A poche ore dalla marea seconda solo a quella che allagò Venezia nel 1966, il web già brulicava di immagini incentrate sulla drammaticità dell’evento. Matteo de Mayda, autore del progetto “Era Mare”, pubblicato dallo studio grafico e marchio editoriale bruno, rinuncia al sensazionalismo e immortala una città ferita ma tenace. Ne abbiamo parlato con lui e con i suoi “compagni” di avventura.

All’indomani della marea eccezionale che ha colpito Venezia il 12 novembre scorso, travolgendola con 187 centimetri di acqua salmastra, il fotografo Matteo de Mayda, i fondatori dello studio grafico bruno (Andrea Codolo e Giacomo Covacich) e la curatrice Francesca Seravalle hanno unito gli sforzi per rispondere concretamente a una emergenza globale e locale. Il risultato è il volume di scatti intitolato Era Mare, un racconto visivo e poetico che restituisce la fragilità, e la determinazione, di Venezia e dei suoi abitanti. Un progetto che rifiuta qualsiasi sensazionalismo e che contribuisce alla ripresa delle attività culturali di uno dei distretti più vivaci della città.

Fotografare Venezia è impresa di per sé ardua. Immortalare gli effetti di un fenomeno complesso e atavico come l’acqua alta lo è ancora di più. Il rischio di scadere nella deriva sensazionalistica è dietro l’angolo, così come quello della immagine da cartolina. Quale approccio hai scelto per ricordare e far ricordare l’acqua granda del 12 novembre?
Matteo de Mayda: Non amo le immagini sensazionalistiche, credo sia importante raccontare, ma cercando di farlo con un’etica. Come diceva Ando Gilardi, “le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del ‘diritto all’informazione’”. Inoltre, con gli altri autori del progetto siamo sempre stati d’accordo nell’evitare la cronaca d’assalto dei danni in rispetto alle persone colpite, per raccontare l’atmosfera sospesa e fragile di Venezia, della sua laguna e dei veneziani.
Mi sono recato a Venezia il 12 mattina perché avevo letto una ricerca dell’organizzazione non profit americana Climate Central sul fatto che Venezia finirà sott’acqua entro il 2050 a causa del cambiamento climatico. L’alta marea del 12 novembre era stata annunciata, quello che non si conosceva ancora era l’entità che avrebbe avuto. Quella mattina mi sono immaginato di essere nel 2050 e di fotografare una città dove l’acqua alta era la normalità, non un evento straordinario. Poi quella sera la marea è salita inaspettatamente a 187cm, il dato più alto dall’alluvione del 1966.

Era Mare. Photo credits Matteo de Mayda. Progetto grafico di bruno
Era Mare. Photo credits Matteo de Mayda. Progetto grafico di bruno

In quali momenti del giorno sono state scattate le fotografie? Hai innescato un dialogo con i residenti?
Ho passato circa una settimana a fotografare Venezia, da quel giorno in poi, scattando durante le ore diurne nel centro storico, successivamente anche dentro il MOSE e al baby MOSE di Chioggia. Ho fotografato e parlato con i cittadini facendomi raccontare la loro storia, poi ho incontrato il commissario del MOSE e gli operatori che ci stanno lavorando, per farmi un’idea più chiara. Una giornata l’ho trascorsa anche con i volontari di “Venice Calls”, accorsi a Venezia per dare una mano. Non ho mai visto sconforto nei veneziani, semmai, anche sdrammatizzando con la loro tipica ironia, una forza incredibile. Mi ha colpito un gesto piccolo ed estremamente potente, la tacca “187” che tutti i negozianti hanno segnato sulle pareti delle loro attività. Quei 187centimetri che la marea ha raggiunto la notte tra il 12 e il 13 novembre 2019.

Gli incassi delle vendite di Era Mare saranno impiegati per aiutare le attività di commercianti e privati dell’associazione culturale Do.Ve., nel sestiere Dorsoduro. Come è nata questa collaborazione? E quali risvolti concreti avrà?
bruno: Con Matteo c’è un rapporto di amicizia ben consolidato e abbiamo all’attivo già diverse collaborazioni. Ideare e progettare Era Mare con lui è risultato molto semplice.
La stampa/produzione è interamente finanziata da bruno. Dal 2013 abbiamo la nostra sede in quell’area di Dorsoduro e facciamo parte dell’associazione culturale Do.Ve.
Noi siamo stati molto fortunati in quelle giornate e speriamo che questo progetto con Matteo e Francesca possa aiutare in maniera concreta chi lo è stato molto meno di noi. L’associazione si impegna ad aiutare gli associati colpiti e a utilizzare i fondi raccolti per sostenere le attività di restauro degli immobili e la predisposizione di adeguate paratie.
bruno è una delle attività che animano l’area di Dorsoduro, distretto creativo per eccellenza della città. Dare spazio a progetti editoriali come Era Mare significa prendere una decisa posizione rispetto al ruolo della cultura e dell’editoria nell’ambito dello sviluppo di dinamiche sociali virtuose.

Era Mare. Photo credits Matteo de Mayda. Progetto grafico di bruno
Era Mare. Photo credits Matteo de Mayda. Progetto grafico di bruno

Come vi siete interfacciati con Matteo de Mayda durante la realizzazione di Era Mare?
bruno: Era Mare è nato in maniera spontanea, sia in termini creativi che di “mission”. La nostra sede ha retto l’urto anche dei 187 centimetri e in quelle giornate abbiamo potuto ospitare Matteo offrendogli una sorta di base operativa per scaricare e post-produrre le immagini. Così, in modo molto naturale, abbiamo iniziato a discutere di ciò che stava accadendo e di come lo avremmo potuto raccontare.

Quale forma grafica ha il progetto?
bruno: L’impianto grafico riflette su una Venezia spaccata a metà, sì distopica ma incredibilmente reale nella sua quotidianità anche da sommersa: il libro tagliato in due consente di scegliere cosa vedere. Una volta steso e aperto, il lettore incontra il testo di Francesca.

Come è nato il testo che accompagna gli scatti di Matteo de Mayda?
Francesca Seravalle: Il testo è nato per rafforzare l’intento del libricino condiviso con Matteo e bruno: non volevamo lavorare sul dramma, sull’aspetto sensazionale e cronachistico dell’inondazione, ma su due punti: la difficoltà e lo stress mentale che ci siamo trovati ad affrontare nelle tre settimane successive, perché quell’acqua non se ne andava più, e porre delle domande sul futuro di Venezia. È stata anche una forma di rispetto per le persone colpite che si sarebbero sentite “usate”, mentre, in questa maniera, abbiamo preferito mostrare la resistenza dei veneziani capaci di far fronte e di lavorare nonostante i grandissimi disagi e danni. Le immagini di Matteo sono molto belle, equilibrate e pulite e mostrano come anche nel disastro Venezia fosse sempre bellissima, nonostante potessero prefigurare una futura Atlantide o Pompei. Ho deciso quindi di scrivere un racconto distopico prendendo ad esempio The Drowned World di Ballard, perché rappresentava davvero l’atmosfera sospesa e post-apocalittica in cui ci siamo trovati. Sembrava di essere in un racconto postmoderno in cui qualcosa si era rotto e non sapevamo più come fare, eravamo abituati a vivere metà in acqua e metà all’asciutto, ci sentivamo degli anfibi.

Era Mare. Photo credits Matteo de Mayda. Progetto grafico di bruno
Era Mare. Photo credits Matteo de Mayda. Progetto grafico di bruno

Quali aspetti mette in luce il tuo testo? E quali caratteristiche ha?
Francesca Seravalle: Il titolo doveva essere evocativo e doveva spiegare la rottura dell’equilibrio ambientale avvenuta da quel giorno in cui il mare si mangiò la laguna. Era Mare indica un cambiamento radicale, una nuova realtà ambientale che i veneziani e la laguna veneziana avrebbero affrontato dal 12 novembre in poi in questo racconto distopico. Nel sistema laguna (vegetale e animale) in cui l’acqua è salmastra, mista di dolce e salata, l’incremento del gradiente di salinità, come si può immaginare, può comportare delle modifiche molto forti. I danni dell’acqua salata sono molto più resistenti di quelli di acqua dolce. I veneziani hanno un legame molto forte con il clima lagunare, dall’odore e dalla direzione del vento e dalla temperatura più calda, anche senza guardare le previsioni, sanno che sta arrivando lo scirocco, che spinge l’acqua dal mare in laguna. Da quel giorno a Venezia non ci si fida più delle previsioni e non si riesce più a leggere il clima come al solito, o almeno capiamo quando sale l’acqua, ma non si sa con precisione di quanti centimetri, e, ancora peggio, per alcune settimane non si è vista tregua a queste continue inondazioni. Vedendo il libricino tagliato a metà, e pensando che l’immagine di Venezia è sempre riflessa nell’acqua, quindi doppia, ho pensato di trovare un titolo che esaltasse questo aspetto speculare, ed ecco che Era Mare si è dimostrato il titolo più azzeccato, anche perché aveva in sé una certa fluidità musicale che mi ricordava un’onda di una marea che sale e scende.

Cosa significa tradurre in parole un evento così straordinario come l’acqua granda del 12 novembre?
Francesca Seravalle: Avevo già curato dei progetti digitali e una mostra per Fabrica alla Bevilacqua La Masa nel 2016 per ricordare l’acqua granda del 1966 e mi sono accorta della differenza: quando sei coinvolta nei fatti perché il tuo compagno ha passato giorno e notte per settimane a controllare le pompe e a pulire e ripulire il locale a ogni marea, perdendo molti elettrodomestici e settimane di attività, quando la tua amica si barrica sopra al letto con il suo cagnolino perché l’acqua le sale dentro casa, quando i supermercati sono chiusi e inagibili, le librerie danneggiate, sai che devi fare qualcosa e con il massimo rispetto per l’immagine della tua città. Portare la tua testimonianza e tradurla nel linguaggio più affine per un aiuto concreto: un libro utile, solidale, e con un tocco poetico.

Arianna Testino

http://eramare.b-r-u-n-o.it

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Spazio espositivoBRUNO
IndirizzoDorsoduro 2729 - Venezia - Veneto
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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.