Quadriennale di Roma. La replica di Tosatti a Bernabè

Con questa siamo a tre lettere. E probabilmente lo scambio si chiuderà qui, almeno per il momento. Parliamo della Quadriennale di Roma e delle dichiarazioni in forma di lettera aperta che sono partite prima da Gian Maria Tosatti e poi dal presidente Franco Bernabè. Qui la replica dello stesso Tosatti.

Palazzo delle Esposizioni, a Roma
Palazzo delle Esposizioni, a Roma

Gentile presidente,
la ringrazio della risposta a una mia lettera che era comunque indirizzata ai miei colleghi artisti. In piena onestà – e per questo nell’interesse di entrambi – devo dire che, per quanto apprezzi le rassicurazioni sull’intenzione dell’istituzione a lavorare affinché la mostra abbia requisiti di unità e coerenza, la sua lettera fugge i punti essenziali della mia critica all’istituzione stessa, ovverosia la carenza di attività di analisi e di coinvolgimento, di dispositivi di confronto da mettere in piedi nei quattro anni precedenti la mostra affinché poi quest’ultima sia il risultato di un processo condiviso e non di una chiamata arbitraria.
Lei d’altra parte non presiede un ente che promuove semplicemente un’esposizione. L’orizzonte della Quadriennale copre l’intero arco di attività e progetti che si sviluppano tra una mostra e l’altra. È questo il periodo vero in cui si costruisce un progetto serio. Non guardiamo quindi al rapido passaggio a Palazzo delle Esposizioni, ma alla Quadriennale nel suo insieme. Se in quattro anni di incontri, di costruzioni, di scontri e anche di traumi emerge un gruppo di persone (non per forza solo curatori, considerando che la Quadriennale è stata inventata dagli artisti!) con la capacità di sviluppare una ricerca coerente, allora è altamente probabile che anche la mostra verrà su interessante e forte.
Per farlo ci vogliono tempi e ricette. Improvvisare una scommessa all’ultimo momento può risultare controproducente. Ci vuole un piano e la volontà di mettere a disposizione un’istituzione che comunque sta sul territorio con una sede stabile tutti i giorni, anche nei quattro anni che intercorrono tra un’esposizione e l’altra. D’altra parte, se c’è un palazzo intero, uno staff e tutta una cornice pagata mese per mese, direi che è bene che si sforzi di più per essere un luogo di confronto e un luogo in cui si ricercano metodologie di studio, monitoraggio e riflessione sulla scena “contemporanea”, ossia, oggi, sulla scena della mia generazione (che è quella che farà poi le Quadriennali).
Questo non è avvenuto. E per quanto cortese e diplomatico sia il suo modo di rispondermi, quanto le scrivo non può avere repliche credibili a parole o in intenzioni, visto che io le parlo di un dato di fatto. Certo è una responsabilità che deve condividere coi suoi predecessori e con la direzione. Ma, allo stato attuale, l’unica replica vera, che come artista e come intellettuale mi sento di accettare, è quella dei fatti. Mostrateci come saprete trasformare l’istituzione dall’astronave retrograda che è in un laboratorio di pensiero e di azioni volte al servizio di quanto oggi è il presente dell’arte. D’altra parte, questo è il dovere del Cda che presiede.
Rispetto alla presente Quadriennale, suggerisco che forse si dovrebbe chiedere ai curatori di specificare già da adesso con quali altri colleghi vorrebbero trovarsi a lavorare. E soprattutto perché. Questo, penso, potrebbe aiutare la commissione a capire se ci sono delle linee di lettura comuni, che possano poi risultare vincenti quando si tratterà di costruire la mostra.

Franco Bernabé
Franco Bernabé

Sulla Commissione, si apre comunque una questione a parte. Pur essendo composta da professionisti che stimo per i loro percorsi individuali, mi pare evidente che i criteri di nomina – che non conosco – abbiano dimostrato una certa approssimazione, esprimendo un organo che nell’insieme non è strettamente competente, perché non dotato della necessaria (in questo specifico caso) conoscenza capillare (!) e profonda della scena italiana curatoriale e artistica di questa generazione. È questo, infatti, il contesto che si troveranno a giudicare, dovendo attribuire credibilità o meno a progetti la cui differenza sta principalmente non tanto nella lista degli artisti o nelle idee esposte – che potranno anche essere simili, considerando che in Italia negli ultimi quindici anni non è poi successo molto – ma appunto nell’autorevolezza dei percorsi critici compiuti in questi anni e che spesso, causa lo stato di salute culturale del Paese, può essere inversamente proporzionale ai riconoscimenti istituzionali ottenuti.
Ai giurati, alcuni dei quali conosco personalmente, mi permetto di dare un ulteriore consiglio non richiesto: guardate con attenzione nei curriculum chi ha davvero lavorato sull’arte italiana dell’immediato presente e soprattutto come lo ha fatto. Perché credo che più di qualcuno dei selezionati l’abbia presa in analisi in modo abbastanza discontinuo e pretestuoso. Nella lista ci sono persone che all’arte italiana di oggi hanno dedicato assai poca attenzione o si sono limitati a esporla, senza “sporcarcisi” le mani e il pensiero, senza esserne compagni di strada. E in questo senso già l’invito mi è parso un atto di scarsa coerenza.
Mi si perdonino i toni netti ma, nel pieno rispetto di tutti, è bene che si cominci a confrontarsi cercando di essere chiari.
D’altra parte, il nostro scambio di visioni è già stato scavalcato dalla realtà delle cose, come anche lei, presidente, avrà avuto modo di intendere in queste settimane. Perché, oggi, la domanda vera non è “quali curatori e quali artisti interessano alla Quadriennale?”, ma “a quali curatori e a quali artisti interessa la Quadriennale?”. È un capovolgimento di valori assai delicato, se visto dalla prospettiva di un’istituzione, che vi incita a un cambio di strategia che va ben oltre la mostra.
Che sappiate cogliere l’occasione e fare di questa crisi un momento di svolta è il mio auspicio e il mio sincero augurio. D’altra parte, se non sarete capaci di farlo, sarà infine la Quadriennale a essere cancellata, non l’arte italiana.

Gian Maria Tosatti

www.quadriennalediroma.org

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