L’era della stupidità, parte VI

Ci avviamo alla conclusione, temporanea, di questa saga. Ma questa domenica occorre “accontentarsi” di una SPA e d’una vetrina. Dunque, in attesa delle fucilate finali: enjoy the inner world.

Thermana Lasko

I.
Thermana Wellness Center, Laško, 5 gennaio 2012. Il sole è tramontato al di fuori di questa bolla, dietro le colline alberate e un po’ gotiche. La grande cupola è replicata dalle cupole rovesciate, piene di acqua calda che a sua volta massaggia esseri umani. Mia moglie mi fa notare che, al calare delle tenebre là fuori, la vasca più inutile delle tre – che di giorno è costantemente desolata – diventa improvvisamente quella più affollata. La ragione è semplice: lì si sono accese le luci verdi. La seconda è invece illuminata di rosso (troppo ansiogeno, probabilmente). La terza è la migliore in assoluto, per temperatura e tipo di massaggio: ma, siccome non ci sono luci, è anche quella meno frequentata di sera.
Mi guardo attorno. Di fronte a noi, lo scivolo d’acqua che collega il piano superiore a quello inferiore. Sotto, la megapiscina con geiser potentissimi, sezione “marina” (con tanto di effetto-onda iperrealistico) e persino un corridoio con corrente fiumana incorporata. Giovani e adulti, vecchi e bambini affollano questa bolla. All’improvviso, realizzo che cos’è: un grembo.
Materno.
Tutte queste persone sotto la gigantesca cupola stanno raggiungendo la condizione prenatale. Gli individui di quest’epoca aspirano a ritornare, per periodi più o meno lunghi, allo stadio di non-nati. Il massimo piacere dell’esistenza coincide nel riprodurre esattamente l’habitat della pre-esistenza. Nelle SPA, nei centri termali come questo, nelle case e nei cervelli, un’intera civiltà regredisce avanzando.

Moon SPA

II.
[Il Procuratore Xiao] conosce il suo pubblico, e dà loro ciò di cui hanno bisogno. Li osserva contorcersi, sussultare e poi tornare ad accucciarsi nelle poltrone. Li vede spalancare gli occhi alla luce dello schermo e poi coprirseli, nascondere la faccia nell’incavo del gomito. Questo pretendono da lui: di essere sfrenati, spaventati, eccitati. La paura e lo scongiuro della paura provengono dalla stessa ferita. Lui li conosce: sono guerrieri da piscina e da salotto, vogliono una confortevole esistenza da soldati, una sicurezza senza scontri. Come tenie, sono ciechi a se stessi, tenaci come pidocchi. Mimano l’azione, ma non è quella che vogliono.
Xiao socchiude gli occhi e si gode il rimbombo della protesta contro le pareti dorate della Fenice. È quella, tra tutte, la sua caverna preferita. È lì dentro, in quell’antica sala da concerti più volte distrutta e riedificata, che l’uomo di quest’altro secolo torna a sognare.
Nel momento del subbuglio, il teatro riesumato è di nuovo alla biforcazione del sentiero. Da qui comincia l’apertura dei mille varchi. Qui si abbandona la ferocia ancestrale della caccia all’aria aperta. In questa grotta splendente nasce la fantasia, ogni sua tenerezza, s’infrange la legge del più forte, s’inaugura il regno millenario delle madri. Qui si rappresenta qualcosa di non visto, si vive qualcosa di non vissuto, si raccontano storie senza essere stati presenti. Ecco le nostre cure ai cagionevoli.” (Antonio Scurati, La seconda mezzanotte, Bompiani, Milano 2011, pp. 229-230)

Arthur Schnitzler - 1912

III.
Se ci pensate, ogni periodo di decadenza dell’Occidente moderno si riflette e si traduce in una scoperta. E questa scoperta ha quasi sempre a che fare con la riflessione – intesa anche come autoriflessività e autorappresentazione. Così, il XVIII secolo mette a punto la vetrina (e l’invenzione secentesca, barocca per eccellenza, appartenente a un periodo che in fatto di procedure autoriflessive ha molto da dire e da insegnare, è non a caso lo specchio): “La comparsa nel Settecento della vetrina ha prodotto un fondamentale momento di rottura nella storia della cultura occidentale. Con la vetrina, infatti, è nata anche la ‘vetrinizzazione’, un processo sociale e culturale che da allora si è sviluppato ininterrottamente. (…) Si trattava di una forma primitiva di vetrina, generalmente costituita da piccole lastre di vetro unite tra loro, non essendo ancora tecnicamente possibile realizzare vetri di grandi dimensioni” (Vanni Codeluppi, La vetrinizzazione sociale, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 7-13).
Il fin de siécle per antonomasia, la fine dell’Ottocento – chiusura euforica e al tempo stesso apertura drammatica di un’era – porta in dote due invenzioni strettamente correlate tra loro e concentrate sulla proiezione come introspezione: il cinema e la psicanalisi. Come a dire, il sogno e il suo doppio (Arthur Schnitzler docet). Il cinema e la psicoanalisi sono le due piattaforme che insieme costituiscono la struttura fondamentale del modernismo. Del resto, lo spiega molto bene a Edward “Teddy” Daniels (Leonardo DiCaprio) il dottor Jeremiah Naehring (Max Von Sidow) in Shutter Island (Martin Scorsese 2010): “Lo sapeva che la parola ‘trauma’ viene dal greco? Vuol dire ‘ferita’. E qual è la parola tedesca per ‘sogno’? Traum, ein traum. Le ferite possono creare mostri, e lei, lei ha tante ferite, agente”.

Max von Sydow in Shutter Island

In quest’epoca terminale, invece, l’autoriflessività si produce su un grado ulteriore, escludendo allo sguardo e all’esperienza il mondo esterno. È un’immersione senza introspezione. È un processo di autoriflessione in cui il soggetto non riflette (e dunque non conosce) realmente se stesso, ma si perde. È oblio. Questo processo ha a che fare, naturalmente, con l’infantilizzazione collettiva e con la nostalgia – due meccanismi sociali e culturali strettamente collegati, interconnessi al punto da risultare quasi sovrapponibili. Ma non solo. Implica la cancellazione del passato, del dolore, della fatica, della morte. L’oscuramento di se stessi come massimo piacere raggiungibile.
L’intero mondo sociale e immaginario di oggi e del prossimo futuro è come questa bolla, come questa enorme vasca sotto una cupola – che, peraltro, potrebbe essere un’astronave in viaggio. Si sta realizzando, si è realizzata la profezia che un giorno aveva fatto Truman Capote: “Nel ventunesimo secolo succederà qualcosa. Cambierà tutto, e in un modo così drastico che non sono nemmeno tanto sicuro di cosa si tratterà. Sento che il mondo intero  diventerà una sola entità, una volta per tutte”.

Christian Caliandro

LEGGI ANCHE:
L’era della stupidità parte I
L’era della stupidità parte II
L’era della stupidità parte III
L’era della stupidità parte IV
L’era della stupidità V

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).