Ripetizione indifferente

Sulle definizioni delle opere regna un’economia della penuria. Oggi vi sono sempre più opere e meno concetti per designarle. Una volta, in epoca postmoderna, si poteva dire che erano belle, brutte, trasgressive, ironiche, cool, trans, post…

Sherrie Levine, Fountain (after Duchamp), 1991
Sherrie Levine, Fountain (after Duchamp), 1991

C’era una volta l’utopia di un capitale illimitato del linguaggio, specchio della proliferazione vertiginosa dell’economia virtuale, della quale stiamo subendo il crack in tempo reale. Ripetere le stesse formule di fronte alla proliferazione esponenziale di opere è indice di una sterilità dei concetti. D’altra parte, si potrebbe obiettare che anche le opere non fanno altro che citarsi l’un l’altra. Ciascuna è lo specchio dell’altra. Remake, revival, ossessiva ripetizione di formule e di forme a cui il linguaggio risponde con altrettanta ossessiva ripetizione delle sue formule concettuali. Rifrazione ondulatoria di tutte le forme nella superficie liquida del reale, di cui si tenta in tutti i modi di possedere l’immagine.
Di fronte a questo stato di cose, anche le definizioni sono un simulacro del linguaggio. Le parole rivolte all’arte rivelano l’arbitrarietà dei criteri con cui si approccia ad essa. Esiste un criterio oggettivo e universalmente valido per valutare l’arte d’oggi? No. Allora bisogna pur dire che anche il criterio è una finzione del pensiero, non una realtà. Una finzione spesso necessaria: scelgo un vino al posto di un altro. Ma dire che non esistono criteri oggettivi significa pure dire che l’arte oggi è un gran bazar, un suk, un supermercato, dove si sceglie una cosa al posto di un’altra.

David Salle, Picture Builder, 1993

Nell’accezione comune, un criterio è ciò che consente di fare distinzioni tra cose, persone e nozioni. Il criterio è dunque ciò che rende possibile in qualsiasi momento un giudizio di gusto, che è anche implicitamente un giudizio d’esclusione. Un’opera può essere buona per un museo ma non per la vendita. Può andar bene per una casa privata ma non per uno spazio pubblico ecc. Eppure, spesso la confusione è dietro l’angolo. Non è raro vedere opere esposte in spazi pubblici (“ambientate”) che forse dovrebbero stare altrove o non esistere affatto.
Quanta dose di individualismo (e affarismo) deve sopportare lo spazio pubblico quando è invaso da “opere” che non hanno alcuna ragione per stare dove sono? Questa sfasatura tra ambiente e opera genera una forma di dogmatismo insito nello sfrenato pragmatismo che segna l’arte d’oggi.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.