Intervista a Cesare Manzo. “Ho chiuso perché non si vende più”

Mezzo secolo, poco meno. Una storia lunga e importante, quella di Cesare Manzo. Una storia che ora finisce, con l’amara decisione di chiudere la galleria. In questa intervista la sua storia, con tanti aneddoti. Come quando a fargli da assistente c’era un tale Andrea Pazienza…

Cesare Manzo

Cesare, iniziamo dall’inizio. Si parla di 48 anni di galleria. Ma davvero?
Sì, e sono piuttosto triste. Non sto bene. Non è facile dopo tutti questi anni.

Si dice che prima tu facessi l’edicolante. È vero?
Sì, trasportavo i giornali in montagna per quasi 180 chilometri al giorno. Avevo un’edicola e il pomeriggio aprivo la mia prima galleria.

All’epoca com’era la città di Pescara?
Pescara e i giovani avevano voglia di arte contemporanea, e ovviamente anch’io.

Chi erano i galleristi che guardavi con ammirazione e stima?
Lucio Amelio di Napoli e Giorgio Marconi di Milano erano i galleristi che più stimavo.

Ma questa storia di Andrea Pazienza che ti faceva da segretario è vera? Raccontaci.
Andrea Pazienza mi aiutava in galleria: geniale e colto. Era però un casinista. Gli feci la prima mostra, criticato da tutti perché aveva diciassette anni; aveva due professori (Visca e Paolinelli) che lo controllavano, ma lui era uno spirito libero e prendeva in giro tutti, compreso me, che gli volevo bene come un figlio. Potrei parlare di Andrea per un giorno intero… Una volta, quando era ancora minorenne, lo feci entrare al cinema per vedere le Mille e una notte di Pasolini e quando uscimmo dal cinema incominciò a delirare in maniera simpatica come solo lui sapeva fare. Comunque lui faceva dei disastri, era alto e non riusciva a gestire la sua felicità, quindi quando mi abbracciava mi rompeva qualche opera. Un giorno un suo professore era tornato dall’ospedale per un incidente e per la contentezza gli saltò addosso. E così gli ruppe l’altra gamba.

Cesare Manzo con Andrea Pazienza
Dall’album dei ricordi di Cesare Manzo

Oggi invece chi sono, se ci sono, i galleristi che apprezzi?
I galleristi che apprezzo sono tanti ma non faccio nomi.

Ma dai, invece qualche nome lo vogliamo. Specie ora che ti congedi.
Okkay. De Carlo, Guenzani, la Continua di San Gimignano e Vistamare di Pescara.

Con quali artisti lavoravi allora? Come li avevi scelti?
Gli artisti che contrapponevo agli altri due galleristi Pieroni e De Domizio erano per esempio Mattiacci, Zorio, Nagasawa, Trotta…

A parte Pescara hai aperto anche gallerie a Roma e, prima, a Milano. Ci racconti?
Avevo anche la galleria a Milano, dal 1980 al 1985, ma non trovando finanziatori l’ho chiusa. A Roma sono rimasto cinque anni ma, anche lì, senza finanziatori è stato obbligatorio chiudere. Pescara è la città in cui sono state fatte tante mostre, da Kounellis a Beuys, da Pistoletto a Pisani, e io mi mettevo in mezzo ai due galleristi locali più potenti e devo ringraziare Pieroni e De Domizio che portavano questi grandi artisti.

Cesare Manzo
Cesare Manzo

Il pubblico che hai avuto e i collezionisti che ti hanno sostenuto sono stati prevalentemente pescaresi o anche di altro genere? In generale hai trovato che l’Abruzzo abbia accolto le tue proposte con una mentalità aperta?
Ho avuto pubblico da tutto il mondo. Anche grazie ai miei Fuori Uso.

Parliamone. Verso la fine degli Anni Ottanta inizi a pensare a Fuori Uso, che avrà la sua prima edizione nel 1990. Com’è andata? Come ti è venuto in mente questo format?
Il progetto mi è venuto in mente quando ho visto degli spazi che potevano interessarmi per il fascino che esercitavano: Aurum, ex Conservatorio, la fabbrica del Gaslini, Ferrhotel e altri ancora. È l’opera che conta, anche se c’è un muro rovinato: la gente osservava l’opera, non il muro.

Ripercorriamo qualche edizione. Qualche aneddoto.
Allora, quando ho iniziato con i Fuori Uso, in Italia non c’erano musei di arte contemporanea, c’erano solo il Castello di Rivoli e il Pecci di Prato. Dopo Fuori Uso l’Italia si scatenò: anche Cattelan e Gioni a Berlino hanno fatto un Fuori Uso in occasione della loro Berlin Biennale di qualche anno fa…

Quali curatori hanno lavorato per te in queste mostre?
Achille Bonito Oliva, Giacinto di Pietrantonio, Laura Cherubini, Nicolas Bourriaud e altri ancora.

Cesare Manzo
Cesare Manzo

Ora che hai chiuso hai rimpianti?
Solo una volta ho fatto una mostra a un raccomandato perché costretto. Ancora oggi ci sto male.

Non hai trovato soci, partner, non hai persone a cui lasciare l’attività invece di chiuderla? E non hai voglia di fare debiti?
Non ho mai avuto soci o finanziatori e non ho avuto nessun appoggio. Se chiedi di comprare ti rispondono tutti che “c’è la crisi”. Chiudere la galleria è stato inevitabile quando ho visto che ero costretto a fare dei debiti per rimanere aperto. In passato ho sempre cercato un socio, un finanziatore, ma non c’è mai stato.

L’assessore alla cultura di Pescara, apprendendo della tua decisione, ha dichiarato che nei suoi progetti per il rilancio culturale della città ci sei anche tu. A cosa si riferiva?
Niente. Nulla…