In omaggio a Zaha Hadid. L’opinione di Luigi Prestinenza Puglisi

Zaha Hadid, il più grande architetto donna di sempre. Ci vorrà almeno un secolo per farne una brava, altera e magnificamente insopportabile come lei. Così la pensa Luigi Prestinenza Puglisi. E questo è il primo di una serie di omaggi che pubblicheremo in suo ricordo.

Il Maxxi di Zaha Hadid - photo Simone Cecchetti
Il Maxxi di Zaha Hadid - photo Simone Cecchetti

I TRE GENI DEGLI ANNI NOVANTA
Gli Anni Novanta hanno selezionato tre geni dell’architettura: Frank O. Gehry, Rem Koolhaas e Zaha Hadid; anche se, ovviamente, come accade nei periodi immensamente fertili, di progettisti importanti ce ne sono stati numerosi altri.
Rem Koolhaas, artisticamente meno dotato dei tre, ma astuto come una volpe e opportunista come una faina, si è già riciclato per nuove avventure.
Frank O. Gehry con la Fondazione Luis Vuitton a Parigi ha mostrato che la sua vena non si è esaurita, anche se la sua produzione, di formidabile qualità, sembra oramai direzionarsi verso variazioni di temi già consolidati.
Restava Zaha Hadid, la grande. Che si muoveva su una linea di difficile equilibrio: da un lato non tradire la propria storia, dall’altro direzionare la ricerca verso una sempre più sofisticata sperimentazione di motivi e forme architettoniche autopoietiche, come le definisce il suo braccio destro Patrik Schumacher.

Il Bergisel Ski Jump di Innsbruck, disegnato da Zaha Hadid
Il Bergisel Ski Jump di Innsbruck, disegnato da Zaha Hadid

ZAHA HADID: GUAI A PARLARNE BENE
Una doppia mossa spiazzante. Che disorientava i radical chic del politically correct che non la vedevano autoflagellarsi per gli eccessi formali del passato, anzi rilanciare. Che insolentiva coloro che, legati agli stereotipi degli stessi Anni Novanta, la avrebbero voluta vedere ferma alla stazione dei pompieri del campus Vitra a Weil am Rhein.
Risultato? Guai a parlare bene della Hadid. Il suo nome era diventato impronunciabile nei circoli critici. Al pari di quelli di Daniel Libeskind e di Massimiliano Fuksas, altri due protagonisti dell’architettura degli Anni Novanta sui quali è calata la mannaia insolente di chi si autocompiace di parlare di architettura radicata nella teoria, di scelte etiche e di tutte quelle stupidaggini estetiche – perché di estetica di tratta: la costosissima e segregante estetica della povertà – che ci porteremo dietro con la prossima biennale di Venezia affidata ad Alejandro Aravena.

Zaha Hadid, Museo Messner, Plan de Corones
Zaha Hadid, Museo Messner, Plan de Corones

TIRARE DRITTO PER LA PROPRIA STRADA
E, in effetti, nella Hadid non si trova nulla di ciò che oggi si vorrebbe trovare: né le metafore mal riuscite di concezioni filosofiche esoteriche, né le facili citazioni a una storia mal digerita, né le semplici idee degli ingegneri delle carceri, né i ciuffetti di verde degli ecologisti sostenibili, né – e ciò è gravissimo – la francescana povertà di Miuccia Prada.
Zaha Hadid, la divina, progettava invece pensando al sommo Kazimir Severinović Malević, ai costruttivisti, ai suprematisti, a Oscar Niemeyer, alla grande architettura barocca, alle stimolanti geometrie euclidee e posteuclidee offerte dal calcolatore. Pensava solo allo spazio, ritenendo che l’architettura fosse niente di meno e niente di più di questo: spazio. Non teoria. Vi rendete conto di quanto faceva soffrire tutti i critici che scrivono quintalate di nonsense chiamando in causa Virilio, Derrida, Foucault, Guattari, Tafuri, De Man, Peirce, la geopolitica, gli studi di genere, il new criticism, l’Architettura Assoluta, la Tendenza, i pupazzetti di chi non ha mai messo in piedi due mattoni e le trovate di Superstudio?

Il Riverside Museum, a Glasgow, progettato da Zaha Hadid
Il Riverside Museum, a Glasgow, progettato da Zaha Hadid

SOLO I GRANDI SBAGLIANO
Purtroppo Zaha Hadid se ne è andata via a sessantacinque anni, trovandosi ancora in mezzo al guado, oltrepassando il quale avrebbe incontrata un’architettura più disinibita e libera: un percorso simile a quello del grande Frank Lloyd Wright, che proprio verso i novant’anni, nel momento in cui abbandonò tutti i tabù, realizzò i suoi massimi capolavori.
Un percorso che ovviamente non può che portare con sé anche opere meno convincenti, imperdonabili concessioni commerciali e risucchi creativi: ma solo gli sprovveduti credono che tutte le ciambelle, anche a un genio, riescano con il buco. O che il kitsch non sia il prezzo che spesso l’autore, che si eleva di una spanna sopra tutti, debba pagare per seguire il proprio destino. Riposa in pace, grande Zaha Hadid, il più grande architetto donna di sempre. Ci vorrà almeno un secolo per farne una brava, altera e magnificamente insopportabile come te.

Luigi Prestinenza Puglisi

www.zaha-hadid.com

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)