Luca Bertolo recensisce Il brevetto del geco, l’ultimo libro di Tiziano Scarpa

L’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa è ambientato a Venezia, nei giorni precedenti l’inaugurazione della Biennale d’Arte. Ve ne abbiamo parlato su Artribune Magazine. Qui invece lo interpreta un artista: Luca Bertolo.

Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco, Einaudi, Torino 2016
Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco, Einaudi, Torino 2016

QUEL MISTO DI SOLIDARIETÀ E INVIDIA
È un onesto artista sulla quarantina, ha realizzato opere interessanti e non manca di genio. Campare del proprio lavoro, però, quella è una chimera ancora lontana. Federico Morpio, questo il suo nome, presta la propria manovalanza intellettuale per siti web e roba del genere, ma si trova comunque al verde e per giunta con poco tempo a disposizione per il proprio lavoro artistico: una frustrazione fin troppo nota fra gli artisti. Frequenta gli opening dei colleghi, con quel misto di solidarietà e invidia altrettanto noto, ancorché raramente confessato.
Siamo in Italia, ma se anche fossimo in Germania – con molte più opportunità per esporre in spazi pubblici e ottenere borse di studio – la faccenda, da un punto di vista esistenziale, non cambierebbe poi tanto: il singolo individuo si autoinveste del ruolo di artista (per necessità, vocazione, ambizione ecc.) e poi lotta per dimostrare a se stesso e agli altri che quel che fa ha un senso. (Come spiegare a mia madre che quel che faccio serve a qualcosa? si intitolava un convegno sulle nuove ricerche artistiche: tenutosi al Link di Bologna nel 1997, molto partecipato e vivace, fu organizzato da Salvatore Falci, Eva Marisaldi, Giancarlo Norese, Cesare Pietroiusti, Anteo Radovan, Cesare Viel e Luca Vitone).

ARTE E LETTERATURA
Il valore di quello che faceva era indecidibile. Non era sempre stato così?”. Benvenuti ne Il brevetto del geco, l’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa (qui potete leggere un suo editoriale all’epoca del Padiglione Italia targato Sgarbi). Romanzo intelligente, avvincente, raffinato, comico, coraggioso. Lettura quasi obbligatoria per i frequentatori a vario titolo del mondo dell’arte. Proverò a dire sinteticamente perché.
Tanto per cominciare, un romanzo che dedica ampio spazio all’arte e agli artisti è un evento piuttosto raro [a questa nicchia di pubblicazioni è dedicata la nostra rubrica Stralcio di prova, N.d.R.]. Questo sottogenere vanta famosi capisaldi come Il capolavoro sconosciuto di Balzac (1831) e L’opera di Zola (1886), ma per la stragrande maggioranza è composto da biografie d’artista, più o meno romanzate, come Vortici di Gloria di Irving Stone (su Pissarro e gli impressionisti), e dunque ricostruzioni di un clima culturale ormai passato. Il fatto raro e prezioso si dà quando uno scrittore si occupa di artisti a lui contemporanei, perché tale descrizione, che è anche un’interpretazione del presente, diventa a tutti gli effetti un contributo critico “militante” al discorso contemporaneo sull’arte.

Tiziano Scarpa – Il brevetto del geco, Einaudi, Torino 2016
Tiziano Scarpa – Il brevetto del geco, Einaudi, Torino 2016

FRAGILITÀ DELL’ARTE
La struttura narrativa del libro si basa su due vicende parallele, due ricerche decisamente esistenziali: da una parte, Adele e Ottavio (non artisti) cercano di avvicinarsi a una fede religiosa autentica;  dall’altra, l’artista Morpio cerca un modo dignitoso per sopravvivere nell’inautentico mondo dell’arte. Strana cosa… Per circa un secolo, diciamo da Nietzsche a Andy Warhol, l’arte aveva preso in consegna quello Spirituale ormai difficilmente accettabile nella forma codificata di una religione. Poi, finito il modernismo con la sua carica utopico-millenarista, dopo alcuni decenni di passaggio (tutti “post”: post modernismo, post colonialismo, post fordismo ecc.) riappare sulla scena l’integralismo religioso mentre l’arte – iper laica, attivista, atomizzata, sottrattasi ad ogni forma di giudizio critico, finanziarizzata fino alle orecchie – si interroga (o non lo fa) sul suo stato di salute.
Sia come sia, uno dei risultati dello spietato confronto (arte/religione) nel romanzo è che pensieri, preoccupazioni e desideri di Morpio e dei suoi colleghi risultano in maggioranza fragili se non futili, di piccolo calibro. Il ristretto, egotico e un po’ autistico mondo dell’arte contemporanea sembra mancare di grandezza, di generosità, di afflato collettivo. In effetti, il massimo di collettivo, nella vicenda, è dato dalla permanenza del gruppetto di artisti, per una settimana, in un piano-terra-con-vetrina su una calle veneziana durante l’inaugurazione della Biennale; vivono e lavorano assieme, certo, ma sembrano inscenare una copia scolorita di quella modalità comunitaria  (ricca sia di scontri che di solidarietà) diffusa tra gli artisti di una-due generazioni fa; questa loro “performance” (inautentica fin dall’ideazione capziosa e truffaldina di una persona esterna al gruppo, che cercherà di farla passare come propria) ricorda piuttosto una puntata del Grande Fratello che non un esperimento artistico. Non che gli artisti coinvolti non siano dotati di idee, talenti e un po’ di buona fede. Ce l’hanno, ma evidentemente non bastano a riscattare quella fragilità che avvolge la loro (la nostra) arte e la loro (la nostra) vita.
Del resto nel panorama in cui si muovono (ci muoviamo) svettano “opere insulse, che non potendo contare sul loro valore artistico, si legittimano con l’enormità della mole. Non riesci a fare qualcosa di grandioso? Fallo grandissimo […] Il sublime romantico procurava un sacro spavento: ci si sentiva minuscoli di fronte al paesaggio, ammirando atterriti l’abissale potenza della natura, Il sublime contemporaneo procura un sacro rancore: ci si sente una nullità dinanzi all’economia, invidiando sgomenti il monumentale potere del denaro”.

Padiglione Danimarca, Danh Vo, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini
Padiglione Danimarca, Danh Vo, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

RELIGIONE E METANARRAZIONE
In ogni caso, più che al piano politico o sociologico, l’autore del romanzo sembra interessato ai dati esistenziali dei singoli personaggi. Il difficile rapporto con il proprio padre, che invecchia e muore, è tratteggiato con rara intensità. E c’è la questione della religione in un mondo definitivamente secolarizzato (tema spinoso e ancora abbastanza “esotico”, anche se ho la sensazione che qualcosa stia cambiando, e non solo in letteratura, dove va segnalato un altro bellissimo romanzo recente, Il Regno di Emmanuel Carrère).
Il brevetto del geco è un romanzo ambizioso da molti punti di vista. A prima vista piana, semplice, colloquiale, la scrittura è allo stesso tempo una faccenda molto articolata: il romanzo oscilla continuamente tra narrazione classica e metanarrazione, quella cosa, per intenderci, in cui a un certo punto un personaggio si rivolge al suo autore. In più momenti la voce narrante scivola verso forme anomale di autorialità – l’effetto è un po’ inquietante, – come quando le Parole stesse prendono voce per raccontare il loro punto di vista…

Maria Papadimitrou, Agrimiká. Why look at animals? - materiali per il Padiglione della Grecia - Biennale di Venezia 2015
Maria Papadimitriou, Agrimiká. Why look at animals? – materiali per il Padiglione della Grecia – Biennale di Venezia 2015

IL PROBLEMA ECFRASTICO
Per tornare alle faccende artistiche, vorrei sottolineare un’ultima cosa. La maggioranza degli artisti di cui si racconta nel libro hanno un approccio concettuale al proprio lavoro. Spiccano le idee, di cui le opere sono l’illustrazione o, se volete, la realizzazione materiale. Alcune sembrano interessanti, affascinanti persino, altre sembrano delle semplici trovate, con punte di grottesco. (Un interessante corollario, dovuto alla proprietà transitiva dell’arte concettuale, è che le opere d’arte inventate da Scarpa, grazie al suo libro ora esistono a tutti gli effetti!)
Ma il punto è un altro. È interessante (e un po’ sconsolante) vedere ancora una volta quanto poco si prestino ad essere raccontati i quadri-quadri o le sculture-sculture, intendo quelle opere che si presentano senza l’accompagnamento di lunghi apparati filogenetici, di moda da alcuni anni, tipo “ci sono 7 fori come i 7 sigilli di una tradizione gnostica che risale al secondo secolo” oppure “l’opera riprende lo stesso materiale usato nella prima serie di mobili che il designer inglese fece realizzare in India negli Anni Trenta”.
Cosa dire di un quadro semi astratto come Prospect (1964) di Philip Guston? In un certo senso si tratta di un “problema tecnico”, come ha spiegato benissimo lo stesso Scarpa in uno scambio mail con chi scrive: “Dipende dalla natura del medium in cui io mi esprimo: le parole. È ovvio che con le parole vengono meglio le descrizioni di ‘idee’ e ‘progetti’ e ‘trovate’, mentre la descrizione di un dipinto informale, oppure un’installazione enigmatica senza una chiara strutturazione risulta molto meno nitida. Per fare un altro esempio, prova a descrivere un dipinto di Guston o di Pollock; e adesso prova a descrivere la Brillo Box di Warhol o due statue che si guardano di Giulio Paolini: è evidente che Warhol e Paolini ‘vincono’, vincono linguisticamente, ossia risultano molto più facilmente immaginabili. Al contrario, un Guston o un Pollock vanno visti, non c’è descrizione che tenga. Nel romanzo mi è risultato molto più agevole descrivere opere in cui gli elementi costitutivi erano più ‘scorporabili’ e chiari, e dunque, fatalmente, dove l’‘intelligenza’ e l’‘idea’ erano distinguibili dalla realizzazione. C’è una specie di empatia e direi quasi una parziale consustanzialità fra l’opera ‘intelligente (cioè quella dove prevale l’idea, la trovata, il progetto) e la traduzione di quell’idea in parole”.
A questo punto sarebbe interessante capire quanto (io credo enormemente) questa “consustanzialità” abbia influito sull’autoselezione che artisti e critici/curatori hanno operato sulla produzione degli ultimi trent’anni, gli anni della comunicazione assoluta. Sia come sia, ho l’impressione che i tempi stiano cambiando di nuovo, silenziosamente appaiono qua e là segnali di una rinnovata fiducia nel medium, nella capacità che ogni medium ha di dire cose che le Parole faticano a comprendere (Paul Valéry: una brutta poesia è quella che svanisce nel suo significato). E se per un attimo ci stacchiamo dalle prosaiche gesta degli artisti, ci accorgiamo che Il brevetto del geco torna e ritorna, anche se in punta di piedi, al nucleo del senso, un nucleo forse inevitabilmente misterioso: “Facevano dipinti, disegni, foto, video: facevano rettangoli. Ritagliavano un confine rettangolare, all’interno del quale il mondo diventava più intenso. Lì dentro le cose significavano diversamente. Metri quadrati in cui la visibilità e il suo enigma si addensavano, diventavano più fitti rispetto al resto del mondo”.

Luca Bertolo

Tiziano Scarpa – Il brevetto del geco
Einaudi, Torino 2016
Pagg. 336, € 20
ISBN 9788806203115
www.einaudi.it

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Luca Bertolo
Luca Bertolo (Milano, 1968) è artista visivo e autore di sporadici testi di critica e narrativa.

2 COMMENTS

  1. Interessante. Probabilmente da leggere, avendone il tempo, già in effetti occupato a frequentare gli opening di cui si scrive :).
    Belle anche le considerazioni di Bertolo, sopratutto sulla debolezza della cultura letteraria a indagare l’arte quando si fa più specifica e si muove dentro qualcosa che è di più o di diverso del concetto.
    Ma non mi convincono le righe dove si dice che l’attuale mainstream dell’arte è iperlaico oltre che finanziarizzato : d’accordo in buona parte sulla presenza del secondo “componente” che però si accompagna molto spesso allo spiritualismo da supermercato, alla New Age di sponda molto presenti e più funzionali del pensiero laico, fonte di scetticismo e di critica, quindi di complessità, piuttosto che di meravigliata rassicurazione o peggio, di moda.

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