Noi e loro

Nell’ultimo mese ho incontrato quattro rappresentanti del network internazionale delle industrie creative. Rotterdam, Edimburgo, Graz e Uppsala. Città che si sono ripensate attorno all’unica economia che segna un più davanti alle tabelle.

Uno spettacolo della Fura dels Baus

Non sono per la powerpointizzazione del mondo, ma qualcosa quei numeri ci dicono. Nella stanca e sfibrata Europa, i settori ad alto valore aggiunto hanno tenuto e crescono. Il settore vale oggi quasi il 7% del Pil comunitario. Se mai in questo 2012 il marchio CE resisterà. L’industria creativa è una sorta di grande nave merci, con container di tipologie molto diverse, dai settori culturali di “base” (arte, musica, teatro…) al turismo, dal design al fashion, ai videogiochi. Un complesso e articolato sistema contemporaneo.
Gli amici europei incontrati, da Martin Krammer a Dominique Power, a Leo Van Loon, hanno territori con una ricchezza creativa spesso inferiore rispetto alla nostra. Hanno però tre cose che noi non abbiamo: le istituzioni che ci credono; i privati, operatori culturali e non; che rischiano imprenditorialmente in prima persona; la capacità di gestire la creatività in termini anche di mercato. Non quello delle fierette, ma quello delle economie di scala.
Non riusciamo a replicare la nostra creatività su scala sufficiente, ovvero internazionale.

L'università di Uppsala

Tutto diventa asfittico, a volte demenziale nella sua autoreferenzialità cittadina o di quartiere. Che sia un museo, un mag, una galleria, un grafico, un musicista o uno studio di architettura. Pensiamo a scale troppo piccole. Su questi rapporti delicati si gioca la partita Italia, con noi, presunta classe creativa (termine orrendo) dentro. L’unico territorio dove abbiamo lavorato in modo importante è il fashion. Il design rimane indietro, anche se è il vero possibile core business italiano. L’arte, ne parliamo?
Gabriel Vacis, uno dei grandi registi teatrali italiani, mi raccontava di quando Teatro Settimo girava in tour con i Fura dels Baus in Europa, negli anni ‘80. “Loro sono diventati un’industria con centinaia di persone. Noi no”, diceva con il suo aplomb torinese. Abbiamo un enorme potenziale inespresso in termini di sviluppo economico. Possibile e sostenibile. Ma ha bisogno di investimenti e di capacità non solo artistiche o creative, ma anche manageriali. Inorriditi?

Cristiano Seganfreddo
direttore di fuoribiennale e innov(e)tion valley

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5 

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