Qualche considerazione sull’arte della crisi (o sulla crisi dell’arte)

Ha vent’anni, non ha frequentato l’accademia, studia filosofia. Ed è uno scultore. Un manifesto firmato Stefano Reduzzi, giovane artista che mette il dito in parecchie piaghe. L’arena dei commenti è aperta.

Joseph Kosuth - Four Colors Four Words

Qualcosa si è fermato. Se la storia dell’uomo si regge su due gambe, una di queste è data dall’arte. Al giorno d’oggi, è giusto richiedere all’arte un passo in avanti: è stato perso molto terreno ed è giunto il momento di raggiungere il presente. Invece si sente nell’arte una sottile tendenza alla fuga, una persistente volontà di non vivere questo tempo.
L’arte odierna pare assai simile a un ingranaggio del tutto incapace di muovere alcunché. È cosa difficile, ormai, trovare un pensiero che s’alzi nell’immensa pianura dell’arte. Tutto tace in questa lunghissima notte.
È forse l’arte divenuta tutta d’un tratto un fatto solipsistico? Là, nella sua turris eburnea, lontana dalla vita, l’arte vanitosa si mira. Ma cosa ha da offrire al suo stesso sguardo? Tutto questo non è vanagloria? Questo otium improduttivo suona quasi come un insulto.
Forse l’eccessiva poesia che si è costruita attorno al mondo dell’arte vale, oggi, più come fumo negli occhi che come balsamo per l’anima.
Non si intende però fermarsi al rimpianto delle dame del tempo chefu, anche se il loro ricordo non potrebbe che giovare a quest’arte sciocca e superba. Per la nostalgia, come si è soliti dire, è bene aspettare domani.

Ars Quaerens Intellectum: alfabeto irrequieto per una nuova arte
L’arte torna a essere un linguaggio. In quanto linguaggio, l’arte parla. Essa parla all’uomo di oggi: non all’uomo di ieri e non ancora all’uomo di domani.
Affinché l’arte possa tornare al dialogo, dovrà affondare le proprie radici in una vita, in un vissuto. Non c’è arte senza vita, e questo sembra spesso dimenticato, sepolto da litri e litri di superficialità.
Questa rinata arte fugge l’isolamento di ogni incantata torre d’avorio.
Si vuole portare l’artista nella vita e l’uomo nell’arte.
Se l’arte cerca il dialogo, suo interlocutore sarà l’individuo in tutta la sua unicità. Oggigiorno, l’opera d’arte sembra destinata alla massa, a una massa che non esiste. Ecco, tale è l’arte al giorno d’oggi: per nessuno.
Nella società paradossale (e parossistica) dei consumi (o meglio, dei consunti) la nobiltà del singolo appare quanto mai maltrattata. La nuova arte si pone dalla parte di questa minoranza: la minoranza dell’individuo.
All’interno di questo orizzonte, l’opera avrà da essere il corpo di un pensiero. I pensieri che s’incontrano oggi sembrano veri compitini, lavori da scolari.

Carl Michael von Hausswolff – Memory Works – photo Martin Bryder Gallery. Opera dipinta utilizzando ceneri raccolte nel campo di concentramento polacco di Majdanek

Quella ricerca ostinata della provocazione ha finito col far ammalare l’arte. Se ne vedono a frotte di opere tanto idiote da apparire quasi geniali.
È arte fallimentare, fatta da burocrati dell’arte e niente più; nel loro maldestro tentativo di provocare sono già sempre superati dalla vita quotidiana, e forse non lo sanno.
Sono opere che si esauriscono nel tempo di uno sguardo: inerti, mute, oscure perché non c’è pensiero a rischiararle.
Tutto questo è puro divertissement: il solito modo per distrarsi, per accecarsi gli occhi; arte pavida e meschina. Questa stanca arte (arte mondana) è nata per passare, per essere superata dal tempo.
In altri casi, l’arte è degenerata nella decorazione: opere raffinate e stucchevoli. Opere da salotto. Opere che piacciono agli occhi, e basta. Opere vuote, senza una lingua da parlare.
L’opera nuova è un tentativo di trovar forma e legge in ciò che forma e legge ha, ma nasconde.
L’arte vuole la vita: l’artista, nella sua catabasi quotidiana, naviga onde incerte alla ricerca di un fondamento, di un principio.
Si vuole essere più veri del vero: l’artista nel creare non si pone davanti al mondo, bensì alle sue spalle. Quanto vediamo tutt’attorno lo sonda, lo vive, lo attraversa per cercarne un senso. Per dargli un senso.
Si fa arte con lo spirito di chi parte per un pellegrinaggio. Se esiste un Odisseo contemporaneo, lo si troverà nell’arte.
Bisogna percepire l’echeggiare di pensieri nella materia: solo così può cominciare il dialogo. Dialogo non è apprezzare la bella forma (non si cercano facili consensi) ma interrogarla, cercare nelle sue cavità, nei sui barlumi un qualche segno, un qualche simbolo di sé.
Ci sono opere che quasi parlano al posto nostro, opere nelle quali ritroviamo noi stessi, opere nelle quali incontriamo in maniera più eloquente i nostri stessi problemi. L’artista, uomo simile ai suoi simili, cerca risposte alle domande salienti che ogni uomo si pone.

Giulio Paolini – Giovane che guarda Lorenzo Lotto – 1967 – photo Archivio Giulio Paolini, Torino

La nuova arte è, in principio, monologo. All’interno di questo raccontarsi, l’artista cerca il proprio compimento, cerca di raggiungersi. Egli diventa se stesso nell’opera.
L’opera, all’interno dello spazio che si è cercato di delineare, non potrà lasciare indifferente. Ciò che abbandona l’uomo tra le braccia dell’indifferenza è quanto mai intollerabile.
L’arte sarà ferita o cura.
C’è bisogno di un’arte che, mirabile martello, spacchi il ghiaccio a cui l’anima è stata consegnata.
Il mistero è più fertile della certezza, per questo la nuova opera sarà tale da non poter essere esaurita con uno sguardo: l’opera si rinnova.
L’opera è un segno e in quanto tale è ricca di rimandi significativi. Per questo suo protendere verso ciò che è lontano, l’opera non potrà mai ridursi semplicemente a ciò che si mostra: l’opera supera se stessa, si trascende, è da cercarsi altrove. Non la si afferra con le mani e la si possiede nella misura in cui la si sente e la si vive.
Ogni “opera” che pretende di esaurirsi nella semplice presenza è nichilista. Ogni opera siffatta è un ambiente troppo asfittico perché si possa parlare al suo interno, e se non c’è parola non c’è arte.
Non c’è feticismo nella nuova arte: ciò che conta per l’artista non è l’oggetto, ma il percorso; ciò che conta per il fruitore non è l’oggetto, ma i suoi rimandi.
In un’epoca in cui non si vive ma si è vissuti, in un’epoca in cui non si agisce ma si è agiti, in un’epoca in cui non si pensa ma si è pensati l’arte torna a essere un luogo all’interno del quale intelletto, volontà e desiderio s’esprimono in perfetta sinergia. Nella nuova arte si torna a vivere, ad agire, a pensare.
A partire da queste premesse l’artista ha la possibilità di tornare ad assumere su di sé quella responsabilità propria di ogni pensatore. Se non si vorranno assumere responsabilità, si dovrà rinunciare a ogni aspirazione vitale. Senza responsabilità, l’arte si riduce a gioco per adulti, a oggetto dilettevole.
Bisognerà forse un giorno spiegare questo ritorno al pensiero, questo volgersi nuovamente a esso. Si dirà che l’arte reclama nuovamente l’intelligenza, la cerca, la desidera.
Di pensieri gratuiti, leggeri, incapaci di increspare queste acque terribilmente chete ne abbiamo già saggiati: è tempo di desiderare altro.

Stefano Reduzzi

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Stefano Reduzzi è nato a Bergamo nel 1992 e ha studiato presso il liceo artistico Giacomo e Pio Manzù. Attualmente studia filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e porta avanti una propria ricerca personale nell’ambito della scultura.