Africa All Over The World. Un’inchiesta

Sono segnali contraddittori, quelli che l’Africa dell’arte restituisce. Con realtà come quella sudafricana già piuttosto strutturate, e interessanti biennali sparse per il continente. Ma poi ci sono interi Paesi dove c’è il nulla, o quasi. E anche la ricezione da parte dell’Occidente è tutt’altro che omogenea. Per capirci qualcosa di più, abbiamo viaggiato da Algeri a Cape Town, e abbiamo parlato con chi di arte africana si occupa da anni.

Chéri Samba, Oui, il faut réfléchir, 2014 – courtesy Magnin-A
Chéri Samba, Oui, il faut réfléchir, 2014 – courtesy Magnin-A

Venezia, Londra, Parigi, Bilbao, New York, Washington, San Paolo: le rassegne dedicate all’arte africana proliferano nel mondo. A prescindere dalla Biennale di Venezia 2015 diretta da Okwui Enwezor, che al Continente nero ha riservato un’attenzione del tutto particolare (con l’assegnazione, tra l’altro, del Leone d’Oro alla Carriera al ghanese El Anatsui), si parla ancora di Beauté Congo 1926-2015, esposizione sull’arte contemporanea congolese a cura di André Magnin, ospitata dalla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain di Parigi fino al gennaio scorso. Mentre Making Africa. A Continent of Contemporary Design, sotto la supervisione ancora di Enwezor, ha posto l’accento sulla creatività africana a largo spettro (object e furniture design, graphic art, fashion, architettura, urban planning, arte, arte applicata, film, fotografia…).
Sulle scene espositive d’oltreoceano nei mesi scorsi si è passati invece dall’approfondimento storico e antropologico riservato al Congo dal Metropolitan di New York, con Kongo: Power and Majesty (l’arco cronologico spaziava dal XV al XX secolo), all’attenzione per un’espressione artistica segnata dal sigillo della contemporaneità come la fotografia, cui lo stesso museo ha dedicato la mostra In and out of the studio: photographic portraits from West Africa (con opere di Malick Sidibé, Seydou Keita, Jean Depara, J.D. ‘Okhai Ojeikere, Samuel Fosso).

L’AFRICA SUDAMERICANA
Dalla lettura delle tradizioni letterarie europee attraverso la creatività nera, in The Divine Comedy: Heaven, Purgatory Hell rivisited by Contemporary African Artists, allo Smithsonian National Museum of African Art di Washington (a cura di Simon Njami, ha incluso nomi come Abdoulaye Konaté, Yinka Shonibare, Wangechi Mutu, Nicholas Hlobo e Wim Botha), si va allo sguardo critico rivolto da Adeline von Fürstemberg a tredici artisti africani contemporanei, di provenienza disparata ed esiti espressivi difformi, con Aqui Africa. Africa Contemporanea Através do Olhar de Seus Artistas (al Sesc Belenzinho di San Paolo). Una trasposizione in chiave sudamericana dell’analoga (ma più ampia) collettiva organizzata dalla stessa von Fürstemberg nel 2014 a Ginevra, (Ici L’Afrique /Here Africa, Contemporary Africa through the Eyes of its Artists) e accolta con una certa tiepidezza dal pubblico elvetico. Inutile dire che, in Brasile, la manifestazione ha assunto ben altro sapore rispetto a quella ginevrina, soprattutto se si considerano gli strettissimi nessi esistenti fra la terra madre africana e le sue genti che per secoli una diaspora senza confronti ha qui trapiantato.
In questa sede erano presenti le opere di Leonce Raphael Agbodjelou, Omar Ba, Frédéric Bruly Bouabré, Edson Chagas, Kudzanai Chiurai, Romuald Hazoumè, Samuel Kané Kwei, Rigobert Nimi, J.D. ’Okhai Ojeikere, Idrissa Ouédraogo, Chéri Samba, Abderrahmjane Sissako, Barthélémy Toguo. Più altri sette in una speciale sezione video. Una scelta “eccellente”, se si considera che molti di questi nomi sono già da tempo assai noti nel panorama internazionale e nella maggior dei casi rappresentati da gallerie di prim’ordine, nonché presenti con le loro opere, temporaneamente o permanentemente, in musei come il MET e il MoMA di New York, lo Smithsonian di Washington, il County Museum of Art di Los Angeles, il British Museum e la Tate Gallery di Londra, il Pompidou di Parigi.
Tra l’altro, proprio a San Paolo, al Museu de Africa, l’iniziativa espositiva interdisciplinare Africa Africans ha portato alla ribalta (durante la fashion week 2015) il volto contemporaneo dell’Africa. Ciò in relazione sia alla presenza in Brasile dei numerosi stilisti africani, sia all’influsso da tempo esercitato nel mondo della moda e del design internazionali dai flavours of Africa. Le vedettes, fra i cento artisti coinvolti, sono stati gli ormai notissimi El Anatsui e Yinka Shonibare (quest’ultimo, anglo-nigeriano, è dal 2013 membro della Royal Academy of Arts di Londra).

Barthelemy Toguo, The Smell of Life I, 2013 - courtesy Galerie Lelong
Barthelemy Toguo, The Smell of Life I, 2013 – courtesy Galerie Lelong

BLACK NEW WAVE
Segnali del crescente interesse collezionistico per l’arte africana vengono anche dagli Stati Uniti: per esempio, il focus African Perspectives dell’edizione dell’Armory Show di New York di quest’anno è stato dedicato alla “black new wave”. Presenti, fra le europee, la October Gallery di Londra, la Galerie Jérôme Poggi di Parigi, la Galerie Tanja Wagner di Berlino. Fra le africane, la Circle Art Gallery di Nairobi, Echo Art di Lagos, la Blank di Cape Town. In un intreccio si scambi intercontinentali.
In Europa, per citare solo qualche nome significativo di gallerie specializzate in arte africana tribale, ricordiamo Claes Gallery, Pierre Dartevelle e Serge Schoffel a Bruxelles (presenti tutte al Brafa di Bruxelles), o Mombrison a Parigi (Belgio, Olanda, Francia sono aree nevralgiche del collezionismo africano, grazie a una sensibilità del tutto speciale dovuta al vivace passato colonialista).  Per quanto riguarda il moderno e il contemporaneo, vari i punti di riferimento. Tra gli altri: Skoto Gallery (con El Anatsui, Ifeoma Anyalji, Soleymane Keita, Aime Mpane, Uche Okeke…) a New York; October Gallery (dal 1993 con El Anatsui, cui la galleria dedica una nuova mostra fino al 2 aprile) a Londra; Galerie Guy Baertschi (con Omar Ba) a Ginevra; a Parigi Magnin-A (con Joël Andrianomearisoa, Steve Bandoma, Vitshoits M. Bondo, Chéri Samba), o Galerie Lelong (con Barthélémy Toguo).
Di quest’ultimo, Jean Fremon della Galerie Lelong racconta: “L’ho incontrato a New York nel 2009. Poiché non aveva alcuna galleria che lo rappresentasse in Francia, mi proposi. La prima mostra che gli dedicammo fu nel 2010, ‘The lost dogs orchestra’, un grande successo. Toguo è un artista che lavora su più piani: dalla pittura alla scultura, dall’installazione alla fotografia e al video. Successivamente ha acquisito forti presenze alle Biennali internazionali e sue opere sono entrate in collezioni come la Barbier-Mueller di Ginevra, la Burger di Hong Kong, la Tate Gallery a Londra, quelle parigine del Centre Pompidou, del Musée de l’Histoire de l’Immigration, della Fondation Louis Vuitton”.

Abdoulaye Konatè, Plumages (bleu-vert), 2015 - courtesy Primo Marella Gallery
Abdoulaye Konatè, Plumages (bleu-vert), 2015 – courtesy Primo Marella Gallery

LA VOCE DI PRIMO MARELLA
In Italia, da tempo alcune gallerie studiano e commercializzano la produzione artistica africana up-to-date. Maggiormente coinvolto fra tutti, Primo Marella Gallery di Milano che, tra le tante, ha curato iniziative espositive ed editoriali di tutto rilievo per quanto riguarda l’arte africana (sulla figura del malese Abdoulaye Konaté si è incentrata una delle sue recenti mostre, cui stanno seguendo a ruota quelle del tunisino Nidhal Chanekh – presente all’Arsenale all’ultima Biennale –, del congolese Vitshois M. Bondo e del sudafricano Cameron Platter).
Primo Marella precisa a questo proposito: “Il South Africa ha subito un processo di forte occidentalizzazione, si è molto evoluto favorendo la nascita in loco di fiere, musei, gallerie. Ma è al resto dell’Africa che si deve guardare oggi con maggior sollecitudine. C’è ora bisogno, infatti, da parte delle istituzioni come dei collezionisti, che si rivolga interesse a un’Africa che non sia solo il Sudafrica, a un’Africa dove le gallerie d’arte stanno sì maturando (per esempio, in Costa d’Avorio e Senegal), ma dove non hanno ancora forza sufficiente per decollare internazionalmente. Sono dunque gallerie non africane a svolgere oggi quelle funzioni che ancora localmente mancano, eccezion fatta per qualche caso significativo”.
D’altra parte, si pensi, come prove di una forte evoluzione già da tempo in atto nella parte centrale del Continente nero, alle Biennali di Dakar e Bamako, o alle recenti manifestazioni organizzate dal 2008 a Lubumbashi, dal 2014 a Kinshasa e dal 2015 ad Abuja. Ma si pensi anche al ruolo di promozione svolto in area extrafricana da riviste come Revue Noire (pubblicata dal 1991 a Parigi) e da grandi mostre occidentali itineranti come Africa Remix (dal 2004).
Chiediamo ancora a Marella: cosa pensa del mercato in Italia? “L’Italia, mi spiace dirlo, non è certo ai primi posti. Le nostre gallerie propongono gli artisti alle manifestazioni internazionali perché un collezionista come Pigozzi nel nostro Paese ancora non si vede. In Italia non c’è ancora una sensibilità adeguata. Lo posso affermare con certezza io, che già quindici anni fa presentavo in mostra Mutu. Il collezionista acquista un’opera di uno o due artisti al massimo, ma niente di più”. Quali sono allora le indicazioni per una “linea guida”? “È indispensabile fare un distinguo. Da un lato ci sono gli artisti importanti, ormai consolidati: Anatsui, Konaté, Toguo, Cissé. Dall’altro c’è la linfa nuova, artisti giovani, favoriti anche dall’accesso a Internet, che migrano presto in altri Paesi e vanno a relazionarsi con altre realtà: europee, statunitensi, americane. Qualche nome? Chamek (nato nel 1985, si divide fra la Tunisia e Parigi), Massinissa Selmani (nato nel 1980 in Algeria, vive a Tours), Joël Andrianomearisoa (nato nel 1977, dal Madagascar si è presto trasferito a Parigi per studiare architettura). Non a caso, alcuni di loro sono stati presenti nel 2015 sia alla Biennale di Venezia che a quella di Lione”. Crede che la Biennale di Enwezor abbia significato qualcosa riguardo al mercato? “Assolutamente sì: le cose si stanno muovendo”, conclude Primo Marella.

Omar Ba, Afrique, Afrique, Afrique, 2015 - courtesy Galleria Giuseppe Pero
Omar Ba, Afrique, Afrique, Afrique, 2015 – courtesy Galleria Giuseppe Pero

ANCORA DALL’ITALIA
Alcuni artisti sono trattati anche da Apalazzo Gallery di Brescia (Edson Chagas , presente a Making Africa, e Ibrahim Mahama, proveniente dalla Saatchi Gallery, che è apparso all’ultima Biennale). La galleria, sotto la direzione di Francesca Migliorati e Chiara Rusconi, insieme alla Primo Marella Gallery ha partecipato nell’ottobre 2015 alla 1:54 Contemporary African Art Fair (54 come i Paesi di questo Continente in cui si parlano ben 2.000 lingue – la fiera, fondata da Touria El Glaoui nel 2013, ha in appuntamento la sua quarta edizione britannica a ottobre e la sua seconda newyorchese a inizio maggio), alla Somerset House di Londra.
La Galleria Giuseppe Pero di Milano, legata a un rapporto di stretta collaborazione con Guy Baertschi di Ginevra, rappresenta in Italia Omar Ba. Giuseppe Pero così commenta la scelta di Ba, che esula dal solco tradizionale della galleria: “Mi piace la commistione di stili e temi che quest’artista classe 1977, basato a Ginevra dal 2003, attua fra la pittura africana e quella europea. Nei suoi quadri i soggetti alludono al suo Paese, il Senegal, e in generale alla situazione politica e sociale dell’Africa, ma sono velate. Dunque il primo impatto è estetico, poi lo spettatore, a una più attenta analisi, comincia a scorgere sotto la superficie i contenuti”. Da quando lei, come studioso d’arte, ha iniziato a interessarsi di arte africana? “Fondamentali per me sono stati grandi eventi espositivi come ‘Magiciens de la Terre’, che si tenne sotto la direzione di Jean-Hubert Martin al Centre Georges Pompidou di Parigi nel 1989, e la mostra ‘Alighiero Boetti and Frédéric Bruly Bouabré: Worlds Envisioned’, tenutasi nel ’95 alla DIA Art Foundation di New York, che nacque dall’incontro in Costa d’Avorio dell’artista concettuale italiano con il maestro africano. Vedendo quelle mostre, intuii che c’erano dei mondi straordinari ancora da scoprire”. Un commento sul mercato riguardo a Ba? “È stato accolto bene, ma il mercato italiano è molto meno ricettivo rispetto a quelli svizzero, francese, inglese, più aperti a espressioni artistiche di altri continenti”.

Nandipha Mntambo, Maquette for Minotaurus, 2015 - courtesy Stevenson Gallery
Nandipha Mntambo, Maquette for Minotaurus, 2015 – courtesy Stevenson Gallery

LA SCENA SUDAFRICANA
Se negli ultimi anni sono sorte in Africa, a nord e a sud dell’Equatore, importanti manifestazioni espositive, se alle collezioni storiche (oltre alle “occidentali” Jean Pigozzi e Jean-Paul Blachère, vanno segnalate le “africane” Sinda Dokolo, Shyllon, Ruth Schaffner, Adama Diawara, Murtala Diop, Idelphonse Affogbolo) cominciano ad aggiungersene di nuove, se case d’aste nascono qua e là – a Lagos e ad Abidjan –, le gallerie ancora scarseggiano.
Soltanto in Sud Africa, già da tempo, le espressioni d’arte africana più originali sono state valorizzate da una rete di gallerie in grado di amplificare i loro messaggi in chiave internazionale, da un lato diventando trampolino di lancio per i giovani artisti, dall’altro sostenendo manifestazioni agguerrite come la Johannesburg Biennale, inaugurata nel 1995, o la Cape Town Art Fair, la cui quarta edizione si è tenuta dal 19 al 21 febbraio scorso.
Particolare, dunque, e totalmente avulsa dallo scenario africano globale, la situazione dell’art system in South Africa che trova a Cape Town e a Joahnnesburg poli espositivi di notevole peso e internazionale autorevolezza: fra le varie gallerie attive in questi centri urbani, la Stevenson Gallery (per citare qualche nome fra i tanti, con Wim Botha e Nandipha Mntambo) e la Goodman Gallery (per esempio, con Kudzanai Chiurai, celebre per le provocatorie immagini fotografiche dedicate al presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe), tutte e due con sede in entrambe le città. Quest’ultima, in particolare, vanta tra i suoi artisti storici sudafricani William Kentridge, un nome che, insieme a quello di Marlene Dumas, non lascia adito a incertezze.
A Joost Bosland, della sede di Cape Town della Stevenson Gallery, abbiamo chiesto come la galleria sia giunta alla scelta di alcuni dei suoi giovani artisti più rappresentativi: “Individuammo i primi lavori di Nandipha Mntambo (nata nello Swaziland nel 1982) a una mostra organizzata dalla University of Cape Town. Nel 2005, a due anni dalla sua apertura, la galleria presentò in una collettiva una sua opera. L’escalation di Mntambo fu rapida. L’artista è diventata molto nota per le sue interpretazioni fotografiche del mito di Narciso, metafora di una profonda riflessione sull’identità individuale e sulle diversità culturali del popolo africano. La conoscenza di Wim Botha (South Africa, 1974) risale invece a tempi antecedenti. In entrambi i casi ci colpì la ricchezza del linguaggio visuale e concettuale”.

Chéri Samba, Oui, il faut réfléchir, 2014 – courtesy Magnin-A
Chéri Samba, Oui, il faut réfléchir, 2014 – courtesy Magnin-A

LA MANO DELL’URBANISTICA
Le metropoli africane, con le loro caotiche bidonville, sono diventate fucine creative per molti giovani talenti. Qui si forgiano e traggono stimoli creativi indispensabili per sviluppare successivamente la loro poetica in altri luoghi, in Europa come negli Stati Uniti, o in America Latina. E proprio le città, intimamente lacerate dal punto di vista politico e sociale, ma anche dispensatrici di energia, tese alla conquista della libertà, al superamento dell’isolamento culturale e al progresso economico e tecnologico (nel 2012 sono stati registrati più telefonini in Africa che negli Stati Uniti e in Europa messi assieme: 650 milioni), cadono sotto la lente dei grandi architetti, che ne esaminano le caratteristiche per formulare interventi necessari a migliorare la loro complessa e problematica vivibilità.
Rem Koolhaas dal 2000 lavora a un libro su Lagos, la più grande conurbazione della Nigeria e non solo, soggetta negli ultimi tempi a una rapidissima e irregolare crescita, sorte condivisa da altre metropoli africane (Kinshasa, Dakar, Luanda, Nairobi, Johannesburg…). A Cape Town, l’architetto statunitense Alfredo Brillembourg sta elaborando nuove strategie abitative con il progetto di townships Empower Shacks, allo scopo di riqualificare urbanisticamente aree ad altissima concentrazione umana. Intanto, sempre a Cape Town, il londinese Heatherwick Studio sta dando gli ultimi ritocchi al MOOCA – Zeitz Museum of Contemporary Art Africa, ricavato da silos per il grano in disuso: 9.500 mq espositivi affacciati sul Victoria & Alfred Waterfront, che saranno adibiti a esposizioni d’arte, africana in primis.
Fra disagi sociali e forti pulsioni creative, gli immensi agglomerati africani, con le loro estese aree suburbane, diventano scenari dalle grandi potenzialità.

Alessandra Quattordio

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #30

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Alessandra Quattordio
Alessandra Quattordio, storica dell’arte e giornalista indipendente, ha esordito a fine Anni Settanta come curatrice dei cataloghi d’arte e fotografia editi dalla Galleria del Levante a Milano. Dopo la laurea in Storia dell’arte all’Università Statale di Milano, inizia a collaborare a riviste - fra cui D’Ars, Flash Art, Arte, Arte In, Meridiani - e a pubblicazioni del settore. Cura la presentazione di artisti e mostre, attività ancora oggi svolta. Ha insegnato Storia del Gioiello all’Istituto Europeo di Design, all’Istituto Superiore di Architettura e Design (ISAD) e al Politecnico di Milano. È stata a lungo caposervizio presso le Edizioni Condè Nast. In particolare, dal 1999 al 2015 presso AD Architectural Digest, occupandosi di arte, fotografia, design, interior e design del gioiello.