Gli scritti e le interviste di Luigi Ghirri sulla fotografia

Quodlibet ha dato alle stampe un volume che contiene gli scritti e le interviste di Luigi Ghirri. A emergere è l’approccio alla fotografia che si ritrova anche nei suoi scatti

La poetica e la riflessione teorica di Luigi Ghirri sono imprescindibili punti di riferimento per la storia della fotografia e per lo sviluppo del discorso critico su di essa. Sono trascorsi undici anni dalla pubblicazione di Lezioni di fotografia (Quodlibet, 2010), il libro che raccoglieva per la prima volta le trascrizioni delle sue lezioni tenute presso l’Università del Progetto di Reggio Emilia tra il 1989 e il 1990. Quest’anno la casa editrice Quodlibet ha pubblicato il volume di scritti e interviste Niente di antico sotto il sole, con l’introduzione di Francesco Zanot, basato sulla edizione curata da Paolo Costantini e Giovanni Chiaramonte (Società Editrice Internazionale, 1997). La poetica di Ghirri e il suo discorso teorico sono certamente oggetti di ricerca sui quali vi è molto da dire. Tuttavia, in questa sede l’esercizio critico dovrà essere misurato. Perciò l’obiettivo sarà di mettere a fuoco un aspetto in particolare che, nella sua naturalezza, si rivela a ben vedere fondamentale: la centralità della riflessione di Ghirri sulla fotografia come pratica.

LUIGI GHIRRI E LO STUPORE PER IL MONDO

Intendendola come un modo di relazionarsi con il mondo, Luigi Ghirri ha sviluppato la sua riflessione sulla fotografia considerandola non solo come immagine ma essenzialmente come pratica. Come insieme di attività che si basano certamente su capacità tecniche e operative, ma altrettanto sul rapporto con limiti e possibilità che la realtà pone e offre determinandone lo svolgimento. Perché vi sia una traccia è necessaria la sua produzione. I problemi della fotografia, come spiegava con cura nelle sue lezioni, sono infatti tanto essenziali quanto concreti, poiché ben prima che all’immagine sono legati in profondità a quel considerevole lavorio che è necessario per ottenerla. Esso è svolto da chi fa fotografia ossia chi si impegna in quella che può essere descritta come una ricerca di un equilibrio tra quel che vuol fare e quel che c’è al di là dell’obiettivo. Una pratica alimentata da “un lavoro sottile, quasi alchemico” (Ghirri 2010: 21) che la orienta nella relazione con il mondo esterno attraverso l’accentramento di una condizione che è anzitutto percettiva. Lasciarsi stupire dal mondo, da quello che c’è in esso. Accade a chi si cimenta con la fotografia, non solo guardandola ma inevitabilmente facendola.

Luigi Ghirri – Lezioni di fotografia (Quodlibet, Macerata 2010)

Luigi Ghirri – Lezioni di fotografia (Quodlibet, Macerata 2010)

GHIRRI E LA FOTOGRAFIA COME PRATICA

Avvicinarsi alle cose non vuol dire solo vederle in prossimità. Si tratta piuttosto di riconoscere il ruolo della sensibilità, della possibilità stessa di relazionarsi con il mondo, con oggetti e soggetti. Quella di Ghirri, infatti, non è solo una riflessione sulla fotografia come immagine proprio per questa ragione. Essa è piuttosto una indagine sulle condizioni di possibilità del fare fotografia che mira, in particolare, a rendere manifesta quella primigenia condizione percettiva all’origine della pratica e dalla quale naturalmente chi fa fotografia si allontanerà mediante l’elaborazione di una immagine. Da qui prende forma anche la sua idea della fotografia come linguaggio che può restituire l’alternarsi tra stasi e movimento. Il legame tra dimensione pratica e sensibile Ghirri lo affronta concentrandosi sull’elemento precipuo della fotografia, la luce. Per farlo, sottolinea con chiarezza questioni concernenti modi diversi di operare.
Lavorare sul campo, lavorare all’interno del mondo, per la strada, fotografare le architetture, sviluppa una sensibilità, un’attenzione nei confronti della luce che un fotografo di studio non avrà mai. Proprio perché lui ha il controllo delle luci, mentre io non ho il controllo della luce, anzi, ce l’ho, ma l’ho raggiunto attraverso una pratica diversa. Acquisisco una sensibilità nei confronti della luce. E questa, detta così, può apparire una differenza sottile, ma è fondamentale”. (ivi: 30).
A una immagine ci si può arrivare, ma prima è necessario lavorare sulle relazioni. Quelle con il mondo esterno, quelle con i mezzi per fare fotografia. Da esse derivano questioni di luminosità, temperatura dei colori, esposizione. Trasparenza. La fotografia che, come chiariva Ghirri nelle sue lezioni, ha contribuito storicamente a rivelare lo sguardo nuovo ossia a incentivare la meraviglia per il mondo, consente di fare scoperte proprio attraverso differenti registri di trasparenza. La pratica fotografica consiste nel tentativo di lavorare su più equilibri, sottili come li chiamava Ghirri. Quel tentativo non può che darsi nello stesso momento in cui si ammette che l’esito conseguibile includerà necessariamente uno scarto. Che il controllo del mezzo è comunque vincolato a numerose variabili concorrenti a portare la fotografia anche altrove rispetto a quello che si desiderava fare. Senza comunque trascurare gli interventi che gradualmente saranno necessari per arrivare il più vicino possibile alle cose. Per stabilire equilibri tra il sensibile e il fotografabile.

L’APPROCCIO CRITICO DI GHIRRI

Avvicinarsi alle cose vuol dire altresì riuscire nell’approssimazione. Rendere prossimo qualcosa per mezzo della fotografia, ammettendo pur sempre che i risultati possano anche essere altri rispetto a quel che si voleva. Ossia che non si veda come si vorrebbe. A porsi insomma è una naturale questione di lontananza, tra la visione umana delle cose e ciò che di essa potrebbe – solo in qualche misura – essere restituito mediante l’impressione di una traccia luminosa. Proprio per questo, per Ghirri fare fotografia vuol dire anche affinare il senso critico, ossia riuscire ad andare in profondità attraverso un approccio essenzialmente dialettico. Mettere in discussione quel personale modo di vedere le cose che orienterà comunque il lavoro di chi fa fotografia, mentre lo si sta svolgendo.
Da una parte, questo significa affrontare i principali problemi che sono propri della fotografia come pratica. Per esempio, quello dell’inquadratura attraverso una raffinatissima riflessione sull’essenza e il senso della soglia. “La parola soglia non significa soltanto la linea di passaggio tra la strada e l’interno della casa, ma viene utilizzata anche in senso metaforico, per indicare un confine tra l’interno, quello che pensiamo, quello che vediamo, quello che possiamo vedere, quello che dobbiamo vedere e quello che invece vediamo nella realtà e che determina un’osservazione comune, cioè tra il nostro interno e l’osservazione del mondo. Questo punto di equilibrio tra mondo interno e mondo esterno in fotografia io penso di averlo identificato con l’inquadratura. Ci troviamo di fronte a un problema fondamentale, a una delle basi della fotografia. Il rapporto tra quello che devo rappresentare e quello che devo lasciare fuori dalla rappresentazione” (ivi: 152-153).
Dall’altra parte, l’approccio critico di Ghirri si fa tutt’uno con la sua indagine sui modi di fare fotografia. Una indagine sul suo lavoro e su quello di altri autori svolta attraverso scritti e conversazioni realizzate in momenti diversi della sua vita, che restituiscono quello che potremmo considerare quasi come il disegno di uno spazio poetico proprio della pratica fotografica.

Luigi Ghirri – Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste (Quodlibet, Macerata 2021)

Luigi Ghirri – Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste (Quodlibet, Macerata 2021)

LO SPAZIO POETICO DI GHIRRI

Aprire gli occhi sul mondo per riuscire a trovare immagini nella realtà. Ancora una volta può essere utile ribadirlo, ciò accade a chi si cimenta con la fotografia non solo guardandola ma necessariamente facendola. La realtà implica insondabilità e incorreggibilità. Fare fotografia è un modo per tenerne traccia lavorando su limiti e possibilità della visione. Mostrare o celare, mettere in luce o lasciare fuori dall’inquadratura. Questioni di profondità. Così, i soggetti di tutti i giorni, quelli delle fotografie di viaggio che Ghirri descrive come appartenenti al “campo visivo abituale” (Ghirri 2021: 27), sono scelti appositamente per incentivare una qualche lettura critica.
Come scriveva nella prefazione di Kodachrome (ora disponibile anche nel volume Niente di antico sotto il sole), il senso della sua pratica fotografica era intrecciato a una necessità tanto conoscitiva quanto di individuazione del mondo e dei soggetti e oggetti che lo popolano, nonché delle immagini che si possono avere di essi. Così, se estetica e forma appartengono naturalmente alla pratica fotografica – essendo percezione della realtà e sua organizzazione –, il fatto stesso di poter comporre una immagine è frutto del rapporto con il mondo reale, sede naturale dei fotomontaggi. L’approccio critico, infatti, richiede anche di essere mitigato attraverso possibilità che si danno naturalmente entro la stessa relazione con il mondo, anzitutto per capirne il senso. “Lontana da me quindi l’idea di operare in modo criticamente implacabile, ho cercato nel gesto del guardare il primo passo per cercare di comprendere” (ivi: 37). Lo spazio poetico si caratterizza perciò di regole che, quand’anche fossero apparentemente contradditorie, sono comunque proprie del fotografare e sono seguibili da qualcuno che pur essendo dietro la macchina può benissimo condividere il ruolo di chi è al di là dell’obiettivo. Ma il senso dell’approccio critico di Ghirri rispetto alla fotografia come pratica si palesa anche in quelle riflessioni – nelle Lezioni a proposito della composizione; negli scritti, circa Identikit – sul legame tra fotografia e libro, indice della impossibilità di una visione neutra, ossia della influente disposizione umana che immancabilmente orienta il fare fotografia.

L’ESPRESSIONE DEL FARE

Considerandone i frutti, Ghirri osserva il lavoro di altri fotografi. La sua è una riflessione sulla pratica che mette in risalto un aspetto imprescindibile per la natura della fotografia, l’espressività. Per esempio, a proposito del lavoro di Franco Vimercati, scrive: “Forse come in un nessun altro autore della fotografia contemporanea, vi è questa sensazione di un tempo illimitato e dilatato. Nessuna concessione a momenti, inquadrature, scritture privilegiate, e frastornanti. Vimercati ha scelto la strada di una apparente sparizione per meglio descrivere oggetti, piccoli movimenti dello sguardo, della direzione e della qualità della luce” (ivi: 93).
Il fare trapela dalle fotografie perché ne possono essere espressione. E questo, naturalmente, vale anche per le sue foto nella misura in cui “quello che ci è dato di conoscere, raccontare, rappresentare, non è che una piccola smagliatura sulla superficie delle cose, dei paesaggi che abitiamo e viviamo” (ivi: 216). Una smagliatura pensabile anche come sottolineatura di quello stupore che anima il gesto stesso dello scrivere con la luce. Appare così anche il senso di quella pratica chiamata ‘fotografia’ che può essere detta artistica proprio perché, come insegna Ghirri, rivela uno dei ruoli che può avere l’operosità umana nelle relazioni con il mondo.

Davide Dal Sasso

Luigi Ghirri – Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste
Quodlibet, Macerata 2021
Pagg. 360, € 22
ISBN 9788822906144
https://www.quodlibet.it

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Davide Dal Sasso

Davide Dal Sasso

Davide Dal Sasso è ricercatore (RTD-A) in estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca. Le sue ricerche sono incentrate su quattro soggetti principali: il rapporto tra filosofia estetica e arti contemporanee, l’essenza delle pratiche artistiche, la natura del catalogo…

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