Due grandi mostre a Lugano che riparte dalla fotografia

Lois Hechenblaikner al Lac, con i suoi scatti sul turismo di massa, e Shunk e Kender a Palazzo Reali, con le loro storiche immagini che colgono dall'interno l'epoca d'oro dell'arte sperimentale. Il Masi riapre con due mostre in due sedi.

Dopo la chiusura per emergenza sanitaria, il Lac riapre con una mostra del fotografo Lois Hechenblaikner (Reith im Alpbachtal, 1958).  Il fulcro dell’esposizione sono i suoi scatti realizzati a Ischgl, stazione invernale del Tirolo meta di uno sfrenato turismo di massa e negli scorsi mesi focolaio del Covid-19.
Proiettate sulle pareti in due sale, le immagini raffigurano scene kitsch con un’estetica che associa libertà espressiva ed eleganza formale. L’accostamento a due a due delle fotografie dà vita ad associazioni automatiche, oppure spiazza con immagini simili ma dalla prospettiva leggermente diversa. Il risultato è straniante, ironico eppure serio.
Diversamente da un artista come Martin Parr, che esplora temi simili, Hechenblaikner introduce una maggiore distanza rispetto a ciò che si osserva. Ma senza adottare uno sguardo moralizzatore, esprimendo una critica evidente eppure lasciando a chi guarda la scelta tra disgusto, divertimento, mera osservazione estetica degli scatti.

HARRY SHUNK E JÁNOS KENDER

Nell’altra sede del Masi, Palazzo Reali, ha riaperto invece un’esposizione da non mancare, valorizzata anche da un ottimo allestimento. Vi si scoprono i fotografi Harry Shunk (Reudnitz, 1924 ‒ New York, 2006) e János Kender (Naja, 1937 ‒ West Palm Beach, 2009), coppia nell’arte e nella vita che operò da insider nel mondo dell’arte sperimentale delle Neoavanguardie.
Prima a Parigi poi a New York, niente sfugge al loro obiettivo, che introduce nella raffigurazione della vita d’artista una naturalezza inconsueta per l’epoca. Nella sezione Intimità, ad esempio, si vive il connubio artistico e sentimentale tra Jean Tinguely e Niki de Saint Phalle. In Il corpo in azione ci sono i cortei-performance di Yayoi Kusama e il celebre Salto nel vuoto di Yves Klein ‒ uno dei meriti della mostra è far scoprire che diversi scatti arcinoti sono opera proprio di Shunk e Kender.

Shunk Kender, Yves Klein, Salto nel vuoto, 19 ottobre 1960 (fotomontaggio). Photo Shunk Kender © J. Paul Getty Trust

Shunk Kender, Yves Klein, Salto nel vuoto, 19 ottobre 1960 (fotomontaggio). Photo Shunk Kender © J. Paul Getty Trust

OLTRE IL MUSEO

Le foto sulla realizzazione dei Tirs di Niki de Saint Phalle sono un altro documento importante: si capisce il tono severo e solenne, quasi da plotone di esecuzione, del gesto di sparare sul quadro per liberare il colore.
La sezione Nuovi spazi, infine, illustra alla perfezione le formule rivoluzionarie ricercate dagli artisti dell’epoca, con l’opera che esce definitivamente dai confini del museo: le scorribande urbane degli Affichistes, il decimo anniversario del Nouveau réalisme che “mette a ferro e fuoco” piazza Duomo a Milano, Andy Warhol con i suoi sodali della Factory all’Hôtel Royale Bison di Parigi nel 1965… E la storica iniziativa del Pier 18, molo in disuso a Manhattan. Ventisette artisti predisposero istruzioni più o meno precise per la realizzazione della loro opera e per la ripresa fotografica. Quest’ultima fu opera proprio di Shunk e Kender, che dimostrarono definitivamente la dimensione artisticamente autonoma della loro fotografia.

Stefano Castelli

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Stefano Castelli

Stefano Castelli

Stefano Castelli (nato a Milano nel 1979, dove vive e lavora) è critico d'arte, curatore indipendente e giornalista. Laureato in Scienze politiche con una tesi su Andy Warhol, adotta nei confronti dell'arte un approccio antiformalista che coniuga estetica ed etica.…

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