Che fine hai fatto, avanguardia?

Da tempo le teorie più radicali hanno superato il muro dei confini estetici e politici entro cui agivano. Cosa c’è di più assurdo che vedere le teorie più ribelli prodotte intorno al ’68 – Deleuze, Guattari, Debord – far parte dei programmi dell’OTRI – Operational Theory Reserch Institute, guidata da due generali di brigata israeliani in congedo?

Militari israeliani a Hebron

Il programma dell’OTRI – Operational Theory Reserch Institute, obbligatorio per gli ufficiali di alto rango, prevede la conoscenza approfondita della psicogeografia di Debord e delle nozioni di “spazio liscio” e “spazio striato” di Deleuze e Guattari.
La psicogeografia di Debord applicata sul campo è utilizzata nelle operazioni di guerriglia urbana nei territori palestinesi, feroce destino per un’idea che è stata a lato di tutti i movimenti di rivolta in Europa. Il caos urbano delle enclave palestinesi è affrontato col caos della psicogeografia urbana, che nell’ottica di Debord mirava a sovvertire gli spazi del potere. Le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan sono state condotte dai marines con un manuale di “dottrina operativa” che è un riassunto delle tesi di Deleuze e Guattari rovesciate in chiave militare, che è stato ripreso dall’Otri.
Lo spazio striato delle città – spazio del potere, delle istituzioni, ma anche spazio della rappresentazione artistica in quanto griglia semiotica col suo sedimentarismo spaziale – è attraversato con la logica nomadica dello “sciame”, cioè facendo breccia nei quartieri, abbattendo pareti con esplosivi, squarciando muri interni delle case a colpi di martello fisso e utilizzando questi varchi per muoversi e agire di sorpresa. Lo spazio liscio, nomade, lo spazio del contatto immediato (la performance), che ha alimentato parte dell’arte contemporanea, migra nelle azioni militari, per trasformarsi in feroce “macchina da guerra”, a dispetto di Deleuze e Guattari, che questa “macchina” l’hanno teorizzata.

La società dello spettacolo in versione cinematografica

Stessa sorte atroce delle teorie di Debord, il cui pensiero bandito dalle università di tutto il mondo (nel 1977 Andreotti lo espulse dall’Italia con un decreto) entra a pieno titolo nelle devastanti operazioni militari degli israeliani. Deterritorializzazione estetica, sostituzione del campo d’azione teorico: ecco la strategia operativa che l’arte e la filosofia subiscono sotto l’avanguardia militare.
Da tempo si discuteva che fine avesse fatto l’avanguardia in epoca “postmoderna”, l’epoca che ha livellato tutto. Sta nelle trincee liquide delle guerre di colonizzazione e predazione.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.