Banksy conferma sul suo account Instagram la paternità dei sette murales di Parigi

Banksy è tornato. Sette nuovi murales sono apparsi nel giro di poche ore sui muri di Parigi. Si tratta di un nuovo intervento in Francia del più noto street-artist del pianeta dopo l’opera realizzata a Calais nel 2015. E sotto accusa sono, ancora una volta, le politiche europee per i migranti…

Un murales di Banksy a Parigi
Un murales di Banksy a Parigi

Dopo un paio di giorni di illazioni finalmente la conferma è arrivata dall’account ufficiale instagram dello street-artist più famoso del pianeta. Appartengono a Banksy i sette disegni apparsi sui muri di Parigi lo scorso fine settimana. Si tratta del primo intervento dell’artista in Francia dopo il celeberrimo murale raffigurante Steve Jobs nei panni di un migrante siriano realizzato a Calais nel 2015. E sotto accusa sono, ancora una volta, le politiche francesi ed europee per i migranti proprio nelle ore in cui Macron è in Italia per discutere anche di crisi internazionale…

LA MAPPA DELLE OPERE

Uno murales di Banksy a Parigi
Uno murales di Banksy a Parigi

Parigi si è così svegliata martedì mattina con sette nuovi murales lungo le sue strade. Ha scelto dei luoghi emblematici della capitale francese Banksy, lo street-artist di cui non si conoscono né il vero nome né altre generalità. Non dei posti qualsiasi, ma zone complesse, attraversate da conflitti sociali tra popolazione e immigrati. Una sorta di mappa ideale della città, seguendo però il fil-rouge della conflittualità. Si inizia da Porte de la Chapelle, nel XVIII arrondissement, dove lo scorso anno è stato sgombrato tra le polemiche un accampamento sorto vicino al centro migranti del quartiere, per passare ad Avenue de Flandres nel XIX arrondissement, quartiere a fortissima densità di immigrati, in cui si trova un enorme campo occupato illegalmente da centinaia di stranieri. Murales sono apparsi anche nel ricchissimo V arrondissement non lontano dalla Sorbonne, teatro di numerose manifestazioni studentesche contro le politiche nazionali in materia di immigrazione.

LE OPERE

Uno murales di Banksy a Parigi
Uno murales di Banksy a Parigi

Allo street-artist sono stati attribuiti per il momento quattro grandi murales e tre più piccoli. E il messaggio politico sotteso alle opere è come sempre evidente. A Porte de la Chapelle, è raffigurata una bambina che usa una bomboletta di vernice rosa per ricoprire una svastica gigantesca. Il muro scelto da Banksy si trova a pochi metri dal Cpa (Centro di prima accoglienza) dei migranti, che è stato chiuso tra mille polemiche lo scorso 31 marzo. In avenue de Flandres, l’artista ha rivisitato l’opera Napoleone che attraversa le Alpi di Jacques-Louis David datata 1801, trasformando l’imperatore francese avvolto nel mantello in una donna velata di cui cela totalmente il volto. Il riferimento, neanche troppo velato per usare un gioco di parole, è alle donne e agli uomini bloccati sulle Alpi mentre tentavano di entrare in Francia dalla Gendarmerie. A pochi passi dalla Sorbonne, invece, c’è un uomo con una sega nascosta dietro la schiena che offre un osso a un cane al quale è stata appena tagliata una zampa. Si tratta di una probabile allegoria del sistema capitalistico occidentale che prima toglie risorse ai poveri del pianeta e poi finge di concedere loro aiuto e sostegno. L’ultimo in ordine di apparizione è una figura femminile dipinta su una delle porte del Bataclan, omaggio alle vittime del 13 novembre 2015. Meno chiari, invece, i messaggi nascosti nei disegni più piccoli: quattro topi rappresentati in maniera diversa che forse fanno riferimento alle lotte e alle tensioni sociali tipiche della vita urbana.

I PRECEDENTI

Non è la prima volta che Banksy si occupa della condizione dei rifugiati in Europa. Il precedente più noto è il grande murale raffigurante Steve Jobs con un vecchio computer della Apple in una mano e un sacco che contiene pochi effetti personali. L’opera è stata realizzata nella cosiddetta Giungla di Calais, l’enorme baraccopoli in cui vivono i migranti che dalla Francia provano a raggiungere l’Inghilterra, e fa riferimento al fatto che il padre biologico di Jobs era un rifugiato siriano che arrivò a New York negli anni Cinquanta in cerca di fortuna. Pochi mesi dopo, dall’altra parte de La Manica è comparso un disegno di fronte all’Ambasciata Francese di Londra, a Knightsbridge, che rappresentava Cosette dei Miserabili di Victor Hugo in lacrime a causa del fumo dei lacrimogeni. Accanto all’immagine un codice QR rimanda ad un link video che mostra poliziotti francesi antisommossa intenti a sgombrare una parte del campo di Calais. Opere provocatorie, certo, ma con una volontà di denuncia sempre molto precisa. Solo pochi mesi prima, per contestare il Great Wall, il muro costruito dal governo inglese a Calais per impedire ai migranti di attraversare il tunnel della Manica ed introdursi illegalmente in Inghilterra, il writer inglese aveva realizzato un murales molto discusso raffigurante un bambino con una valigia e un cannocchiale che puntava esattamente verso il Regno Unito. Banksy è diventato un vero fenomeno mediatico nel 2005 quando sono apparsi nove suoi graffiti sul lato palestinese del muro che divide Israele e Cisgiordania, eretto ufficialmente per impedire l’ingresso dei terroristi in Israele, ma di fatto barriera invalicabile che isola la popolazione di un’intera regione. Oggi è una star acclamata e riconosciuta con oltre due milioni di follower su instagram. Un fenomeno mediatico destinato a far discutere per ogni sua opera. In attesa che un nuovo murale si materializzi in qualche parte del mondo.

–       Mariacristina Ferraioli

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia e Icon Design. Sta conseguendo un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano ed è docente a contratto presso diverse istituzioni tra cui l’Accademia di Belle Arti di Brera.

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