Manca la passione d’essere visti

Inpratica non si ferma con l’estate. Anzi, coglie l’occasione per allargare ancora una volta lo sguardo. In direzione della poesia. E di problemi come quello della specializzazione. Che con l’arte contemporanea c’entra eccome.

Alfonso Berardinelli

La poesia italiana è prevalentemente divisa in due tipi: c’è quella incomprensibile e c’è quella noiosa, perché manca, da parte degli autori, la passione di essere letti. Questa idea sarà crudele, ha tuttavia il vantaggio di spiegare perché di poesia se ne pubblica tanta e nessuno se ne accorge. Il fatto che la critica non ne parli e che i giornali evitino il più possibile di recensire i poeti, è solo una conseguenza. Nominalmente e idealmente la poesia resta un valore virtuale, una specie di feticcio intoccabile. Di fatto, se ci si fa un’idea dei libri di poesia che escono e se si prova a leggerli, si arriva a conclusioni desolanti.
Del resto, noiose o incomprensibili oggi sono anche le arti visive: e in cima alla classifica negativa metterei le ‘installazioni’. I più noti fra gli installatori (gente ben pagata) sono dei noiosissimi furbi che la critica esalta e iperinterpreta per ragioni che non riescono a convincere né il pubblico ingenuo né quello colto. Sia nel caso della poesia che in quello delle arti visive molto si spiega con un circolo vizioso: gli autori ignorano il pubblico e il pubblico ignora loro
” (Alfonso Berardinelli, Manca la passione d’essere letti, da Il Corriere della Sera del 14 luglio 2011).

Alexandre Cabanel - La nascita di Venere - 1863

Ha senso, in un contesto come questa rivista, riportare queste parole, questo inizio di analisi? Sì. Sarebbe facile liquidare sdegnosamente questa visione come frutto di una scarsa conoscenza del mondo artistico, delle sue dinamiche, del suo funzionamento interno. Che cosa cade infatti sotto il termine generico ‘installazione’? Ed esso va inteso in chiave stilistica, o di pratica artistica? O non piuttosto in senso storico? Molto facile trincerarsi dietro l’armatura di un iperspecialismo (“la storia dell’arte”, “la critica d’arte”, “le pratiche curatoriali” ecc.) per dire: “Non è roba vostra, non è cosa che vi riguardi: tornate ad occuparvi dei fatti vostri“.
Il problema sta proprio, a ben guardare in questa illusione di specializzazione. In questa autosufficienza tutta supposta, che noi conosciamo benissimo sotto le vesti perniciose dell’autoreferenzialità. L’autoreferenzialità è escludere – espellere – la realtà esterna, e supporre come unico mondo rilevante il sistema dell’arte. Il che significa anche, di fatto, eliminare la storia dell’arte come processo, come sequenza, anche come lotta. Per sostituirla con la lista, l’enumerazione, il catalogo. Siamo stati abituati a pensare, quindi, che la storia dell’arte sia una successione di caselle, che vanno riempite a piacere: per gli anni ‘80 questi artisti, per gli anni ‘90 questi altri, per gli anni ‘10 scelgo questi. Non è così. Ci sono anche periodi di magra, e ci sono epoche di transizione in cui gli artisti che realizzano le opere notevoli, “quelle che rimarranno”, non sono affatto coloro che vengono riconosciuti dal mercato e dalle scelte di un presente particolarmente conformista (pensate per un attimo ai pittori da Salon: Gérome, Cabanel, Bonnat, Bouguereau…).

Damien Hirst - The Dream - 2008

Si potrà obiettare: ma anche rivolgersi troppo al pubblico è un problema, e si rischia di cadere nel “commerciale”, nel “mainstream”. Vero. La narrativa, non solo italiana (di cui lo stesso Berardinelli si è occupato di recente, con Non incoraggiate il romanzo, edito da Marsilio) sta affrontando problemi simili, se non più spinosi. Pare che l’eccessiva concentrazione su bestseller e megaseller abbia dato luogo a fenomeni preoccupanti di “autocannibalizzazione” dell’editoria. Ciò dipende dal regime industriale dell’editoria, aspetto che la accomuna al cinema e alla musica.
Siamo però così sicuri che il chiudersi sempre più all’interno del proprio recinto (chiamarlo “torre d’avorio” oggi fa un po’ ridere, onestamente…) gioverà a lungo all’arte contemporanea? E non sarà invece che una riscoperta della realtà, delle sue forze e dei suoi strati, possa davvero garantire la sopravvivenza di una pratica che oggi, al di là dei luccichii e delle grancasse, sembra decisamente in sofferenza? Non sarebbe, peraltro, la prima volta.

Christian Caliandro

L’articolo di Berardinelli uscito sul CorSera

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).