Giustizia è fatta? Ora non infierire, Politi

Una storia di ordinaria amministrazione (giudiziaria). Rogne da tribunale, denunce, cause chilometriche, spese legali da pagare. I protagonisti? Un giovane artista emergente e un nome storico dell’editoria italiana. Giancarlo Politi vs Luca Lo Coco. E si arriva a un patetico pignoramento di mobilia.

Il castello fatto con numeri di Flash Art, celebre opera di Maurizio Cattelan

La notizia è tosta, una di quelle che fanno rumore e che provocano stupore, persino rammarico. No, stavolta non stiamo parlando del famigerato padiglione sgarbiano o di qualche improbabile esempio di public art. Qui parliamo di roba sommersa, fuori dalla luce dei riflettori, che riguarda la vita di persone qualunque, inciampate per caso nell’arte e trovatesi nei casini, improvvisamente. Casini piuttosto seri. Soprattutto se a doverci fare i conti è un ragazzo di 26 anni, decisamente impreparato all’accaduto.
Il ragazzo è Luca Lo Coco, palermitano, un tipo inquieto, brillante: spirito critico pungente, indole creativa e una gran voglia di dire la sua. E la sua l’ha detta, qualche anno fa, con un gesto, forse, ai tempi, non del tutto consapevole, ma che si trasformò in una operazione di net art e poi di mail art.
La cosa, nata più o meno come un gioco, assunse presto i tratti di una provocazione ficcante, precisa. Provocazione riuscitissima, peraltro. Il provocato era, nientepopodimenoche, un dinosauro dell’editoria d’arte italiana: Giancarlo Politi, storico direttore ed editore di Flash Art. A mandarlo su tutte le furie, ben cinque anni fa, fu proprio l’allora ventenne Luca, trovatosi in mezzo a una storia difficile, il cui epilogo – affatto allegro – giunge proprio in questi giorni.

Giancarlo Politi

Ma andiamo per ordine. Nel 2005 Lo Coco, colto da improvvisa fascinazione per l’artworld, compra la sua prima rivista d’arte. Una fra le più istituzionali, le più popolari. Trattavasi di Flash Art Italia, naturalmente. Cosa cercava il ragazzo? Di informarsi, di capirci qualcosa nella babele del sistema, di trovare i talenti del momento, di scoprire in che direzione stava andando l’arte contemporanea.  E invece… la delusione arriva immediata, dopo poche pagine.
Non appena aprii quella che ritenevo la rivista più bella, rimasi semi-atterrito dall’enorme quantità di pubblicità che dovetti affrontare prima di giungere alla prima facciata dedicata all’arte”, racconta Luca, intercettato da Artribune. “La pagina tanto agognata riportava – a caratteri cubitali – la dicitura ‘Le lettere al direttore’; accanto all’epigrafe, una specie di ‘santino’ con un uomo calvo sorridente; il tutto inquadrato da una sottile linea viola che ricordava il paramento di un prete triste durante la quaresima”.
Ironico e un poco acido, il Lo Coco. Che continua: “Leggendo quelle prime lettere, non trovai altro che un acido maestro che bacchettava aspramente i propri alunni. Continuai a sfogliare la rivista. Dopo una mezz’oretta la chiusi. L’avevo aperta per cercare arte, ma vi trovai solo mercato dell’arte”. Lapidario, non le manda certo a dire, il ragazzo.

Luca Lo Coco

Passano una manciata di mesi, e tutto lo stupore e la rabbia di Luca sfociano in un’idea stramba. Il luogo dell’azione? La rete naturalmente, potentissimo strumento con cui arrivare a quanta più gente possibile, in tempi ultrarapidi. “Non avevo nessuna conoscenza tecnica del mezzo, quindi mi rivolsi a un mio amico webmaster”, racconta Luca. “Giulio mi regalò il sito internet www.ashartonline.com per il mio compleanno”.
Ed ecco la pietra dello scandalo: un sito. Tutto qui. Nome quasi uguale alla rivista di cui sopra, layout e contenuti pure. Un doppione imperfetto, una ripetizione appena differente. Due letterine in meno che trasformavano il “flash” dell’originale in “ash”, che in inglese vuol dire ‘cenere’.
E proprio dalle ceneri di quella che era l’illusione del novello lettore d’arte nacque il gemello diseguale: “C’erano piccole differenze nelle news, correzioni ad alcuni articoli pubblicati che mettevano in atto la critica. E c’era pure c’era un forum aperto a tutti”. Un perfetto camouflage, un esperimento situazionista che si insinuava tra la pieghe del sistema per metterlo in discussione.
Tutto filò liscio per mesi,  gli iscritti crescevano e una rubrica in particolare cominciò a riscuotere grandi consensi. Su Le lettere al direttore, parte seconda, tutti quelli che si erano beccati delle risposte poco gentili da Politi potevano dire la loro.
Da gennaio a giugno, www.ashartonline.com fu attivo, contagiando come un virus gli internauti e facendo parlare di sé, sempre di più. Non si trattava più di un gioco. Stando ai primi feedback arrivati, il Direttore cominciava a irritarsi per davvero. Fermarsi? Non sia mai. In fondo si stava solo facendo dell’arte, o anche solo un po’ di sana critica.

L'irriverente dito medio di Cattelan

Arriva così anche l’ash Art Diary, ispirato alla nota agenda cartacea politiana che pubblica i contatti degli operatori del sistema. Il diary di Luca era rigorosamente virtuale, messo su in sole tre settimane: una straordinaria raccolta di circa tremila indirizzi e-mail di artisti, critici e curatori italiani. Scaricabile gratuitamente, of course. Una pioggia di download in pochi giorni. Tutti rubavano, tutti attingevano da quell’archivio impertinente, totalmente free e open. Un successo generato da un incredibile lavoro di reperimento e inserimento dati, un gesto di condivisione democratica che usciva dalle solite logiche del mercato.
Ma come li aveva recuperati tutti quegli indirizzi, Lo Coco? “Usando tutti quelli che avevo io, prendendoli dalle mail arrivate senza cnn o trovandoli in rete.  Del resto, come credi che se lo sia costruito Politi il suo database?  Con 5 giorni di ricerca online sarei in grado di pubblicare un indirizzario con 10.000 nomi. Ci vuole solo un po’ di organizzazione”.
Beh, la misura era colma. E Politi stavolta s’arrabbia sul serio. “Il 31 luglio 2007 un ufficiale giudiziario, bagnato dai quaranta gradi dello scirocco di Palermo, mi consegna un grazioso malloppo di decine di pagine, gentilmente inviatemi dagli avvocati del Direttorissimo”. Comincia una lunga causa giudiziaria, cinque anni di carte, udienze, scocciature. Intanto il sito viene oscurato in via cautelativa. ash Art non c’è più.

Flash Art cover

E arriviamo al 24 settembre 2010. Il processo si conclude, finalmente. A favore di chi? Indovinate un po’. Il giovane artista/attivista palermitano è condannato al pagamento delle sole spese legali, circa 7mila euro. E gli è andata pure bene, visto che la somma richiesta dall’accusa per il risarcimento danni ammontava a ben 200.000 euro. Secondo il giudice esisteva un’obiettiva e dannosa confusione tra i due siti. Ma era proprio questo l’intento dell’imputato! Giocare con la simulazione critica, attuare un cortocircuito, ribaltare le carte trasversalmente, ironicamente.
Ad ogni modo, Luca non ha quei 7mila euro. Il 19 aprile 2011 arriva l’intimazione al pagamento, e dopo i canonici dieci giorni d’attesa la giustizia fa il suo dovere. La mattina del 18 maggio 2011 piomba in casa della famiglia Lo Coco un ufficiale giudiziario che registra l’atto di pignoramento di tutti i beni presenti nell’abitazione. “Mia mamma e mio fratello mi vogliono buttare fuori casa”, commenta lui. E continua: “Se lo rifarei di nuovo? Certamente! In fin dei conti, forse, all’arte ‘pura’ ci credo ancora”.
I mobili dei Lo Coco sono ancora in casa, ad oggi. In tribunale stanno organizzandosi per le spese di trasloco e la successiva messa all’asta. Ha fatto il suo corso la giustizia, certamente. Ma era proprio necessario? Non bastava far chiudere il sito e basta? “Politi non mi ha mai chiesto di smettere, non mi ha mai telefonato o scritto, è arrivata la lettera dell’avvocato, direttamente”. Beh, il Direttorissimo la sua vittoria se l’è portata a casa. Ma se adesso la pagasse lui quella piccola cifra, ci farebbe un gran figurone. Salvando mobili e suppellettili.

Il ghigno

C’è un altro dubbio, però, che resta. Ancor più pressante. Lo Coco era un giovanissimo sconosciuto, non ancora un artista, uno non inserito nel circuito, un nome come altri mille. Un palermitano di vent’anni che credeva nella purezza dell’arte e che coltivava un incontenibile spirito da attivista creativo. Il suo stesso logo è una specie di ghigno beffardo stilizzato, una risata in faccia al sistema, alle sue regole, alle sue ipocrisie, a quel “prendersi troppo sul serio” che a volte risulta un po’ patetico.
Un dubbio, dicevamo. Se questa stessa operazione l’avesse ideata – un nome a caso – Maurizio Cattelan, come sarebbe andata a finire? È evidente: nessuna denuncia, nessun processo. Anzi, vuoi vedere che Politi gli dedicava pure una bella copertina? L’ennesimo colpo di genio dell’artista ribelle che sfotte il sistema: di questo si sarebbe parlato. E il sistema avrebbe gradito e ringraziato. Con tanto di inchino all’irriverente superstar.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.