Il Satiro e il Giovinetto. Turisti per caso o per errore?

Viaggiatori, globetrotter, turisti, nomadi. Ai capolavori di Sicilia piace moltissimo andarsene a zonzo. E non c’è decreto che tenga: inamovibili per un assessore, per quello dopo sono pronti a qualsiasi viaggio. È già partito il Giovinetto di Mozia, per celebrare le Olimpiadi di Londra, e sempre a Londra sta per andare il Satiro Danzante. Ma è sicuro che siano sicuri? Nel dibattito tra i fautori del sì e quelli del no, si parla anche di scambi. Ed ecco cosa la Sicilia avrà in prestito, nei prossimi mesi.

Satiro danzante

Mandare in giro per il mondo le grandi opere d’arte oppure tenerle sotto inviolabile custodia delle soprintendenze locali? Annosa questione, che ha visto spesso l’Italia dividersi tra quei critici, storici e amministratori propensi a un’oculata difesa del genius loci, e quegli altri, invece, più globalizzati, favorevoli al transito internazionale dei gioielli di famiglia.
Se n’è parlato a proposito dei Bronzi di Riace, richiesti qualche anno fa dal Museo Puskin di Mosca e gentilmente negati. Troppo delicati, troppo significativi per la città che gelosamente li tutela, troppo titanici – in senso fisico e metaforico – per avallarne il prestito.
Della questione si discute di nuovo, in questi giorni, a proposito del Satiro Danzante di Mazara del Vallo, perla d’età ellenica che sta per spiccare il volo in direzione Londra: sarà uno dei maggiori protagonisti della mostra che raccoglie i più preziosi bronzi di tutti i tempi, programmata per il 15 settembre alla Royal Academy of Arts. I due eroi di Riace non ci saranno neanche stavolta. Il Satiro sì.
In realtà, la circolazione di masterpiece più o meno noti non sarebbe di per sé una cosa da demonizzare. Che male c’è, in generale, a consentire lo scambio di tesori importanti, figli di gloriose storie locali, ma appartenenti al mondo intero in quanto eccellenze dell’ingegno umano? Nessuno. L’arricchimento culturale di popoli e Paesi passa anche e soprattutto da qui: mobilità, incroci, cooperazioni.

L’auriga di Mozia

Ci sono casi, però, in cui la regola non è così scontata. E sono quei casi in cui il capolavoro ambito appartiene in maniera indissolubile a un territorio. Radicamento e assimilazione: opere che diventano frammenti di un paesaggio, come una montagna, come il mare lungo la costa, come una cattedrale o una quercia secolare. Cose che scandiscono il senso di una geografia identitaria, aperta ma inequivocabile.
Identità: parola démodé? Può darsi. Ma quando si parla, per l’appunto, del Satiro – inestimabile reperto, rinvenuto nel 1997 nei mari dello Stretto di Sicilia, fra Trapani e la Tunisia – la faccenda si fa più chiara. Alla scultura è dedicato un piccolo museo nella cittadina di Mazara del Vallo, dove i turisti si recano con tutta l’eccitazione e la suspense del caso: trovarsi davanti al relitto marino mutilato, sulla cui pelle lucida si condensano l’aura del sacro e della storia, è un’esperienza non da poco. Qualcosa che ha che fare con la commozione, con la luce radiosa del mito. Come lasciare a bocca asciutta i pellegrini, smaniosi di contemplare la millenaria reliquia? Imperdonabile manchevolezza. Soprattutto per una terra che in fatto di turismo culturale, servizi museali, tutela e valorizzazione delle proprie risorse artistiche ha ancora tutto da imparare. Insomma, il museo del Satiro senza il Satiro? Un nonsense.

Bronzi di Riace

E poi c’è la questione della sicurezza: la statua è delicatissima. Farla viaggiare – come è già accaduto nel 2005, quando fu spedita in Giappone per l’Expo Universale di Aichi, e poi nel 2007, quando raggiunse il Louvre per una mostra su Prassitele – è un azzardo. E nonostante in tanti (vedi l’ex soprintendente di Trapani Sebastiano Tusa) siano critici nei riguardi di questi continui tour che ne insidiano l’integrità, pare che il via libera sia giunto da accreditati esperti. Le precauzioni ci sarebbero tutte. Per il trasporto sarà utilizzata una struttura in fibra di carbonio e kevlar, inserita in una cassa imbottita, per prevenire ogni minimo urto. Mentre a seguire le operazioni di smontaggio e imballaggio ci saranno i tecnici dell’Istituto Centrale di Restauro di Roma. Scrupoli sufficienti? Forse. Ma il rischio non è mai riconducibile allo zero.
In verità, nel non troppo lontano maggio del 2007, l’allora assessore regionale ai Beni Culturali Lino Leanza partorì un decreto che sanciva, per 21 capolavori siciliani, l’impossibilità di qualsiasi spostamento oltre i confini dell’isola: inamovibili, senza se e senza ma. La sentenza arrivava proprio a conclusione della permanenza del Satiro a Parigi. Doveva essere, quello, l’ultimo suo soggiorno all’estero. In occasione del rientro dell’opera, fu Gianfranco Miccichè, ai tempi presidente dell’Ars, a commentare l’effettivo fallimento di operazioni di tale natura: “La Sicilia ha il meglio del patrimonio artistico e culturale che esiste nel mondo. A Parigi, per vedere il Satiro Danzante si pagavano 10 euro, ma il nostro assessorato non ha incassato nemmeno un centesimo. Ha ragione l’assessore Leanza quando sostiene che, se vogliono in prestito le nostre migliori opere, devono darci in cambio la Gioconda”. Ed ecco la questione nodale. Spostare opere straordinarie, con tutti i rischi di sicurezza annessi e con un chiaro indebolimento dell’offerta culturale locale… Ma in cambio di cosa? A voler essere equi, i cugini francesi avrebbero dovuto spedire in quel di Mazara la Nike di Samotracia, per esempio. Figuriamoci. Inutile anche solo provarci. E allora, in quel caso, ci si accontentò della Venus Genetrix e della Supplice Barberini, copie del IV e del II sec a.C.

Satiro danzante

Toccò all’esimio professore Salvatore Settis, nel 2008, fare le spese di questo improvviso rigore. Per la sua mostra al Palazzo Te di Mantova, La Forza del bello, arrivò un categorico niet: il Satiro, star dell’evento, non lo vollero sganciare. Per non deludere il turismo di primavera e per non metterne e repentaglio, nuovamente, l’incolumità.
Eppure, nonostante il dietrofront delle autorità rispetto alla politica del prestito facile, i capolavori di Sicilia hanno ripreso a viaggiare. Il decreto Leanza? Ormai è carta straccia.
Le trionfali tournée proseguono con zelo: nessun problema di sicurezza, nessuna preoccupazione per il flussi turistici. Merito di chi? Del dirigente generale dei Beni Culturali, Gesualdo Campo e del recentemente dimessosi assessore Sebastiano Missineo. Sono loro che hanno chiuso l’accordo per il prestito del Satiro alla Royal Academy e sempre loro hanno fortemente voluto quello dell’Auriga, prelevato dal Museo Whithaker di Mozia e spedito quest’estate a Londra per le Olimpiadi. Lo splendido Giovinetto marmoreo è ancora là, nella sala numero 18 del British Museum, accanto a un frammento del fregio del Partenone, in attesa di altre tappe niente male: tra aprile e agosto del 2013 sarà al Getty di Malibù e poi, quasi certamente, al Museo di Cleveland, per due tappe della mostra Sicily: Between Greece and Rome.
Occasioni prestigiose, d’accordo. Buone per fare marketing internazionale con le bellezze di casa. A incassare – biglietti e consensi – sono però solo i musei stranieri. E la Sicilia? Qualcosa arriverà, come sempre. Pietre miliari del patrimonio archeologico britannico? Meraviglie dell’Ottocento romantico? Macché. Arte contemporanea, stavolta. Destinazione: Museo Riso.

L’auriga di Mozia in mostra al British Museum di Londra

Dal servizio museografico apprendiamo che in cambio del Satiro Danzante la Royal Academy darà una decina di opere dalla sua collezione di contemporaneo, mettendo a disposizione nomi come Tracey Emin, Anish Kapoor, Antony Caro, Tony Cragg. Ancora in via di definizione la scelta dei pezzi (che ci auguriamo non siano disegni e sculturine), anche se, come precisano, c’è da capire come fare con la questione costi. Se le spese per il Satiro erano a carico del museo inglese, queste graveranno sulla indebitatissima e agonizzante Regione Siciliana. Bilancio 2013? O forse quei famosi fondi Po-fesr che fecero scoppiare il caso Riso mesi addietro? Staremo a vedere, sempre che l’affare non si areni nella solita, caliginosa ignavia.
Per quanto riguarda l’accordo col museo americano, fu lo stesso Missineo, due mesi or sono, ad annunciare soddisfatto che “una selezione delle opere di arte contemporanea della collezione del museo di Cleveland saranno in mostra a Palazzo Riso da febbraio a marzo del 2013”.
Beh, la sproporzione è lampante. Kapoor, Emin, o magari un Balkenhol, un Clemente o un Donal Judd arrivati dall’Ohio? In buona sostanza è come se il Louvre concedesse la Gioconda all’Italia, in cambio di un Cattelan, una Beecroft o un Castellani (con tutto il rispetto). Che cosa ci sia di conveniente in operazioni di questo tipo non è chiaro. Costosissime (anche solo in termini di trasporti e assicurazione), con poco appeal per il pubblico, ma soprattutto prive di qualsiasi proposta progettuale. Mostre-pacchetto, basate su scambi appetibili solo per la controparte, che nulla investono in termini di idee, spunti di critici, ricerca, coinvolgimento del territorio. Quanta gente accorrerà a guardarsi un neon della Emin a Palermo e quanta farà ore di coda per ammirare il Satiro a Londra? Un affare clamorosamente in perdita.
Ancora una volta i fondi  pubblici annegano tra le acque opache di una inefficienza fatta di proclami e fuochi d’artificio: inconsistenza e vecchi cliché, tra mitologia della conservazione, sindrome da colonia e ostentazione del feticcio straniero. Il piacere perverso di essere terra di conquista, sempre e comunque, non ci abbandona.

Satiro danzante – Museo del Satiro – Mazara del Vallo

Dunque, in luogo di un museo che – impiegando gli ancora stagnanti fondi europei – aveva elaborato un piano triennale di produzioni, con mostre inedite, laboratori, servizi, didattica, residenze, contaminazioni col mondo del cinema, della musica e del design, ci si ritrova un museo con una piccola, modestissima permanente, a cui affiancare, di volta in volta, il frutto di sbilanciati e dispendiosi baratti. Fine delle trasmissioni. In attesa che Gesualdo Campo molli le redini del commissariamento di Riso e venga individuato un direttore, ci preoccupiamo solo che a fare le spese di tutto ciò, stavolta, non siano il flebile Giovinetto di Mozia o il fragile Satiro. Zeus, da lassù, ha già pronta una raffica di saette infuocate. Impunitas semper ad deteriora invitat.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.