizzazione, all’iper-capitalismo o all’auto-ottimizzazione. Ma se si dà un’occhiata più da vicino, le lacune e le voragini di questi meccanismi diventano evidenti proprio attraverso la pratica del collettivo, nel loro spingere all’estremo queste dinamiche”.

Jüdisches Museum, Berlino - photo Günter Schneider
Jüdisches Museum, Berlino – photo Günter Schneider

POVERA, SEXY E GENTRIFICATA
Ma quanto profonda è stata la trasformazione di Berlino negli ultimi anni? Molti sostengono che lo slogan “povera ma sexy” con il quale l’ex primo cittadino, Klaus Wowereit, aveva descritto la sua città non sia più valido. Non si può celare che recentemente i cocktail bar e le sfilate di moda abbiano guadagnato terreno a discapito dell’immagine slabbrata, inquieta della Berlino post muro.
C’è stata anche un’impennata dei prezzi degli affitti e quartieri con una lunga tradizione proletaria come Neukölln, dove nei casermoni della Gropiusstadt viveva la protagonista dei Ragazzi dello zoo di Berlino, sono entrati nel mirino degli speculatori immobiliari. La gentrification ha reso ambiti alloggi anche verso Britz, che si trova a sud di Neukölln, fuori dal Ring. A nord, a Prenzlauer Berg, il processo è già in via di conclusione: sempre più spesso i prezzi sono analoghi a quelli di Monaco o Francoforte, i divertimenti standardizzati e di spontaneo c’è poco o nulla. La trasformazione della città spettinata in una metropoli affluente sul modello di Londra o di Parigi è d’altro canto una precisa volontà del Governo: la Germania è la prima economia d’Europa, ma manca di una metropoli che la rappresenti, di un posto dove sia normale pagare 400 euro a notte per una stanza d’albergo. La gentrification si è diffusa in questa periferia con un fiorire di locali e ristoranti dove è necessario prenotare per potersi accaparrare un tavolo. Sta diventando l’ennesimo quartiere Schickimicki, “snob”, come era già stato etichettato Prenzlauer Berg.
Ma nonostante l’incalzante gentrification, la città e la sua scena artistica cercano di mantenere ancora la propria autenticità. Berlino continua comunque a essere l’anti-Parigi, dove è ancora spesso molto sentito il peculiare sentimento di ostalgia, la nostalgia dei berlinesi per la Berlino Est e per il periodo appena successivo alla caduta del Muro, quando nei quartieri est ormai disabitati si godeva di una grande libertà. Con l’impennata dei prezzi si osserva ora una migrazione degli artisti verso quartieri ancora economici, come Oberschöneweide e Wedding, che è così diventato meta di artisti internazionali. Si tratta di un quartiere ricco di spazi industriali ormai dismessi, dove gli affitti rimangono bassi. Gli ex garage della LPP, azienda di trasporto pubblico di Berlino, sono un esempio: hanno riaperto come centro culturale a gestione privata ribattezzato Uferhallen. Artisti quali Katharina Grosse, Jonathan Meese, Mika Andersen e Wolfgang Ganter hanno qui i loro studi.
Se molti luoghi sono stati recuperati per creare nuovi spazi per artisti, alcuni simboli sono stati invece chiusi, come il Kunsthaus Tacheles. Nel 2012 l’intera area è stata acquistata dalla grande società immobiliare americana Perella Weinberg Real Estate e l’edificio è stato definitivamente sprangato. Anche l’East Side Gallery, uno dei simboli che la Berlino riunificata ha voluto lasciare della sua divisione, pian piano viene schiacciata da edifici immensi quali l’O2 Arena e l’edificio della Mercedes. Sono continue le trasformazioni urbane e artistiche, tanto che il magazine americano Rolling Stones recentemente ha decretato il declino della scena musicale della capitale tedesca, segnalando il caso emblematico dello storico locale Berghein: era uno dei baluardi delle sperimentazioni della cultura tecno e ormai è un ritrovo per turisti. Ecco perché, sempre di più, si fa a gara a indicare quale sarà “la nuova Berlino”: Bruxelles, avrebbero giurato tutti prima degli attentati. Ma forse, in attesa di capire quale vocazione avrà una metropoli cruciale per tutto questo pezzo di mondo come Istanbul, gli attacchi all’aeroporto e alla metro non hanno poi più di tanto fiaccato le quotazioni della capitale belga come nuova mecca per la produzione culturale in Europa.

Giorgia Losio

bb9.berlinbiennale.de

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Giorgia Losio
Giorgia Losio, nata a Milano, è storica dell’arte e appassionata di design. Ha studiato storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano e si è specializzata in storia e critica dell’arte contemporanea all’Université Sorbonne Paris-IV e in museologia e museografia all’École du Louvre. Ha collaborato alla realizzazione di progetti espositivi con istituzioni internazionali quali MACBA, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto Biella, MAMAC Nizza, Pinacothèque de Paris, Palais de Tokyo Parigi, Le Fresnoy-Studio national des arts contemporains Tourcoing. Ha pubblicato articoli su Artribune, Exibart, Tema Celeste e Corriere della Sera.