Letizia Battaglia si racconta senza filtri nell’intervista realizzata da Emilia Jacobacci nel 2019. Un viaggio tra vita vissuta e un senso di irrequietezza sempre presente

Abbiamo una sola vita e dobbiamo assolutamente poterla vivere con verità e dignità, questa è la bellezza (Letizia Battaglia)

Ci sono incontri folgoranti, definitivi, nel percorso di ognuno di noi e questo per me è stata Letizia Battaglia (Palermo, 1935–2022), autentica, diretta e mai scontata nel suo modo di guardare arrivando all’essenza delle cose. Anticonformista quando esserlo non era un cliché ma una posizione scomoda, in cerca della verità oltre la patina della superficie, Letizia Battaglia ha vissuto due, forse tre vite: moglie e madre in una Sicilia senza libertà, rinasce donna indipendente a quarant’anni, capace di rivoluzionare la sua vita attraverso una fotografia che guarda in faccia il mondo mai più distante di un pugno o di una carezza e con cui riesce a far pace con se stessa, per diventare in età matura un punto di riferimento, un esempio di umanità vera e generosa.
Ed è questa forse la grande ricchezza e il valore del lavoro della Battaglia, che va oltre la pratica artistica e la attraversa: il senso del profondo valore della vita umana che va cercata e difesa, in una bambina cui si impedisce di vivere la libertà dei suoi anni che trattiene con forza nella sua palla, così come nei corpi esanimi uccisi negli omicidi di mafia, nei manicomi, nell’impegno di Pasolini o Franca Rame o in una coppia che semplicemente si bacia.
La fotografia è come una sonda che cerca e rivela la dignità delle cose, uno sguardo che da esteriore diventa interiore, profondo ed essenziale. “Le mie non sono foto grandiose” – aveva detto durante l’apertura della sua ultima retrospettiva a Milano ‒ “ci sono anche foto che non sono belle, ma hanno un senso e avere un senso nella vita è quello che ho perseguito per tanti anni. Oggi Letizia Battaglia se ne va come una regina dai capelli rosa. A Palermo lascia un Centro di Fotografia che ha voluto più che mai fosse Internazionale in nome di quell’apertura e libertà che segnano tutto il suo percorso di vita. A tutti noi resta un lavoro immenso in migliaia di scatti, una visione e una passione a indicarci la via.
Questa intervista viene dal nostro ultimo incontro di qualche anno fa a Milano, quando, tra il fumo delle sue sigarette e i nuovi libri di Sottsass appena acquistati, abbiamo parlato di bellezza e libertà, di incontri e di futuro. Un futuro “che ora a quasi novant’anni sento ancora di avere ed è bellissimo, perché quello che ami veramente non se ne va” ‒ diceva ‒ “come scrive Ezra Pound, quello che veramente ami, rimane”.

Letizia Battaglia, Milano 2019. Photo © Emilia Jacobacci
Letizia Battaglia, Milano 2019. Photo © Emilia Jacobacci

INTERVISTA A LETIZIA BATTAGLIA

Milano, ottobre 2019

Parliamo di libertà. Tutto inizia a Palermo, quando vieni chiusa in casa da tuo padre dopo aver subito molestie per strada. Sposa bambina a sedici anni con una prima figlia a diciassette: è una seconda prigione. Quando ti trasferisci a Milano hai 37 anni, tre figlie e la volontà incrollabile di andare avanti con la tua vita. Cos’è per te la libertà?
La libertà è il diritto di poter essere sé stessi, con dignità. Quando quell’uomo si è spogliato davanti a me ero una bambina che non sapeva niente e sono stata chiusa in casa, non avevo colpe. Tutta la mia vita è stata condizionata dalla ricerca disperata di questa libertà che mio padre mi aveva tolto. Ho conosciuto mio marito a sedici anni ma non poteva capirmi: io volevo poter continuare a studiare, a crescere, invece mi ha relegato a far la moglie. Diventava nervoso, violento. Sono riuscita ad andare via dopo vent’anni, dovevo farlo pure prima.

Quando hai sentito di poter essere finalmente libera?
Non c’è stato un momento di rottura, non ci si libera a un tratto da un capestro, da una mentalità. La libertà l’ho raggiunta piano, sicuramente il lavoro mi ha dato tanto.
Quando nel 1979 in teatro a Palermo portammo in scena le donne, nude e dipinte, quello fu un momento di grande libertà perché ho sentito di poter esprimere quello che volevo. E l’ho potuto fare solo perché le donne hanno avuto fiducia. Donne vere che si spogliano, così come sono, in una società che le vuole sexy, è rivoluzione. E non è la libertà di potersi spogliare che conta, ma quella di poter essere noi stesse, come siamo veramente.

Letizia Battaglia, Milano 2019. Photo © Emilia Jacobacci
Letizia Battaglia, Milano 2019. Photo © Emilia Jacobacci

LE DONNE E LA BELLEZZA SECONDO LETIZIA BATTAGLIA

Oggi sei amatissima proprio dalle donne, che riconoscono in te la via del riscatto di sé. Come vedi la donna oggi?
Sento che le donne vogliono cambiare, sono pronte a prendere in mano loro stesse e andare avanti. Le vedo con certezza far passi in questo cammino. Non sono mai stata veramente femminista o con le femministe, però sono sempre stata dalla parte delle donne, perché erano deboli, come dalla parte dei bambini, dei neri e di quelli che vengono emarginati dalla società. Anche oggi che fotografo le donne nude, di ogni età, sono le donne a volerlo e a chiedermelo: perché sentono che le rispetto come persone, sentono che se c’è una pecca diventa bellezza, sentono che io sono con loro.

Venendo alla bellezza appunto, cos’è per? Se dico bellezza che immagine vedi?
Una bambina di dieci anni che ancora non sa, però sogna. Il sogno della bambina. Mi commuove. Abbiamo una sola vita e dobbiamo assolutamente poterla vivere con verità e dignità, questa è la bellezza.

Parlando delle bambine, nella tua fotografia le hai cercate per anni, per strada, nei vicoli, ovunque. La tua Bambina col pallone, con il suo sguardo intenso e grave, è diventata il simbolo di un’innocenza violata. Oggi quella bambina l’hai trovata?
La bambina di quello scatto era una bambina ridente, normale, giocava. Invece poi succedono i miracoli, l’empatia: in quel momento mi ha guardato con quegli occhi così profondi e ci ho trovato tutta la mia storia dentro.
Oggi alla mia età posso dire di essere pacificata, anche se sono una donna sempre inquieta, però ora è bellissima la vita perché sento che una parte la sto superando per andare verso un’altra non meno importante, e forse ora con tutto il mio lavoro sento che sì, quella bambina l’ho salvata.

LA STORIA DI LETIZIA BATTAGLIA

La tua vita, come quella di ognuno di noi, è storia di incontri ‒ fortemente voluti ‒pensiamo a Pasolini ‒ o inaspettati ma essenziali ‒ come quelli con il fotografo Josef Koudelka. Incontri condivisi con grande passione che hanno segnato la tua visione del mondo e la tua arte. Come si incontra la strada giusta?
Può succedere per caso, nella vita incontri delle persone che, anche se passano per poco, sono determinanti per la tua crescita, a volte sono anche persone che non ho quasi conosciuto, come per esempio Sottsass, che era un grande designer ma anche un poeta per il suo modo di amare la vita. Ma la maggior parte di questi incontri me li sono andati a cercare, come la Yourcenar o Pasolini, Pina Bausch, Io li considero maestri e da qui è nata le serie de Gli Invincibili. Pina Bausch per esempio era meravigliosa, elegante, di gran classe interiore. Dopo aver visto un suo spettacolo a Parigi mi sono innamorata di lei, delle sue ballerine: donne di quarantacinque anni con i peli sulle gambe! L’ho voluta a Palermo. Lei era una gran donna che lottava, lottava contro le convenzioni, per la libertà. Già, sempre la libertà, sempre quella.

Un matrimonio, tre figlie da giovanissima e poi due storie importanti. Cosa resta dell’amore?
Cosa resta di un amore, me lo chiedo anche in una scena del film (Shooting the Mafia, N.d.A.) cosa resta. Credo che, come dice Ezra Pound, le cose belle rimangono.
Delle mie figlie io sono stata una madre molto innamorata, essere madre mi piaceva molto ma indubbiamente ero così inquieta per la vita con mio marito che non ho avuto la tranquillità di poter essere come avrei voluto. È il rapporto più tormentato che ci sia.
Le storie importanti sono rimaste. Franco Zecchin, Santi Caleca… Con mio marito in qualche modo, dopo tante cose terribili, alla fine quando negli ultimi anni era malato gli sono stata vicina come a un fratello e un cerchio si è chiuso.

Se rincontrassi te stessa, la te stessa di quando hai iniziato a fotografare, cosa ti diresti?
Cosa mi direi? Forse di perdere meno tempo. Anche se il cammino era quello che dovevo fare, non poteva essere diverso. Io ho lavorato tanto, ho fatto fotografia, teatro, il manicomio, giornali, una casa editrice, il Centro Internazionale di Fotografia, non mi sono mai fermata. E anche ora sento che ho ancora altre cose da fare. Tra poco ho novant’anni lo so, però anche ora sento di avere un futuro, ed è bellissimo.

Emilia Jacobacci

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Emilia Jacobacci
Emilia Jacobacci è una storica dell’arte, laureata alla Sapienza di Roma con una tesi sul progetto del MAXXI. Si è poi specializzata in Management dei beni culturali alla Scuola Normale di Pisa e a Milano in Comunicazione multimediale. Scrive di arte contemporanea dal 2001, collaborando con numerose testate tra cui Exibart, Tema celeste, Il Giornale dell’Arte, Flash Art, Arte e Critica. Ha collaborato con il MLAC – Museo Laboratorio dell’Università di Roma La Sapienza e scritto saggi e contributi critici per la collana ArtisticaMENTE e Luxflux-prototype. Per Artribune scrive dal 2012 e attualmente ha ideato e cura la rubrica di interviste di fotografia “Fotosintesi”.