Jake Chapman, i bambini e i musei. Ovvero cosa non si fa per avere una prima pagina

La vicenda risale al 2 agosto, quando Jake Chapman – fratello dell’assai più versatile Dinos – rilascia un’intervista all’Indipendent, dove dichiara che al museo è meglio non portare i più piccoli, che tanto non sono nemmeno umani. Apriti cielo: le dichiarazioni vengono riprese ovunque, e con qualche giorno di ritardo pure dal nostro Corriere della Sera. Fra le proteste, arrivano quelle delle “mammine”. Ma la sparata di Chapman sa più di grezza operazione di marketing piuttosto che di sano e proficuo “permalismo”…

Jack and Dinos Chapman, Fucking Hell, 2008

La sparata era grossa, e se ne sono accorti tutti. Dall’intervista rilasciata all’Independent il 2 agosto 2014, subito ripresa dal Times, dal Guardian, dalla BBC, fino ad arrivare al nostro Corriere della Sera con la pagina di ieri 5 agosto. Un’opinione personale, quella di Jake Chapman (Cheltenham, 1966), o una provocazione? Ricordiamo le sue dichiarazioni: “I genitori sono perlomeno arroganti nel portare i propri figli ai musei. Mettere un bambino di fronte a un Pollock è un insulto al pioniere dell’Espressionismo astratto americano. È come dire che i suoi quadri sono idioti come i bambini? I bambini non sono neanche degli umani”. E dire che chi lo ha affermato è padre di tre figli, bontà sua. E a chi sostiene che Matisse o Picasso – il quale ha affermato di aver speso una vita per riuscire a dipingere come un bambino – hanno realizzato opere adatte ai più piccoli, Chapman risponde: “È ridicolo, non c’entra niente, chi lo afferma è peggio dell’idiota del villaggio. È come dire che un bambino può capire la pittura cubista perché il cubista dipinge come un bambino”.
Naturalmente si è sollevato un coro di proteste, pubblicate spesso dalle medesime testate che hanno riportato le dichiarazioni dell’artista inglese: dallo Spectator al Guardian, e non ultime le “mammine” del Corriere della Sera nel loro blog La 27a ora. Perché portare i bambini al museo non è un insulto agli artisti o alle opere, bensì un piacere per gli stessi genitori, che possono trasmettere ai figli un sano amore per l’arte, a patto di farlo in maniera sincera e spontanea, ascoltando i gusti e le inclinazioni dei più piccoli, e senza volerli rendere dei “forzati dell’arte”, col rischio di ottenere una sana e sicura ribellione adolescenziale.

E-Straordinario for kids - Mario Airò con i bambini del laboratorio
E-Straordinario for kids – Mario Airò con i bambini del laboratorio

Interviene sull’argomento Claudio Rosati, presidente dei probiviri di ICOM Italia: “Che cosa significa ‘capire’, come dice Chapman? Con lo stesso criterio non dovremmo dare i libri ai bambini piccoli perché non sanno leggere, mentre sappiamo che la familiarità con il libro, se sostenuta dall’adulto, è importante ancor prima del possesso dell’alfabeto. Ugualmente si può dire del museo, che può essere un luogo di emozioni, e l’emozione è sempre un tramite di conoscenza. Siamo sicuri, si interrogava Bruno Bettelheim, che i bambini abbiamo bisogno di imparare qualcosa dal museo e non, invece, di provare lo stupore e la meraviglia che li apre al mondo? L’interrogativo è ancora questo. Il problema non è nei bambini che non possono capire, ma nell’uso distorto che del museo possiamo fare noi adulti”.
E se i genitori non se la sentono, esistono ormai eccellenze consolidate: i musei hanno preso coscienza delle esigenze delle famiglie, oltre che degli stessi bambini, di avvicinarsi all’arte e sono molte le eccellenze nel nostro Paese. Le esperienze più riuscite, pensate per affiancare le famiglie che visitano insieme le gallerie, sono quelle di Palazzo Strozzi, che ha creato la “valigia della famiglia”, mentre a Palazzo Grassi hanno studiato una guida realizzata da ragazzi per i propri coetanei; e ci sono i laboratori e i dipartimenti del Mart, del Castello di Rivoli, del MAMbo a Bologna, giusto per citare alcuni esempi. Fino ad arrivare all’estremo del baby parking della Fondazione MAXXI, dove lasciare i bambini in sapienti mani mentre visitiamo il museo con bell’agio.

Simona Caraceni

http://www.independent.co.uk/arts-entertainment/art/news/a-gallery-visit-leave-the-children-at-home-says-top-artist-9644678.html
http://www.theguardian.com/artanddesign/shortcuts/2014/aug/04/jack-chapman-kids-art
http://blogs.spectator.co.uk/niru-ratnam/2014/08/taking-kids-to-galleries-is-an-important-way-of-demonstrating-ones-cultural-superiority-over-the-masses/
http://www.theguardian.com/artanddesign/2014/aug/04/jake-chapman-accused-snobbery-children-galleries
http://27esimaora.corriere.it/articolo/ma-chi-ha-detto-di-non-portarei-bambini-alle-mostrequel-provocatore-di-chapman/

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Simona Caraceni
Simona Caraceni, giornalista pubblicista, si occupa di nuove tecnologie e multimedialità dal 1994, fondando con Pier Luigi Capucci "NetMagazine" poi "MagNet", la prima pubblicazione elettronica in Italia. Ha insegnato all'Università di Bolzano, Macerata, Firenze, lo IED e la NABA di Milano, il DAMS e il Dipartimento di Informatica dell'Università di Bologna, e in numerosi corsi di aggiornamento professionale. Come attività di ricerca fa parte del Planetarium Collegium, il network internazionale di studiosi, artisti e docenti che approfondiscono il rapporto fra arte e tecnologie. È PhD in Aesthetics and Technology per il Planetary Collegium (University of Plymouth). Membro ICOM dal 2007, ha fatto parte dell'Executive Board di AVICOM dal 2010 al 2019 anche come vicepresidente e segretario generale e ha fondato e coordinato la Commissione tematica Audio-Visivi e Nuove Tecnologie di ICOM Italia dal 2007 al 2016 Nell'ambito della ricerca applicata si occupa di "musei virtuali", augmented reality, didattica tramite le nuove tecnologie e interaction design. Insegna “Museology, museography e virtual environments” presso la laurea magistrale internazionale “Digital Humanities Digital Knowledge” dell’Università di Bologna.