Il futuro della fotografia. Vol. I

In che modo sta cambiando la fotografia? Quali nuovi scenari si stanno delineando in conseguenza dell’avvento delle nuove tecnologie e di un ecosistema visivo in continua mutazione? E come cambia il ruolo del fotografo in questo contesto? Questi i temi del talk show pubblicato sul numero 12 di Artribune Magazine. Un argomento di grande attualità, sul quale abbiamo invitato a riflettere tante voci eccellenti. Qui ne trovate alcune. E parecchie altre sull’imminente numero 13 del magazine.

Fabio Castelli

FABIO CASTELLI
collezionista e fondatore di mia – milan image art fair
La fotografia sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti. Le trasformazioni tecnologiche che hanno visto in pochi anni l’abbandono della tecnologia analogica a favore di quella digitale hanno mutato profondamente i modi di produzione e di fruizione dell’immagine fotografica, dell’informazione a essa connessa e degli altri ambiti legati alla ricerca formale e alla conseguente valenza artistica.
Questo è un passaggio molto delicato in quanto, anche se l’immagine finale resta pur sempre una rappresentazione bidimensionale del mondo, il prelievo di realtà avviene, grazie al procedimento digitale, molto più rapidamente, immediatamente verificabile nell’esito finale e altrettanto velocemente trasmissibile. Inoltre la fase di postproduzione ha raggiunto livelli di intervento e manipolazione nemmeno immaginabili con il procedimento analogico. A questo si aggiunga il cambiamento nella fruizione: se prima era affidato ai tempi lenti delle pubblicazioni cartacee, ora ci si rivolge allo sconfinato e immediato medium del web. In una situazione così radicalmente mutata, il ruolo del fotografo è dunque quello di continuare a fare il suo mestiere, ovvero documentare, scoprire nuovi linguaggi, sfruttando le nuove opportunità di produzione e diffusione che ha a disposizione.

Denis Curti
Denis Curti

DENIS CURTI
vicepresidente della fondazione forma
La fotografia sta vivendo un momento di schizofrenia. Da una parte la crisi del “mestiere”, dall’altra il successo del linguaggio delle immagini. A questo si aggiunge un ritrovato interesse del mercato del collezionismo, che pare sempre più interessato alle produzioni fotografiche fine art. Le difficoltà del fotografo sono connesse alla crisi del mercato editoriale, soprattutto quello cartaceo. Diminuite le tirature e quasi scomparsa la pubblicità, i giornali faticano a rifornirsi di immagini di qualità.
La funzione documentaria della fotografia, tuttavia, ha poco senso solo apparentemente. L’esperienza della “rivoluzione dei ciclamini” ha dimostrato che quella vicenda è stata narrata direttamente dai protagonisti e quindi raccontata in diretta, grazie alle tecnologie digitali. Il reportage resta però nelle mani dei fotografi professionisti: narratori che dichiarano il proprio punto di vista e sostituiscono “io ho visto” con “io ho capito e ti spiego come la penso”. Stesso sentimento per la dimensione della ricerca legata al mercato fine art. La consapevolezza di ciò che si produce fa la differenza. Non c’è più spazio per l’improvvisazione.

Luca Panaro
Luca Panaro

LUCA PANARO
critico, curatore e docente all’accademia di belle arti di brera
La fotografia è in continua evoluzione ma credo non si possa ancora parlare di un enorme cambiamento rispetto al passato, quantomeno in termini culturali. Certo, l’avvento delle nuove tecnologie ha accelerato il processo di rinnovamento del linguaggio fotografico, ma i risultati di questa presunta svolta non sono ancora così evidenti nell’opera degli artisti. Siamo sulla soglia del futuro, stiamo cioè toccando con un dito le nuove opportunità offerte dal mezzo ma non le abbiamo ancora afferrate. Per farlo bisogna prima capire le specificità del medium.
Oggi la fotografia deve tenere conto della possibile ibridazione con video e computer grafica, della relazione con linguaggi non visivi e della comune convivenza su piattaforme informatizzate. Risulta quindi anacronistico parlare ancora di “fotografo”, il ruolo dell’artista che utilizza questo linguaggio sta cambiando, la sua opera nasce dal metodo in uso alle scienze etno-antropologiche, non più dall’approccio giornalistico che ha dominato il secolo scorso.

Paul Wombell
Paul Wombell

PAUL WOMBELL
critico e curatore. guest curator di le mois de la photo di montréal 2013
La macchina fotografica è uno strumento complesso, capace di trasformare lo spazio tridimensionale in una forma bidimensionale ridotta, controllando lo spazio, la luce e il tempo.
Questo processo richiede la capacità di coordinare i diversi elementi meccanici che agiscono nella macchina fotografica per ottenere un’immagine riuscita. Ma se una volta il fotografo aveva il controllo di tutti i calcoli necessari per determinare l’esposizione finale, oggi le azioni necessarie per produrre un’immagine sono spesso automatizzate. Tuttavia, i fotografi considerano la tecnologia neutrale e danno per scontato che l’immagine finale sia l’aspetto più importante del processo fotografico.
È in corso un cambiamento radicale nel rapporto tra la macchina fotografica e il corpo umano. Mentre gli esseri umani fanno sempre più affidamento sulla tecnologia per estendere la propria visione, la macchina fotografica assume i comportamenti normalmente associati al corpo e finisce per funzionare più come un robot. Quest’area di interazione si chiama computational photography ed era già stata predetta dal film Blade Runner nel 1982, con la macchina fotografica Esper.

Michele Smargiassi
Michele Smargiassi

MICHELE SMARGIASSI
giornalista de la repubblica
Il “secolo lungo” della fotografia, iniziato alla fine dell’Ottocento con la rivoluzione Kodak, si è chiuso agli inizi del millennio con l’effetto combinato della tecnologia digitale, che ha riportato nelle case il processo “confiscato” dai laboratori, e di Internet, che ha reso davvero “di massa” la fotografia (prima era di massa la pratica, ma ogni singola foto era accessibile a una cerchia ristretta di persone).
Con la disseminazione degli apparecchi fotografanti, ormai uno per ogni essere umano, e con la condivisione istantanea, la bilancia del sistema fotografia s’è ribaltata: ora sono le pratiche, le estetiche, le funzioni della condivisione a dettare le regole alla fotografia mediatizzata e perfino a quella d’autore. Dietro a tutto, la regia di un mercato potente, nascosto dietro l’apparente gratuità e orizzontalità della Rete, che spinge verso l’omologazione. Se ci sono ancora fotografi non eterodiretti, è il momento di dimostrarlo. O avremo un’altra cosa al posto della fotografia.

Marc Prüst
Marc Prüst

MARC PRÜST
consulente fotografico e curatore
Con centinaia di milioni di fotografie caricate ogni giorno su Facebook e sugli altri social media, com’è possibile oggi fare la differenza? Cosa rende le immagini di qualcuno diverse o di maggior valore rispetto a tutte le altre che vengono prodotte? Creare immagini di alta qualità non è abbastanza: chiunque abbia una buona macchinetta digitale e una memory card capiente può scattare qualche buona foto.
Per i fotografi questo significa che non è soltanto la loro immagine a fare la differenza, ma anche e soprattutto il messaggio che vogliono trasmettere con essa. Per farsi notare, il fotografo deve usare la propria qualità per raccontare storie che riescano a catturare il pubblico. Deve esprimere la propria visione sulla condizione umana attraverso il proprio lavoro. Deve avere una visione in grado di farlo spiccare tra la folla, una visione che viene condivisa attraverso la visualizzazione di una storia, che sia documentaria, commerciale o artistica.

Roberta Valtorta
Roberta Valtorta

ROBERTA VALTORTA
direttore scientifico del museo di fotografia contemporanea di cinisello balsamo
Credo che la fotografia contemporanea muti in più direzioni. La sparizione della professione del fotografo come figura specializzata e necessaria, man mano che un numero sempre più grande di persone accede all’utilizzo del mezzo fotografico (si pensi ai cosiddetti citizen-photographers); la trasformazione del fotografo in un operatore visivo in senso lato, capace di muoversi su più livelli su un’unica piattaforma tecnologica, dalla fotografia al video al graphic design; la perdita progressiva di fisicità dell’immagine fotografica, verso la dimensione virtuale, che sarà sempre più diffusa; la coincidenza tra produzione dell’immagine e distribuzione, provocata dalla Rete.
Dopo molte fatiche, la fotografia si è pienamente collocata nel mercato dell’arte, bisognoso ormai di ogni tipo di merce artistica, ma le trasformazioni indotte dalla tecnologia e le spinte di una società che oggi è veramente società di massa, stanno cambiando l’idea stessa di opera, di artista, di pubblico, e credo che ancora una volta la fotografia si trovi al centro di questo enorme fenomeno.

Ilaria Schiaffini
Ilaria Schiaffini

ILARIA SCHIAFFINI
docente di storia dell’arte contemporanea all’università la sapienza di roma
La tecnologia digitale ha riportato in primo piano il tema dell’autenticità della fotografia, a causa delle accresciute possibilità di manipolazione. Ciononostante continuiamo ad affidare a essa un valore probatorio unico. Il vero cambiamento consiste piuttosto nei nuovi usi dell’immagine numerica: ad esempio nell’immediatezza della sua condivisione in Rete, nel suo inserimento in un sistema di realtà virtuale, nell’apertura a un flusso creativo potenzialmente infinito di trasformazioni da parte dei navigatori. L’accessibilità e la pervasività della tecnologia digitale sta determinando trasformazioni profonde anche nel nostro rapporto con la realtà, con il rischio, ad esempio, che uno scatto con lo smartphone possa sostituire l’unicità e la spontaneità dell’esperienza individuale.
Di fronte al rimescolamento dei confini tra autenticità e contraffazione, tra appropriazione e simulazione del reale, diventa fondamentale sviluppare senso critico e consapevolezza, che consentano di governare attivamente i nuovi orizzonti dischiusi dalla fotografia nell’età digitale.

Silvio Wolf
Silvio Wolf

SILVIO WOLF
artista
Il visibile è tutto mappato; l’intero pianeta è ricoperto da immagini: nulla è più rimasto da fotografare. Google ci indica che tutta la pelle del visibile è stata rappresentata, così come l’intera catena del Dna è ora scritta e codificata. Gli scienziati affermano che solo il 4% della materia esistente è visibile, quindi anche fotografabile, mentre il restante 96% è classificato in parte come Materia Oscura, in parte con l’enigmatico termine di Energia Oscura. Questi termini sembrano designare una realtà esistente ma non evidente ai mezzi basati sull’utilizzo della luce, forse neppure rappresentabile attraverso il pensiero che vi s’ispira.
Il cuore del problema è ora il Soggetto: colui che vede, come vede, e soprattutto cosa vede. A mio avviso in fotografia il rapporto simbolico non è più tra l’immagine e il suo referente, ormai ridotto a un lontano rumore di fondo della visione retinica, piuttosto tra l’immagine e lo sguardo di chi, al suo cospetto, ne diviene parte attiva e consapevole: è nello sguardo il senso dell’essere. Il tempo presente della visione, l’hic et nunc in cui essa accade, offrono un nuovo orizzonte interpretativo al pensiero sulla fotografia.

Francesco Zanot
Francesco Zanot

FRANCESCO ZANOT
critico fotografico e curatore
La fotografia è cambiata e sta cambiando secondo un processo ibridativo che si estende perlomeno in tre direzioni. Si ibridano i generi fotografici, per cui i fotografi non si rifanno più a codici specifici legati al trattamento di un particolare soggetto, ma li mescolano e li combinano tra loro. La fotografia di ritratto, di architettura, di paesaggio e così via non esistono più come entità distinte, ma sono coinvolte in un processo di scambio e di avvicinamento. Il risultato è una sorta di esperanto visivo che accomuna gran parte della produzione fotografica, ovvero quella che rientra nel sistema dell’arte e della ricerca.
In secondo luogo si ibridano le funzioni della fotografia. Immagini familiari, scientifiche, industriali migrano all’interno della produzione degli artisti, abbandonando la loro finalità originaria. Si tratta di un cambiamento che incide sul piano ambientale, vale a dire sul contesto di lettura delle immagini.
Infine si ibrida il mezzo. Con il nuovo millennio l’obiettivo è stato innestato massicciamente sul corpo del telefono cellulare, integrandosi poi con una serie di altri dispositivi, dai computer alle consolle di gioco, che costituiscono di fatto degli ibridi fra una macchina fotografica e qualcos’altro. Il ruolo del fotografo cambia di conseguenza. Spesso i fotografi non guardano più attraverso un obiettivo, ma selezionano immagini preesistenti sulla pagina di un libro o sullo schermo del computer. La loro pratica si ibrida con quella di curatori, archivisti, redattori.

a cura di Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.