Il confine tra mondo interiore e realtà nella fotografia di Gak Yamada in mostra in Friuli
Con “Cosmic Prayer”, la fotografia diventa un’esperienza tra materia, meditazione e spiritualità. In mostra a Pordenone fino al 14 giugno, immagini destrutturate e sperimentazioni chimiche raccontano il fragile confine tra mondo interiore e realtà
C’è una soglia invisibile che separa il dentro dal fuori: da una parte il pensiero, l’emozione, il silenzio, l’energia; dall’altra la materia, lo spazio, il rumore, la realtà tangibile. Il lavoro di Gak Yamada (Ehime, Giappone 1973) sembra nascere esattamente in quel punto di contatto, in quell’istante fragile e rapidissimo in cui dimensione interiore e mondo esterno smettono di opporsi e iniziano, per un attimo, a coincidere.
“Cosmic Prayer” di Gak Yamada a Pordenone
È questo il nucleo di Cosmic Prayer, la mostra visitabile fino al 14 giugno presso Die Gelbe Wand, nuovo spazio espositivo inaugurato a Pordenone, che nel 2027 sarà Capitale Italiana della Cultura. Un progetto che restituisce non soltanto l’evoluzione estetica dell’artista giapponese, ma soprattutto il progressivo mutamento del suo rapporto con la fotografia: da strumento di rappresentazione a vero e proprio dispositivo esperienziale.

La sperimentazione di Gak Yamada tra acqua colore e decomposizione
Le prime opere della serie HIGAN mantengono ancora un legame riconoscibile con il paesaggio urbano. Le architetture, le luci artificiali, gli spazi della città emergono nell’immagine come tracce residue di una realtà in via di dissoluzione. Ma è proprio da questa progressiva perdita di definizione che prende forma la ricerca più radicale di Yamada. Le immagini si destrutturano, si deformano, abbandonano qualsiasi funzione documentaria per trasformarsi in superfici emotive, attraversate da stratificazioni cromatiche e alterazioni quasi psichedeliche.
La sperimentazione tecnica occupa, in questo processo, un ruolo centrale. Yamada sottopone le stampe fotografiche a lunghi processi di immersione in acqua, alterandone deliberatamente la stabilità chimica. È interessante osservare come l’artista attribuisca grande importanza anche al comportamento fisico dei materiali: le carte Fujifilm tendono a dissolversi rapidamente, mentre quelle Kodak si sfaldano lentamente, strato dopo strato, producendo risultati differenti tanto sul piano cromatico quanto su quello materico. Nella serie Red, ad esempio, la progressiva scomparsa delle componenti blu lascia emergere il rosso come colore dominante, quasi fosse il residuo ultimo dell’immagine.

Gak Yamada, la meditazione e l’addio alla fotografia
La pratica di Yamada sembra inserirsi in una riflessione più ampia sul concetto di impermanenza, profondamente legato alla cultura e alla spiritualità orientale. Non a caso, l’artista racconta il viaggio di due mesi compiuto anni fa in India, esperienza che descrive come un momento decisivo del proprio percorso umano prima ancora che artistico. Un cambiamento tanto radicale da portarlo, a un certo punto, ad abbandonare completamente la fotografia e a vendere tutta la propria attrezzatura per dedicarsi alla pittura.
“Per fare spazio”, spiega, “puoi provare a guardarti da fuori. Quando sposti il punto di vista al di fuori di te, allora diventa più facile fermarsi”. È una frase che sembra sintetizzare l’intera tensione della sua ricerca: il tentativo di uscire da sé stessi per osservare con maggiore lucidità ciò che accade dentro. Anche nelle opere più astratte, infatti, permane sempre una relazione sottile tra interiorità e paesaggio, tra percezione individuale e dimensione cosmica.
“Flower of the Universe”, la nuova serie ispirata alla connessione umana
Questo passaggio appare particolarmente evidente nella serie più recente, Flower of the Universe. Qui il discorso di Yamada assume una dimensione quasi cosmologica: la vita viene interpretata come una continuità ininterrotta che attraversa l’universo, dalla nascita delle galassie fino all’esistenza individuale. Ogni essere vivente diventa parte di una stessa fioritura originaria, di un unico processo di trasformazione e connessione. In un presente segnato da conflitti, frammentazione e violenza, l’artista immagina invece la possibilità di un linguaggio capace di generare relazione, preghiera, condivisione.
Alla radice di questa tensione esiste anche una domanda profondamente personale. “Quando ero adolescente”, racconta, “all’improvviso ho iniziato ad avere paura. Ero terrorizzato dall’idea di svanire. Così ho cominciato a interrogarmi sul senso della vita”. Gli chiedo se, nel tempo, sia riuscito a trovare una risposta. Sorride e dice di sì, senza aggiungere altro.
Cosmic Prayer
Fino al 14 giugno
Die Gelbe Wand
Mercati Culturali Pordenone
Via delle Caserme 22, Pordenone
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