Una mostra che sa tanto di rivincita. Arte Povera a Rivoli

L’abbiamo vista in piena fase di allestimento, nuda e cruda, ma tutt’altro che povera. “Arte Povera International”, al Castello di Rivoli, ha il sapore della ennesima rivalsa per un museo che, ultimamente, è stato al centro di troppe polemiche.

Sol LeWitt - Panels and Tower with Colours and Scribbles - 1992 - Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea - photo Paolo Pellion

Non c’è alcun dubbio che, con la mostra Arte Povera International – ennesima tappa del mastodontico progetto espositivo voluto da Germano Celant –, il Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli si stia mettendo completamente in gioco. Le magnifiche sale dei due piani della residenza sabauda, che normalmente ospitano la collezione permanente, infatti, sono state interamente svuotate e riallestite per far spazio alle opere dei tredici artisti che il critico genovese radunò attorno a sé, a partire dal 1967, sotto l’etichetta di Arte Povera.
Il gruppo di opere che fa parte della mostra di Rivoli è davvero ampio, perché a quelle dei già citati poveristi si aggiunge una folta serie di lavori di artisti internazionali, estrapolati dalla collezione del museo, che vengono accostati alle prime, nel tentativo, riuscito, di dare vita a un confronto – si veda, su tutti, l’azzeccatissimo dialogo sul concetto di spazio tra Lampadina (1962-1966) di Michelangelo Pistoletto e un Concetto spaziale di Fontana. Qui sta la peculiarità di questa mostra rispetto alle altre sette, sparse sul territorio nazionale, che fanno parte del circuito Arte Povera 2011.

Edward Ruscha - Parking Lots - 1967-99 - Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea

Se quelle di Napoli e di Bologna, infatti, sono incentrate su altrettante mostre seminali nella vicenda poverista, riproponendone gli artisti e le opere, e quella di Milano, più di tutte le altre, tenta di proporre una storicizzazione del movimento, Rivoli ha inteso sottolineare con forza la sua vocazione internazionale, allontanandosi il più possibile dal facile richiamo che veniva offerto dalla vicinanza di Torino, che, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, fu, con Roma, uno dei due entri nevralgici del movimento.
Il Castello di Rivoli è un museo internazionale”, spiega la condirettrice Beatrice Merz, che ha curato la mostra assieme a Celant, e in passato ha già avuto mostre dedicate all’Arte Povera, per cui sarebbe stato inutile riproporre ancora una volta una mostra solo ed esclusivamente di Arte Povera. Abbiamo voluto dar vita a una ricerca storica sul clima in cui è nato il movimento ed è per questo che ci sono gli artisti internazionali e il dialogo tra essi e quelli italiani”.
Nel momento in cui abbiamo visitato la mostra, giovedì 6 ottobre, la fase di allestimento non era ancora stata completata e non è stato possibile, in particolar modo, visionare l’ampia sezione dedicata alla video arte. “Sono tutti video d’epoca”, sottolinea la Merz, “scelti appositamente per ricreare un piccolo percorso climatico. Si parte da Gerry Schum, con il video ‘Identification’, che è un po’ la storia della videoarte dell’epoca e da lì si va poi alle performance, all’arte americana, con Richard Serra, c’è poi Bruce Nauman, c’è lo ‘Spiral Jetty’ di Robert Smithson e non mancano, ovviamente, gli italiani.

Nicola De Maria - Cinque o sei lance spezzate a favore del coraggio e della virtù - Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea - coll. dell’artista - photo Paolo Pellion

I continui rimandi tra le opere di Arte Povera e quelle internazionali costituiscono un gioco azzeccato, concettualmente ricco e suggestivo, in grado di superare abilmente il rischio di una complicazione teorica eccessiva attraverso un allestimento incredibilmente potente dal punto di vista estetico, giocato in particolar modo sul contrasto, non tanto tra le singole opere, quanto tra queste e le sale adornate del Castello – le tre pareti ricoperte di foglie secche di Penone, il pavimento di abiti neri e scarpe di Kounnelis e, soprattutto, le dodici lampadine di Pier Paolo Calzolari che pendono dal soffitto tra stucchi e fluorescenze, sono un’esplosione postmoderna di vitalità negli spazi che le ospitano.
Il Castello di Rivoli, soprattutto negli ultimi tempi, è stato un ricettacolo di polemiche e dicerie e forse grazie a questo, all’ampiezza della proposta, curata con sapienza, e alla sua sconfinata multimedialità – non c’è forma di espressiona artistica che non venga rappresentata almeno in un esemplare –, si aggiunge un sapore di rivalsa che non fa che render la mostra ancor più suggestiva.

Andrea Rodi

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Rivoli // fino al 19 febbraio 2012
Arte Povera International
a cura di Germano Celant e Beatrice Merz
www.castellodirivoli.org


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Andrea Rodi
Andrea Rodi nasce a Chieri (TO), nel 1980. Prima di laurearsi in Filosofia presso l’Università degli Studi di Torino, con una tesi sulle influenze filosofiche nell’opera dello scrittore americano Paul Auster, ha vissuto per lunghi periodi negli Stati Uniti, a Londra e a Barcellona. Dal 2009 collabora con il MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), per il quale ha curato le mostre Project: Lid for a Submerged Wolrd (2010), Silvio Vigliaturo. Amazzoni (2011) e Young at Art, I stay Here (2012). Negli ultimi due anni ha scritto per diverse testate nel settore dell’arte contemporanea. Attualmente, lo si può leggere su Artribune, Inside Art e sul sito Atlantidezine.it. I suoi articoli sono raccolti sul blog http://torinocult.com.