Ricordare la storia. Un nuovo museo in Polonia

Lo scorso marzo, a Markowa, nel profondo sud-est della Polonia, ha inaugurato un nuovo museo dedicato a un importante capitolo storico. Una narrazione delle eroiche vicende della famiglia Ulma, i cui membri vennero fucilati dai nazisti il 24 maggio 1944. Colpevoli di aver cercato di salvare alcuni ebrei.

Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa - Courtesy of Slawomir Kasper
Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa - Courtesy of Slawomir Kasper

Abbiamo incontrato Karolina Ozog, curatrice indipendente che ha lavorato all’allestimento del nuovo Museo dei polacchi che salvarono gli ebrei, il piccolo spazio espositivo a otto chilometri dal centro di Lancut, celebre per la splendida residenza settecentesca voluta dal nobile polacco Stanislaw Lubomirski.
Un’esposizione a dimensione umana, che va a completare, lontano dai centri urbani che contano, l’offerta museale in Polonia in un segmento specifico che già può avvalersi del Museo della Fabbrica di Schindler a Cracovia e del Museo di Storia degli ebrei polacchi a Varsavia.

Com’è nata l’idea di mettere in piedi il Museo dei polacchi che salvarono gli ebrei?
Quando mi hanno chiesto di unirmi al progetto, la parte dedicata agli Ulma era già in corso di allestimento. Tutto è cominciato da un monumento per commemorare l’eroismo di questa famiglia, voluto fortemente, qualche anno fa, da Mateusz Szpytma dell’Istituto per la Memoria Nazionale (IPN) e attualmente direttore del neonato museo. È stato possibile realizzare questo progetto anche grazie alla tenacia e all’impegno di altri protagonisti, come il cittadino israeliano Abraham Segal, uno dei sopravvissuti ai pogrom di Markowa.

Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nell’allestimento?
È stato un progetto estremamente impegnativo da tutti i punti di vista. Abbiamo optato per una segnaletica in tre lingue. Oltre alla lingua polacca, le informazioni presenti nel percorso espositivo sono disponibili anche in inglese ed ebraico. Tra i vari compiti che mi sono stati assegnati, c’è stato proprio il coordinamento della traduzione in ebraico. Ma è stata una sfida difficile, soprattutto per i grafici.

Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa - Courtesy of Slawomir Kasper
Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa – Courtesy of Slawomir Kasper

Qual è stato il suo ruolo nell’allestimento degli spazi espositivi?
Mi sono occupata delle parti storiche dedicate alla fase prebellica e alla Seconda guerra mondiale. Durante la mia ricerca mi sono imbattuta in alcuni materiali molto interessanti. In particolare, abbiamo rispolverato il diario di Barbara Rosenberg, allora 15enne, che racconta la furia nazista abbattutasi su Przeworsk, uno dei paesini della zona, poco dopo l’invasione della Polonia. Barbara descrive l’incendio della sinagoga del suo villaggio da parte dei tedeschi. Ho ritrovato per caso una foto che documenta tale evento durante un’asta in Rete. Tutti materiali che sono stati messi a disposizione dei visitatori del museo.
Non sappiamo che cosa ne sia stato di Barbara: è probabile che sia finita, una volta e per sempre, come molti ebrei della zona, nel campo di concentramento di Belzec. “Voglio partire in America, punto e basta”, sono state le ultime parole ritrovate nel diario della ragazza.

Potrebbe fornirci qualche dato in più sulla superficie museale?
Il museo non è affatto grande. Lo spazio espositivo a Markowa infatti misura appena 117,3 mq. Non so come sia stato possibile includere anche un piccolo ambiente per le mostre temporanee. Eppure ci siamo riusciti. Al centro del museo troviamo una ricostruzione a grandezza naturale dell’ultima abitazione degli Ulma. Alcuni elementi in mostra rimandano direttamente alla morte, come la porta di una stalla crivellata da colpi di proiettile e una fotografia macchiata di sangue ritrovata nella casa degli Ulma, subito dopo la loro fucilazione.

Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa - Courtesy of Slawomir Kasper
Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa – Courtesy of Slawomir Kasper

Come si presenta la struttura museale all’esterno?
Le mura del museo sono circondate da un Giardino della memoria con dieci alberi da frutto che rimandano, allo stesso tempo, a una delle attività del capofamiglia Jozef Ulma e, sul piano simbolico, ai corpi dei superstiti messi in salvo dalla sua famiglia. All’esterno si trova anche una targa commemorativa con la lista delle persone morte nel tentativo di aiutare la popolazione ebrea della zona.

Il percorso espositivo fa riferimento anche gli episodi di collaborazionismo da parte dei polacchi nei pogrom antiebrei, come il massacro di Jedwabne?
Lo spazio espositivo di Markowa è un museo dedicato alla memoria storica degli abitanti e dei luoghi della zona [il pogrom di Jedwabne ha avuto luogo nel nord-est del Paese, lontano dalla regione Podkarpackie in cui si trova Markowa, N.d.R.]. Questo non vuol dire che non ci siano stati episodi di collaborazionismo da parte dei cittadini della regione.
Il museo di Markowa è destinato a suscitare un dibattito sulla questione. Soltanto guardando alla complessità delle relazioni tra polacchi ed ebrei, sarà possibile apprezzare veramente l’eroismo della famiglia Ulma e delle altre persone impegnate a salvare delle vite il cui destino appariva già segnato sin dall’inizio della guerra.

Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa - Courtesy of Slawomir Kasper
Ulma Family Museum of Poles Saving Jews in World War II, Markowa – Courtesy of Slawomir Kasper

In che modo il Museo di Markowa intende promuovere le proprie attività educative e di divulgazione sul territorio?
Molte scuole, anche a Tel Aviv, hanno mostrato interesse nei confronti del nostro progetto. Attualmente nella società israeliana è in corso un dibattito sul modo in cui tramandare ai giovani la memoria dell’Olocausto. In molti si stanno rendendo conto che organizzare delle visite all’estero soltanto nei luoghi dello sterminio non aiuta di certo i giovani ebrei a capire la complessità degli eventi, né sembra poter favorire un dialogo con i discendenti degli abitanti dei luoghi della tragedia.
Il Museo di Storia degli ebrei polacchi a Varsavia è stato concepito proprio con l’intento di cambiare le cose e facilitare un percorso di avvicinamento. Da parte mia, posso confermare che sto già lavorando a un’offerta formativa per insegnanti e alunni a Markowa, utilizzando dei canovacci basati su una documentazione e materiali interamente “locali” legati allo spazio espositivo.

In che modo intendete potenziare l’offerta turistica della regione?
Intanto posso confermare un buon riscontro da parte del pubblico. Nonostante le dimensioni lillipuziane e la carenza di collegamenti nella zona, il museo ha già superato la soglia dei 10mila visitatori due mesi dopo l’apertura. Vogliamo anche sfruttare la collocazione del museo, che si trova a pochi chilometri dallo splendido castello di Lancut, senza dimenticare che a Markowa è presente anche un interessantissimo museo etnografico all’aperto.

Giuseppe Sedia

http://muzeumulmow.pl/en/

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Giuseppe Sedia
Giornalista e reporter freelance nato il 6 luglio 1982 a Montreuil (Francia). Scrive di attualità, politica, cultura e spettacoli. È redattore del ‘Krakow Post’. I suoi articoli dedicati a cinema, videogiochi e arti visive sono apparsi su numerose riviste e web magazine italiani e stranieri (‘Warsaw Business Journal’, ‘Il Manifesto-Alias’, ‘Cafe Babel’, ‘Cineforum’, ‘Exibart’, ‘Film International’, ‘Asia Express’, ‘Sentieri Servaggi’). Attualmente vive in Polonia.