L’Africa nell’artworld. Fuor di facile retorica

Fa tanto piacere sentir dire che all’Africa si dà il peso che merita, che si pesca in quel continente come altrove per scegliere gli artisti da portare alle grandi rassegne internazionali e via di retorica. Noi viviamo di dubbi. E allora abbiamo preso in mano un paio di decine di cataloghi e abbiamo fatto i conti. Ecco cosa è emerso.

Africa e arte contemporanea 2005-2015 - (c) Artribune Magazine
Africa e arte contemporanea 2005-2015 - (c) Artribune Magazine

QUALI SONO I DATI ANALIZZATI
Questa ricerca si basa sulle partecipazioni di artisti africani a tre rassegne europee ricorsive negli ultimi dieci anni (2005-2015): la quinquennale Documenta (edizioni numero 12 del 2007 e 13 del 2012, dirette rispettivamente da Roger M. Buergel e Carolyn Christov-Bakargiev), la biennale itinerante Manifesta (edizione numero 7, tenutasi nel 2008 in Trentino e Sud Tirolo e diretta da Anselm Franke & Hila Peleg, Adam Budak, Raqs Media Collective; edizione numero 8, tenutasi nel 2010/2011 nella regione spagnola di Murcia e diretta dai tre collettivi ACAF – Alexandria Contemporary Arts Forum, CPS – Chamber of Public Secrets, tranzit.org; edizione numero 9, tenutasi nel 2012 a Limburg e diretta da Cuauhtémoc Medina; edizione numero 10, tenutasi nel 2014 a San Pietroburgo e diretta da Kasper König), la Biennale di Venezia dalla 51esima alla 55esima edizione, ogni due anni dal 2005 al 2015 (con le direzioni artistiche che si sono avvicendate fra: María de Corral & Rosa Martinez, Robert Storr, Daniel Birnbaum, Bice Curiger, Massimiliano Gioni, Okwui Enwezor).
Nel computo sono stati considerati gli artisti – e, come ormai è consuetudine, gli “other participants” – e i collettivi, questi ultimi contando come una unità (unica eccezione: la coppia di fumettisti costituita da Eyoum Ngangué e Faustin Titi); sono stati classificati in base all’appartenenza di genere, all’anno di nascita, all’età nell’anno di svolgimento della mostra, al Paese di origine (che in alcuni, rari casi non coincide con quello di nascita: ad esempio, Philippe Parreno è stato considerato un artista francese, pur essendo nato in Algeria) e del Paese di residenza prevalente, anche quest’ultimo considerato nell’anno di svolgimento della mostra.

Africa e arte contemporanea 2005-2015 - (c) Artribune Magazine
Africa e arte contemporanea 2005-2015 – (c) Artribune Magazine

ARTISTI: POCHI, POCHE VOLTE, POCO GIOVANI. E SPESSO SUDAFRICANI
Il primo dato che emerge è la scarsissima ricorrenza dei nomi: a fronte di artisti “occidentali” che tornano di continuo nelle liste degli invitati, gli africani “ricorsivi” sono soltanto 9. Unica tripla presenza per Marlene Dumas (Biennale di Venezia 2005 e 2015, Manifesta 2014), e poi le doppie presenze di Adel Abdessemed, Latifa Echakhch, David Goldblatt, Hassan Khan, Pascale Marthine Tayou, J.D. ‘Okhai Ojeikere, Wael Shawki e William Kentridge. Quanto alla distribuzione di genere, 16 sono le donne, 51 gli uomini. Il dato più eloquente e brutale è però quello grezzo: gli artisti africani invitati almeno una volta in tutte queste rassegne sono in totale 77. Per intenderci: 9 su 193 nella Documenta di Carolyn Christov-Bakargiev (4,7%), 2 su 188 nella Manifesta “italiana” (1,1%). Comprensibile quindi che i 21 sui 136 della Biennale di Venezia curata da Enwezor (15,4%) stridesse con quanto si è soliti vedere (ma attenzione: il curatore è di origine africana, l’unico peraltro fra i direttori delle manifestazioni prese in esame). In tutto, gli artisti che hanno preso parte alle 12 manifestazioni sono stati 1.381, di cui 79 africani: il 5,7%.
Tornando all’analisi dei dati scorporati: l’età media degli artisti al momento dell’invito è piuttosto bassa, 46 anni, con un picco d’interesse per i nati negli Anni Settanta; assai scarsa invece la partecipazione delle generazioni più giovani, con soltanto 10 artisti nati nel decennio successivo (8 dei quali, fra l’altro, nati fra il 1980 e il 1982) e nessuno nei Novanta. In questo modo, la soglia di accesso a queste mostre internazionali per un artista africano è fissata a 28 anni (con il collettivo Take to the Sea e Mahmoud Khaled) ma è – si fa per dire – molto più semplice da varcare quando si fa parte dei quarantenni.
Quanto ai Paesi di provenienza, l’Egitto conta 10 presenze di cui due ricorrenti (Khan e Shawky) ma è superato di slancio dal Sudafrica, con 15 presenze (e i ricorrenti Dumas, Goldblatt e Kentridge).

Africa e arte contemporanea 2005-2015 - (c) Artribune Magazine
Africa e arte contemporanea 2005-2015 – (c) Artribune Magazine

DIASPORA: UN FENOMENO SOVRASTIMATO
Interessante la questione della diaspora. Il dato grezzo testimonia in realtà che il fenomeno è relativamente contenuto, e sicuramente meno impattante rispetto al recente passato. Tornando all’Egitto, soltanto Susan Hefuna e Ghada Amer vivono all’estero (rispettivamente in Germania e Stati Uniti), mentre fra i sudafricani sono espatriati Kendell Geers in Belgio, Candice Breitz e Robin Rhode in Germania, Marlene Dumas e Moshekwa Langa in Olanda – gli altri restano nel continente. E a proposito di continenti: ridottissima è la migrazione interna (El Anatsui è nato in Ghana e vive in Nigeria e Kudzanai Chiurai si è spostato dallo Zimbabwe al Sudafrica), ma statisticamente quasi irrilevante anche l’attrattiva statunitense, dove vivono soltanto Ghada Amer, Julie Mehretu, Wangechi Mutu, Doug Ashford, Odili Donald Odita, Cheikh Ndiaye e Charles Tonderai Mudede. Tutti gli altri emigrati lo hanno fatto in direzione dell’Europa, e in gran parte dei casi verso il Paese ex colonialista. Nessuno di questi artisti – non ci stupisce – ha scelto l’Italia.

Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #30

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.