Iconografia di una maschera

Ormai tutti la conoscono, ma ancora pochi, specie in Italia, ne hanno chiara la storia e il significato. Parliamo del viso di Guy Fawkes, diventato famoso con V per Vendetta e poi adottato dagli indignati di mezzo mondo. Oltre che dagli “Anonimi” della Rete.

V For Vendetta

If you want a picture of the future, imagine
a boot stamping on a human face—forever
.”
George Orwell, 1984 (1948)

 

I suppose I’ve gotten used to the fact that some
of my fictions percolate out in the material world
.”
Alan Moore

Al comparire di questa maschera misteriosa nelle manifestazioni di mezzo mondo, i giornalisti nostrani si sono affannati da più parti a tentare di spiegarne l’origine e il senso: e giù con Wikipedia… Ma si è visto benissimo che è qualcosa che non gli appartiene davvero. Che, in genere, non sentono come propria.
Eppure, altrove, i commentatori ci appaiono molto più, come dire, attrezzati: un po’, forse, perché sono mediamente più giovani; un po’ perché non stanno solo a smanettare tra contenuti diversissimi e incoerenti, ma vanno direttamente alle fonti culturali e immaginarie (Alan Moore in carne ed ossa, nel caso). E lo fanno con cognizione di causa. Questi due fattori si sommano, e si riassumono facilmente nell’espressione: “questi sanno perfettamente di cosa parlano”.

Londra

Il thatcherismo degli anni ’80 è l’obiettivo originale della graphic novel pubblicata da Alan Moore e David Lloyd tra il 1982 e il 1985: l’origine ideologica del neoliberismo e di quell’ondata restauratrice che giunge fino ad oggi (e che domani forse si conclude). Consapevolmente e inconsapevolmente, oscuramente e chiaramente, quindi, gli indignati di tutto il mondo hanno “sentito” questo comune punto generante. E hanno puntualmente adottato e legittimato, per passaggi successivi, la maschera fumettistica del cospiratore seicentesco Guy Fawkes (la Congiura delle polveri, 1605), a sua volta mediata per le generazioni più giovani dal film del 2005 di James McTeigue, prodotto dai fratelli Wachowski. È qui che si compie la saldatura fondamentale tra epoche diverse e tra loro connesse, e tra ragionamenti che tornano sempre al medesimo nucleo.
V For Vendetta, infatti, ha svolto e svolge, per due o tre generazioni – e non per altre, per quelle precedenti – il medesimo ruolo svolto a loro tempo da libri come L’uomo in rivolta (1951) di Albert Camus, La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord, o Il Manifesto del Partito Comunista (1848) di Karl Marx e Friedrich Engels. Da film come Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, o Giù la testa (1971) di Sergio Leone. È un “classico”, nel senso meno imbalsamato ed ammuffito del termine – così come lo è, del resto, il suo pendant: Watchmen, realizzato sempre da Alan Moore con Dave Gibbons nel 1986-1987, portato sullo schermo da Zack Snyder nel 2009.

Occupy Portland

La narrazione di V for Vendetta è perciò divenuta un simbolo, e al tempo stesso un aggregatore. V. incarna l’idea dell’anarchia, della vendetta, della ribellione. Della rivoluzione.  Nella distopia risiede il senso profondo della narrazione a cui è agganciata V for Vendetta. La distopia realizzata, qui e ora – contro cui lottare.
Da noi, invece, capita di vedere addirittura definire V. come un “hacker disturbato”: “V è un anarchico vendicativo, un conte di Montecristo postmoderno, un romantico pirata. La sua maschera è il ritratto dello stato d’animo dei nostri tempi, una radiografia in forma di ‘emoticon’”  (Luca Mastrantonio, Oggi il nuovo Che è un hacker papista, “La Lettura – Corriere della Sera”, n. 4, domenica 4 dicembre 2011).

Londra, St. Paul's Cathedral

Ora, a parte il fatto che in V for Vendetta il détournement del dispositivo mediatico è uno strumento, il veicolo del discorso rivoluzionario; e poi, come al solito, noi italiani ci facciamo riconoscere per la frettolosità e il distacco facilone dagli snodi fondamentali della cultura contemporanea. Quando vogliamo fare gli originali, finiamo per ignorare i più elementari dati storici, peraltro a disposizione di tutti: “L’ideologia italiana. Mai badare minimamente ai dati che la contraddicono. Rimuovere i fatti” (Alberto Arbasino, In questo Stato, 1978).
Il gap culturale, invece di colmarsi, continua dunque ad allargarsi e slabbrarsi.

 

Christian Caliandro

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).