Essere street photographer. Intervista a Simone Morelli, l’artista della lentezza
Proseguono le interviste sulla fotografia di strada in collaborazione con la Daylight School. Ne parliamo con Simone Morelli, tra fascino dell'analogico e importanza dei rapporti umani (al posto dei social)
In Niente di antico sotto il sole, Luigi Ghirri scrisse: “Il linguaggio fotografico si basa su un processo di memoria, ma anche su un processo di cancellazione… La fotografia sembra oggi aver sostituito il mondo, essersi sovrapposta ad esso”. Con queste parole, il fotografo emiliano profetizzava come le immagini non fossero più copie della realtà, ma sue sostitute; avvertiva che la realtà, se fotografata senza un cammino di conoscenza, finisce per perdere il suo valore. Erano tempi diversi: le dita non erano penne e le immagini non erano ancora formati social. Per Ghirri la fotografia era un “cammino della conoscenza”, un atto quasi psicomagico intessuta di simboli. Era questa la sua magia: restituire un’identità a quegli oggetti ormai fagocitati dalla riproduzione esasperata, ripristinare il corso naturale delle cose e ridare loro vita. Una stregoneria, insomma, capace di indurre il pubblico a credere di poter fare lo stesso. Per Ghirri l’immagine stampata -senza la quale lo scatto rimarrebbe intrappolato in un limbo – era oggetto nella sua accezione più nobile: non materia fine a se stessa, ma vita; l’unico vero antidoto all’oggettivizzazione del quotidiano. Oggi questo pensiero così profondo sembra scontrarsi con la velocità a cui siamo abituati. Sia ben chiaro: non si può imprigionare un linguaggio come la fotografia entro i confini materici del passato, ma non si può nemmeno ignorarli del tutto, perché è il pensiero ad agire sulla materia, e non viceversa. Per questo, nella nostra rubrica sulla street photography, vogliamo proporvi il lavoro di un fotografo, Simone Morelli (Roma, 1987), che sembra appartenere a un mondo passato: più lento, riflessivo e tangibile.
L’intervista a Simone Morelli
Come hai incontrato la fotografia e qual è stato il tuo primo approccio?
Ho incontrato la fotografia grazie ad un regalo che mi è stato fatto quando ero in Svezia nel 2012, una fotocamera analogica Praktica. Quando sono tornato a Roma ho voluto provarla senza sapere nulla di teoria fotografica, testando questo primo rullo al cimitero del Verano. Dopo aver visto il risultato sono rimasto affascinato dal procedimento dietro la foto che solo la pellicola mi riusciva a dare. Da lì ho continuato scattando in digitale, ma non ho ritrovato il fascino del primo rullino, sono tornato all’analogico e a tutto il processo che porta allo scatto e alla stampa.
Roma appare spesso nei tuoi racconti (i bus, le zone fuori dal centro): come cambia il tuo approccio fotografico quando ti sposti dagli spazi meno centrali verso il centro storico?
Il mio approccio alla fotografia è prevalentemente istintivo. Mi lascio guidare da ciò che mi attrae visivamente e, una volta individuato un soggetto o una situazione, lavoro sulla composizione per far sì che l’immagine entri in relazione con il progetto che sto sviluppando. Il mio processo può rallentare a seconda del contesto, ma rimane orientato alla costruzione di un linguaggio coerente. Non cerco quasi mai la “bella fotografia” fine a sé stessa: ciò che mi interessa è creare una visione attraverso più immagini, costruendo un racconto che prende forma nella sequenza e nel dialogo tra le fotografie. Allo stesso tempo, quando mi trovo in luoghi nuovi o in situazioni che richiedono una risposta più immediata, posso concentrarmi anche sulla singola immagine: in questi casi la giornata di ripresa diventa un momento di raccolta, seguito da un editing in cui seleziono le fotografie che mi rappresentano maggiormente, cercando, quando possibile, di far emergere una relazione tra di esse.
Qual è stato il tuo percorso di studi e quali autori hanno influenzato la tua visione?
Avendo iniziato da autodidatta non avevo un background fotografico, quindi fotografavo lasciandomi trasportare dalla mia curiosità visiva. Col passare del tempo ho sentito la necessità di approfondire i grandi autori fotografici come Josef Koudelka; è stato uno dei fotografi che per primi mi ha affascinato sia per la sua storia che per i suoi lavori. Ho sentito subito una connessione immediata con lui e questo mi ha portato a voler esplorare la produzione di altri fotografi come Trent Parke, Marco Pesaresi e Jason Eskenazi. Guardare i libri dei grandi autori mi motiva a portare avanti i miei progetti e a sperimentare linguaggi diversi.
Che importanza riveste per te la stampa fotografica?
La stampa è parte integrante del mio percorso creativo. Da quando ho iniziato a stampare le mie foto ho cambiato il mio modo di intendere la fotografia; in fase di stampa riesco ad esprimere meglio l’energia della foto, cosa che il digitale non mi consente di fare. Per me la matericità della carta fotografica è un’esperienza completa rispetto allo schermo di un PC o di un telefono, che sembra quasi un vedere ma non toccare.
I progetti di Simone Morelli
Come nasce e cosa rappresenta il progetto “In the bubble”?
Nasce in un momento di scarsa ispirazione. Guardando fra le foto del mio archivio ho trovato un’immagine di una donna fotografata all’interno di un basso; mi ha colpito il suo sguardo perso e da lì è scattata la scintilla che mi ha portato in strada. Avevo capito che i finestrini degli autobus sono veicoli di grande umanità e di connessione fra me e i soggetti rappresentati. Ho deciso di rubare questi istanti, cosa che ha provocato reazioni a volte aggressive, risolte spiegando il senso del lavoro e mostrando delle piccole stampe. Trovo che questo progetto rappresenti le persone senza maschera, assorte in quei non-luoghi dove traspare l’aspetto genuino dell’essere umano.
Com’è nato il progetto “Sale” e come si è evoluta la sua progettualità?
Il progetto Sale nasce per caso riportando la mia indole street in luoghi diversi dal centro di Roma. Riguardando i provini a contatto ho capito che sarebbe potuto diventare il mio progetto a lungo termine e da lì ho deciso di unire la mia parte istintiva al racconto.
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Fotografia e social secondo Simone Morelli
Come vedi i social nella fotografia?
Non attribuisco ai social un ruolo centrale nella mia pratica. Li considero strumenti utili per farsi conoscere, ma ciò che mi interessa maggiormente è il confronto diretto con le persone: parlare del lavoro, capire cosa funziona e cosa no, e ascoltare le reazioni dal vivo. Ritengo che il confronto umano sia la parte più significativa del processo. Allo stesso tempo, i social mi hanno permesso di entrare in contatto con altri fotografi e appassionati, offrendo occasioni di scambio e anche di gratificazione personale. Rimangono quindi uno spazio utile per ampliare gli orizzonti, pur non sostituendo l’esperienza reale dell’incontro.
Cos’è per te la fotografia oggi?
Io penso che la fotografia sia la nostra grande menzogna, ma può raccontare anche delle grandi verità. Mi piacerebbe che ritornasse quell’esigenza personale e non una sorta di emulazione di un pensiero altrui.
Marco Sconocchia
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