Come ci vedono i francesi. Secondo un italiano

A noi di Artribune piacciono i cortocircuiti. Per cui, appena trascorso il 150esimo dell’Unità d’Italia, archiviato il centenario del Futurismo e in piena celebrazione di Arte Povera e Transavanguardia, ci siamo chiesti che impressione fa l’Italia della cultura vista dalla Francia. E abbiamo girato le nostre domande a un italiano, che a Parigi sta però da oltre quarant’anni. La parola a Giovanni Lista.

Maggio '68 a Parigi

Vivi a Parigi dal 1969. Cominciamo dall’inizio: perché sei andato via dall’Italia? A quell’epoca c’era un bel po’ di fermento…
Avevo partecipato ai movimenti studenteschi però volevo vedere cosa succedeva a Parigi e apprendere meglio la lingua. Sono partito per un soggiorno di qualche mese, ho incontrato diversi intellettuali, persone accoglienti con cui ho avuto scambi molto stimolanti. Mi hanno dato una borsa di studio invitandomi a rimanere, poi una seconda e una terza borsa di studio. Edoardo Sanguineti mi aveva suggerito di far conoscere Marinetti in Francia ma, fin dalle prime pubblicazioni, incontrai una certa ostilità a causa del fascismo dei futuristi. Ho intrapreso varie polemiche e così sono rimasto. Tutto è accaduto in modo rapido e inconsciamente. Un bel giorno ho capito che ormai non sarei mai più tornato a vivere in Italia.

Umberto Boccioni - La città che sale - 1910 - New York, MoMA

Veniamo alla storia recente. Nel 2009 il centenario del Futurismo, di cui tu sei uno dei massimi esperti al mondo. Com’è andata a tuo avviso? Certo i “festeggiamenti” sono stati piuttosto scomposti e disorganici…
L’iniziativa scorretta di Didier Ottinger, che ha anticipato tutti bloccando in segreto i prestiti internazionali con tre anni di anticipo, ha rovinato il centenario. Di conseguenza, la mostra che ho fatto a Milano non poteva contenere i capolavori, anche se ho cercato di strutturarla in modo rigoroso. Per il resto, noi italiani siamo incapaci di attuare un lavoro di squadra, siamo troppo individualisti. Per questo abbiamo grandi direttori d’orchestra, ma nessuna orchestra di livello internazionale. Comunque, anche la mostra di Parigi è stata un fallimento. Didier Ottinger sa pochissimo della nostra cultura e non conosce la nostra lingua. Ha voluto improvvisare in un campo difficile qual è la storiografia futurista, che richiede una preparazione seria. La sua mostra è stata recensita molto severamente.

Giovanni Lista - La Stella d'Italia

2011, 150 anni dall’Unità d’Italia. E tu dai alle stampe un volume imponente sulla Stella d’Italia. In primo luogo raccontaci di questa tua passione, anzi “ossessione”, per citare l’introduzione.
Un giorno, per le pratiche di divorzio, dato che mia moglie voleva rientrare a tutti i costi in Italia, andai in consolato e vidi il nostro emblema della Repubblica. Era una riscoperta e rimasi colpito dalla stella. Tutti gli altri simboli mi erano chiari, ma perché la stella? Chiesi al console, poi all’ambasciatore, scrissi al ministero a Roma, alla presidenza del Consiglio dei ministri, al Presidente della Repubblica, agli Archivi di Stato e nessuno sapeva rispondermi. Davvero pazzesco. Allora mi ficcai in testa di cercare di capire da dove veniva. Ho svolto per anni una ricerca complicata, proliferante, folle, attraverso la storia dell’arte, la cultura, la mitologia, la politica, gli assetti istituzionali e simbolici che si sono avvicendati sulla nostra terra, risalendo così ventisei secoli indietro, fino agli albori della civiltà romana, e riunendo più di seicento immagini. Ho ricevuto una lettera del presidente Napolitano che ha apprezzato molto il libro. Il direttore degli Archivi di Stato ha scritto all’editore per averlo. Più di vent’anni prima, il suo predecessore era rimasto stupito dal fatto che qualcuno volesse sapere il perché di quella stella.

Giulio Paolini - Ritratto dell’artista come modello - 1980

Fra 2011 e questo 2012, Celant e Achille Bonito Oliva celebrano i rispettivi “movimenti” con mostre in giro per l’Italia. C’è chi parla di un Paese malato di gerontocrazia. Cosa ne pensi?
In realtà le mostre sull’Arte Povera e sulla Transavanguardia sono piuttosto rivisitazioni storiografiche, bilanci a posteriori. Ci si rende conto, ad esempio, che Paolini, a differenza di Pistoletto, invecchia malissimo, e che è ridicola l’ostinazione di Celant a considerare Boetti un artista poverista. Più che di gerontocrazia parlerei di differenza qualitativa negli approcci e nei metodi di lavoro. Sta succedendo qualcosa di simile in politica: il protagonismo di Giorgio Napolitano scaturisce dal fatto che appartiene a una generazione di politici di grande qualità che non ha riscontro nei più giovani Bossi, Berlusconi, Scilipoti e compagnia. Nel campo della critica d’arte, la generazione attuale è molto dispersiva, si butta su ogni occasione, pratica l’inconseguenza e il qualunquismo, per cui si autocondanna a una sorta di vacuità modaiola e mondana, tutta di superficie e priva di sostanza. La generazione precedente rimaneva invece concentrata su scelte precise, elaborava delle tendenze, costruiva degli oggetti storiografici, per questo i critici di allora durano di più nel tempo. Ovviamente non posso far nomi, ma sono spesso deluso al massimo grado dall’insipienza dei libri e dei libricini delle nuove leve che vorrebbero introdurre all’arte contemporanea. Accumulano nomi su nomi, luoghi comuni e rifritture di idee che circolano sulle riviste americane o francesi, senza produrre nulla di interessante. Sono libri di cui appena un mese dopo non resta né traccia né memoria.

Giovanni Lista - photo Paolo Aldi

Celebrati i 150 anni dell’Unità d’Italia, proviamo a fare un bilancio: com’è vista l’Italia da al di là delle Alpi?
Purtroppo dell’Italia non ne parla più nessuno. Siamo del tutto marginalizzati come nazione e come cultura. Resta solo il paese Italia, cioè i paesaggi, le bellezze archeologiche e artistiche, insomma l’approdo turistico. L’Italia è davvero accantonata e non solo a causa del fenomeno Berlusconi. Prima c’era una simpatia che faceva tollerare i nostri difetti e le nostre incapacità. Adesso il mondo è diventato duro e impietoso, non c’è altruismo e soprattutto non c’è più tempo da perdere con gli incapaci. E poi è il nostro discorso che è diventato insopportabile.

Per quale ragione?
Noi ci distinguiamo per il lamento miserabilista e per l’invettiva contro l’Italia. Ovviamente ci sono ragioni storiche per capire questo atteggiamento tipicamente italiano. Siamo miserabilisti a causa della commiserazione e della questua che fa parte della cultura cattolica e siamo anti-italiani perché per secoli lo Stato era per noi lo straniero che ci occupava, quindi non arriviamo a percepire lo Stato come una parte di noi stessi. Ancora vent’anni fa, e parlo di scene vissute un’infinità di volte, il professore universitario italiano che concludeva una conferenza a Parigi, al Louvre o altrove, parlando male dell’Italia e chiedendo un aiuto finanziario ai francesi per restaurare un bene artistico, suscitava un movimento di partecipazione o perlomeno di attenzione, adesso provoca un rigetto immediato. Non se ne può più. Potrei raccontare cose allucinanti: uno studioso italiano che chiese in diretta, davanti al pubblico e al microfono, ad André Chastel se poteva dargli un posto universitario perché il nostro CNR non aveva soldi, un altro che venne a presentare un film in pessime condizioni intonando il lamento sull’Italia miserabile e chiedendo ai francesi i soldi per restaurarlo ecc. Prima riuscivamo a sollecitare il paternalismo e il senso di superiorità dei francesi, adesso non funziona più, anzi provoca un movimento di repulsione. Direi che l’Italia per cambiare dovrebbe cominciare da lì, assumere una dignità e lavorare su se stessa contando sulle proprie forze.

Marco Enrico Giacomelli

www.giovanni-lista.com

Giovanni Lista – La Stella d’Italia
Mudima, Milano 2011
Pagg. 640, € 50
ISBN 9788896817063
www.mudimashop.com

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.