La rivoluzione orizzontale

In memoria di Cy Twombly. Non un tardivo coccodrillo, ma una smentita dei luoghi comuni che circondano il suo lavoro. Per ristabilire la natura intellettuale della sua rivoluzione, fatta di graffiti osceni e non di lirismo o classicismo.

Robert Rauschenberg, Cy and Relics, 1952, photo copyright the Rauschenberg Foundation, in “Twombly and Poussin: Arcadian Painters” at the Dulwich Picture Gallery, London

Chiedete a un campione casuale di giovani pittori di citarvi i loro artisti di riferimento: i nomi ricorrenti saranno di sicuro quattro. Tutti oggetto di fraintendimento, come accade sempre quando un mito diventa di massa. Citeranno Francis Bacon, interpretato esclusivamente sotto il segno di esistenzialismo ed espressionismo; Lucian Freud, inteso come alfiere del figurativo e del realismo; Basquiat, della cui estetica viene colto solo il lato dissoluto, trascurando la sapienza compositiva e la compostezza quasi ultraterrena. E infine, anche se in misura minore, citeranno l’oggetto di questo articolo, Cy Twombly (Lexington, Virginia, 1928 – Roma, 2011), recentemente scomparso, così come Freud.
Anche nel caso di Twombly urge una rilettura, una smentita delle fuorvianti interpretazioni che l’apprezzamento esteso e la fama portano con sé. È necessario sottolineare che la rivoluzione di Twombly (perché di rivoluzionario si tratta) è prima di tutto di segno intellettuale e concettuale? Sì, è necessario, anche stando a ciò che è stato scritto dopo la sua morte.
Si prenda il pezzo di Vincenzo Trione sul Corriere della Sera del 6 luglio. Un articolo ineccepibile e di pregio a livello di scrittura, dall’ariosità quasi sinfonica, rara rispetto alla scrittura abituale sui quotidiani. Ma l’impressione netta è che, come sempre avviene nel discorso di massa sull’arte contemporanea, si tenda a ridurre il tutto a una lettura monodirezionale. Il lirismo e il riferimento all’antico, pur presenti in diversa misura nell’opera di Twombly, sono le uniche due direzioni prese in conto.
Ebbene, il lirismo è da considerarsi nell’artista americano un apparato, un veicolo di espressione indispensabile per comunicare l’ossatura concettuale del lavoro; e i rimandi all’antico il vezzo, lo sberleffo di un avanguardista.

Twombly nel 1958. Photo: David Lees/Time & Life Pictures/Getty Images

Flashback. Fine anni ‘50-inizio ‘60. Il lirismo è ormai il terreno in cui è sfociato l’Espressionismo astratto. Tentano di ucciderlo la Pop e il Minimalismo. Ma la vera serpe in seno è Twombly: parte da premesse più vicine al nemico per aver maggior presa nell’atto di strangolarlo. Adotta il segno convulso, automatico, espressionista: lo riversa sulla tela e lo anestetizza una volta per tutte, estromettendo il mito machista e individualista dall’arte contemporanea. I suoi sono i graffiti dei bagni pubblici, dei muri desolati. Niente di eroico nemmeno in questa scelta, nemmeno un eroismo al contrario che esalti il derelitto. Ma la volontà di fare tabula rasa e rendere la superficie della tela uno spazio intellettuale
Quale opera esemplifica meglio di quella di Twombly il passaggio al piano orizzontale descritto da Leo Steinberg (Other criteria, 1972), ovvero il criterio di contemporaneità di ogni opera d’arte? Val forse la pena di tornarci. Il piano orizzontale del critico statunitense ha affinità solo nominale con quello di Bataille, che comporta un ritorno all’animalità. Nel caso di Steinberg, il piano orizzontale è l’orientamento definitivo della tela allo spazio intellettuale, dopo l’abbandono totale non solo dell’illusionismo mimetico della finestra albertiana, avvenuto qualche decennio prima, ma anche di ogni corrispondenza tra superficie dell’opera e mondo fisico. Il piano orizzontale è schema, diagramma, “lavagna” (o schermo, se si preferisce), su cui esporre teorie, trasmettere informazioni, generare impulsi che rispondono alla ferrea logica del discorso e del linguaggio (preferibilmente quello lacaniano). Che poi il piano orizzontale di Twombly incorpori espressioni di “basso materialismo“, come direbbe proprio Bataille, risulta ancora una volta operazione concettuale: spregio verso chi pensa di appropriarsi della tela per scopi individualistici, lirici, espressionisti o esistenzialisti (proprio quelli che Trione nel suo articolo insegue elegantemente ma erroneamente analizzando l’opera di Twombly).

Cy Twombly, Ferragosto IV, 1961

Linguaggio, si diceva. Con i suoi scarabocchi Twombly ridusse – lacanianamente, ancora una volta – l’immagine al discorso verbale, fondendo immagine, parola e inconscio. E qui va sgombrato il campo da un altro equivoco. La mitizzazione di Twombly da parte dei giovani massificati cui si accennava all’inizio passa per una falsa coscienza del gesto scatologico dello scarabocchio bassamente materialistico. Pensano di poterci vedere l’atteggiamento dell’artista maledetto, umorale, che se ne frega di tutto e tutto contesta. Quanto detto finora indica invece come il gesto originario della poetica dello statunitense sia stato al massimo grado calcolato, un atto deliberato di politica dell’immagine. Il disprezzo da sbruffone fu rivolto esclusivamente verso usi retrogradi dell’arte, verso antisociali reazionariati visivi. Ed è chiaro come tale gesto non fosse affatto da includere nel luogo comune dell’artista umorale e canzonatorio, qualunquista in ultimo, così come a molti piacerebbe interpretarlo:
L’apparente abbellimento dell’espressione di Twombly avvenuto nei decenni successivi, così come la poesia slabbrata delle sue fotografie, non è stato altro che un atto di generosità: la volontà di rendere trasmissibile la sua rivoluzione concettuale, inoculandovi ampiezza di tratto, di colore e di riferimenti. Ma fiori stilizzati e profumi di classicità mai potranno occultare i rivoluzionari graffiti coprolalici di inizio carriera, e anzi li sottendono e su di essi si innervano.

Stefano Castelli

 

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.