Checco Zalone. Perché tante critiche?

Se ne stanno leggendo tante, delle solite critiche elitarie al film “Quo Vado?” con Checco Zalone. Come se sbancare il botteghino fosse per forza un male. Non sarà perché assomiglia troppo a un documentario?

Checco Zalone in Quo Vado?, 2015, photo credits Ufficio stampa Fosforo Comunicazione, foto di Maurizio Raspante
Checco Zalone in Quo Vado?, 2015, photo credits Ufficio stampa Fosforo Comunicazione, foto di Maurizio Raspante

IL PUBBLICO
Il 3 gennaio 1954 la RAI inaugurava le sue trasmissioni. Non esisteva ancora un linguaggio televisivo, tutto da inventare, e la modalità di fruizione era collettiva, come al cinema. Anzi, a volte gli apparecchi venivano collocati proprio sui palchi dei cine-teatro.
Domenica 3 gennaio 2016, 62 anni dopo. Con Quo Vado?, il film diretto da Gennaro Nunziante e interpretato da Checco Zalone (al secolo Luca Medici) accade più o meno lo stesso. Le sale traboccano. Fila disordinate che richiamano alla memoria l’Annona. E se proprio un paragone con il cinema del passato dobbiamo farlo, non è con la commedia degli Anni Sessanta, ma con il Neorealismo. Nel senso che sembra proprio di essere caduti dentro un film del dopoguerra, con scene di folla scomposta, i volti della povertà che sorride e per un paio d’ore dimentica i propri mali. La funzione originaria del cinema, il puro intrattenimento, la distrazione. Il problema quindi non è solo di ordine estetico. E la cosa risalta molto di più nei cinema del sud, a Natale, quando ci si accorge che Quo Vado? è l’appuntamento atteso da famiglie che questo possono permettersi. Donne vestite male, pettinate peggio. Uomini dal viso rassegnato, bimbi sguaiati, con l’accento pronunciato e dallo scarso vocabolario. Questa è l’Italia. E dobbiamo ringraziare Checco Zalone se meglio di qualsiasi indagine demografica riesce a fotografare il Paese in modo così asettico.
In breve la trama: Checco è il tipico italiano medio, attaccato al posto fisso e innamorato dei suoi benefit e della madre, che è la stessa cosa. Ora, considerando che il racconto è più vicino alla realtà che alla parodia, c’è da chiedersi di cosa stiano ridendo gli italiani. Se si rendono conto di fare la fila per guardarsi allo specchio, senza le attenuanti della distanza sancita dal grottesco fantozziano o dalla maschera di Alberto Sordi, per esempio. Se cioè sono consapevoli che Zalone restituisce la loro immagine senza deformarla. In un certo senso non assistono a un film, ma a un documentario.

Checco Zalone in Quo Vado?, 2015, photo credits Ufficio stampa Fosforo Comunicazione, foto di Maurizio Raspante
Checco Zalone in Quo Vado?, 2015, photo credits Ufficio stampa Fosforo Comunicazione, foto di Maurizio Raspante

LA CRITICA
Zalone ha scomodato fior fiore di intellettuali, premi Strega, penne impegnate, animali da scrivania anche loro incollati alla sedia, seppure per più nobili fini. Tutti a chiedersi il perché di questo successo. Ma specialmente se questi grandi numeri possono conciliarsi con l’idea di qualità, passando il film al vaglio di parametri valutativi che appartengono alla Prima Repubblica – volendo citare la hit sfoderata da Checco in una delle scene madri – e a un’epoca che è stata seppellita insieme alla definizione PAL e ai manicheismi. Senza dire che il mainstream, quando non è spazzatura, può addirittura essere capolavoro. Perché ha raggiunto e appagato tutti, a diversi livelli di lettura. Dalla Cappella Sistina a Michael Jackson, arte vera insomma.
E poi non si capisce perché chi predica valori di sinistra ambisca all’élitarismo a priori, alla nicchia: altro che masse. Un’inquisizione che individua nel successo il peccato mortale. Il demone da additare, ma a cui ambire neanche troppo segretamente racimolando like sui social con frasi a effetto.

IL FILM
Veniamo al film, alla regia di Nunziante. Classica, di genere verrebbe da dire, che sacrifica la ricerca dell’immagine sull’altare della comicità. Che ruota intorno ai gesti, ai dialoghi e ai tempi del comico. E lavora silenziosa dietro le quinte per veicolare la battuta nel modo più diretto. Tutti i film comici sono così, incentrati sull’attore. E meno si pone attenzione alla regia, più essa è riuscita. E di regia cinematografica si tratta, se si svincola dai singoli sketch per dispiegarsi in un racconto unitario e coerente, usando le tecniche del cinema e non quelle televisive. Lo stesso Guzzanti (Corrado, mi raccomando), mente tra le più belle che il nostro Paese abbia avuto la fortuna di conoscere, non è riuscito a trasformare gli episodi geniali di Fascisti su Marte in un film che avesse ragione d’esistere, quindi così facile non deve essere. E ci vuole mestiere.
Altra critica: l’esportabilità. Il film è circoscritto al territorio nazionale e risulta incomprensibile all’estero: non ha mercato. Quindi gli incassi da record registrati in patria, se proiettati in uno scenario di distribuzione planetaria, non sarebbero così clamorosi. Chi vuole la nicchia poi però si aspetta il successo globale, e forse l’Oscar.

Checco Zalone in Quo Vado?, 2015, photo credits Ufficio stampa Fosforo Comunicazione, foto di Maurizio Raspante
Checco Zalone in Quo Vado?, 2015, photo credits Ufficio stampa Fosforo Comunicazione, foto di Maurizio Raspante

CHECCO ZALONE
C’è chi addirittura pensa a un complotto di Medusa, che ha distribuito così tante copie da imporre Checco agli italiani. Un fenomeno indotto. Però ad esempio con l’ultimo film di Muccino (Silvio) non ha funzionato: ospitate televisive ogni dove, trecento copie distribuite sul territorio nazionale e ritirate meno di due settimane dopo per flop. I grandi numeri funzionano per osmosi, vengono dal basso e derivano dall’alto, allo stesso tempo. E c’è la costante di una figura carismatica, che catalizza le proiezioni delle masse. Il corpo del comico capta con più facilità le correnti sociali striscianti, perché veicola in maniera più immediata le emozioni, saltando il filtro critico della ragione. Si ride come si tossisce, senza pensarci.
Checco Zalone riesce a far ridere, tutti. E qui la crisi di chi era abituato a tenere i denti stretti e si ritrova con la bocca spalancata. E la conseguente corsa a trovare una spiegazione rassicurante, che chiarisca il meccanismo, assolva i ridaioli, senza incensare Zalone, questo no, sarebbe davvero troppo.
E se invece dicessimo che far ridere in maniera così diretta e franca, senza mai scadere nella volgarità; e con un copione che dissimula onestamente uno studio accurato dei ritmi e della parola è un talento che in pochi, pochissimi possiedono? Che l’intelligenza più raffinata è quella che diverte e non annoia? E che nella semplicità immediata di una battuta si può nascondere la sintesi di un concetto complesso e stratificato? E se dicessimo che Checco Zalone è un uomo brillante, che sa lavorare con la parola, il corpo, la musica? E che non è buonista ma politicamente scorrettissimo? Tanto da richiamare gli stereotipi ingenui a cui eravamo abituati un tempo, come la tribù africana di cannibali, tipica degli albi di Topolino di qualche decennio fa? E se dicessimo che Zalone è davvero bravo, e che la sua comicità è tutt’altro che facile, bensì misteriosa, come i tutti fenomeni imprevedibili e in parte irrazionali? Qualcuno potrebbe restarci male?

Mariagrazia Pontorno

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