Il fotoreport Andy Rocchelli morto nel Donbass nel 2014 ha un giardino a lui dedicato a Pavia

A 12 anni dalla morte del fotoreporter Andy Rocchelli, avvenuta nel Donbass mentre egli documentava la guerra contro i civili, il Collegio Ghislieri gli dedica un memoriale botanico e civile che trasforma la memoria in pratica pubblica. Non una celebrazione, ma un’opera vivente

Ci sono memoriali che servono a chiudere una storia. Ce ne sono altri che servono a impedirne la chiusura. Domenica 24 maggio, nel dodicesimo anniversario della morte di Andrea “Andy” Rocchelli, il Collegio Ghislieri di Pavia inaugura il Giardino della Ricerca, uno spazio del giardino storico dedicato al fotoreporter pavese ucciso nel 2014 ad Andreevka, alla periferia di Sloviansk, nel Donbass, mentre documentava le sofferenze della popolazione civile intrappolata nel conflitto tra le forze governative ucraine e i separatisti filorussi. Con lui moriva Andrej Mironov, attivista per i diritti umani, scrittore, ex dissidente russo e suo interprete, e rimaneva gravemente ferito il fotoreporter francese William Roguelon. Su quelle morti, oggi, non esistono ambiguità: i tre gradi di giudizio del processo italiano hanno stabilito che Rocchelli e Mironov sono stati uccisi da colpi sparati da postazioni dell’esercito ucraino, in un attacco che è stato definito privo di provocazione. I colpevoli non sono stati condannati.

Il Collegio Ghislieri di Pavia dedica al fotoreporter Andy Rocchelli il Giardino della Ricerca

Dodici anni dopo, il Giardino della Ricerca diventa il luogo in cui la memoria smette di essere commemorazione e torna a farsi domanda. Non si tratta di una celebrazione. O almeno, non nel senso più rassicurante del termine. Perché il punto non è ricordare Andy ma decidere cosa fare di quella memoria. Ci sarà una targa commemorativa, certo. Un’inaugurazione pubblica con ospiti, giornalisti, fotoreporter, amici e collaboratori di Andy. Ci saranno gli interventi di Gherardo Colombo e Michele Serra, la presenza della famiglia Rocchelli, la presentazione del podcast realizzato da Agostino Zappia ed Enrico Rotondi. Ma, soprattutto, ci sarà un gesto che sceglie deliberatamente di sottrarsi alla retorica monumentale: un giardino. Non una forma chiusa. Una forma viva. Non una statua che fissa il lutto. Uno spazio che obbliga a ritornarci. Perché la memoria, quando è reale, non consola. Disturba. E un giardino, a differenza di un monumento, non permette la comodità della distanza: chiede cura, attraversamento, responsabilità. Non si guarda soltanto. Si abita.

Andy Rocchelli. La fotografia come esposizione

Andy Rocchelli non era un fotografo di guerra nel senso più spettacolare del termine. Non cercava il fronte come luogo dell’eccezione visiva. Cercava i civili. Le sue immagini non inseguivano l’evento, ma la sua ricaduta umana. I margini del conflitto, dove la guerra smette di essere geopolitica e torna a essere corpo. Tra i fondatori del collettivo fotografico Cesura, formatosi con Alex Majoli e con una ricerca fortemente concentrata sull’Europa orientale e sulla Russia, Rocchelli aveva costruito uno sguardo che rifiutava la pornografia della violenza. La sua fotografia non documentava semplicemente: esponeva. Nelle immagini realizzate nel Donbass non ci sono eroi, né iconografie facili della guerra. Ci sono scantinati usati come rifugi improvvisati, madri sedute accanto ai figli durante i bombardamenti, anziani immobili davanti a finestre esplose, cucine ancora apparecchiate mentre fuori cade l’artiglieria.

Una fotografia più di tutte condensa il suo dispositivo visivo, scattata nella città di Sloviansk: un gruppo di bambini rifugiati in uno scantinato, raccolti attorno a una fonte luminosa che isola i corpi dal buio. La scena sospende l’evento e ne mostra la condizione: la guerra non come esplosione, ma come infrastruttura della vulnerabilità. È in questa sottrazione – dove l’infanzia non è più categoria simbolica ma dato reale – che l’immagine smette di rappresentare e comincia a implicare.
In un altro scatto, un uomo fuma seduto davanti a un palazzo sventrato. Dietro di lui, le finestre sono ferite aperte. La normalità e la distruzione convivono nello stesso fotogramma. Era questa la forza di Rocchelli: non fotografare l’eccezione, ma mostrare come l’orrore si deposita dentro la vita ordinaria. Anche nei lavori precedenti sulla Russia e sul Caucaso emergeva la stessa postura. Non l’urgenza del reporter che corre verso il fatto, ma la pazienza quasi morale di chi resta abbastanza a lungo da vedere ciò che il sensazionalismo non registra. Le sue fotografie parlavano il linguaggio del bianco e nero, della composizione rigorosa, della distanza giusta. Il suo lavoro richiama i grandi maestri del reportage umanista, da Robert Capa a James Nachtwey, ma senza la retorica eroica del fotografo-testimone. In Rocchelli c’era qualcosa di più scomodo: la consapevolezza che ogni immagine è sempre insufficiente, e proprio per questo necessaria.

Il fotoreport Andy Rocchelli morto nel Donbass nel 2014 ha un giardino a lui dedicato a Pavia
Andy Rocchelli, Ucraina, Sloviansk, maggio 2014, Bambini rifugiati in uno scantinato per proteggersi dai bombardamenti, © Rocchelli

La giustizia come pratica incompiuta

La vicenda giudiziaria di Rocchelli è diventata una delle parabole emblematiche di quanto sia difficile cercare verità quando il crimine viene commesso dentro una guerra. In questo caso, però, la verità non è ciò che manca. È ciò che resta senza conseguenze. I tribunali italiani hanno ricostruito dinamica e responsabilità dell’attacco. Ma quella verità non ha trovato una forma giuridica definitiva capace di chiudere il caso. Di qui nasce il nome scelto dal Collegio Ghislieri: Giardino della Ricerca. Ricerca come indagine della verità: la ricerca giornalistica di Andy, la ricerca disciplinata e ostinata della sua famiglia, la ricerca come gesto che non coincide con un esito, ma con una durata. Ma c’è anche un secondo significato. Ricerca come gesto botanico: seminare, attendere, curare, proteggere ciò che cresce lentamente. È forse questa la parte più radicale del progetto: rifiutare la velocità della commemorazione pubblica per scegliere il tempo lungo della cura.

Il fotoreport Andy Rocchelli morto nel Donbass nel 2014 ha un giardino a lui dedicato a Pavia
Giardino Collegio Ghislieri Ph ©Serena Campanini ed Elisabetta Baracchi

Il monumento che non vuole essere monumento

Nell’appello del Collegio Ghislieri che ha accompagnato il progetto, e che è già stato firmato da un migliaio di persone, c’è una frase decisiva: Vivificare la memoria è il più potente atto nelle mani degli uomini per coltivare la verità evitando la barbarie”. Ecco allora un progetto che non vuole essere una dedica privata ma diventa una questione culturale. Il Giardino della Ricerca non è un omaggio. È una presa di posizione sul modo in cui costruiamo memoria pubblica. Nel tempo delle statue contestate, delle intitolazioni simboliche e delle commemorazioni consumate in una giornata social, scegliere un giardino significa scegliere qualcosa di meno immediato e molto più esigente. Non celebrare un eroe ma creare uno spazio che obblighi a tornare. Non monumentalizzare una vittima ma costruire una forma di responsabilità collettiva. La botanica, in questo caso, è una politica. Perché un giardino non funziona senza continuità. Non basta inaugurarlo. Bisogna abitarlo. Difenderlo dall’abbandono. Tornarci quando l’evento è finito e le fotografie ufficiali sono già archiviate.

Chiara Argenteri

Il Giardino della Ricerca per Andy Rocchelli
Domenica 24 maggio 2026 – ore 10
Collegio Ghislieri, Pavia
www.ghislieri.it

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