Fotografia come riscatto. Reportage da Paris Photo

Dalla diversità all’ambiente passando per la forza della donna: è il tema del cambiamento a ispirare l’edizione appena conclusa di Paris Photo.

Pixy Liao, Holding, 2014 © Pixy Liao. Courtesy Blindspot
Pixy Liao, Holding, 2014 © Pixy Liao. Courtesy Blindspot

Caleidoscopica e multisfaccettata, l’edizione 2019 di Paris Photo non lascia spazio a esitazioni in un racconto visivo che riflette tutto il fermento e la spinta propulsiva della scena della fotografia contemporanea. Il parterre di espositori è ricchissimo, con gallerie prestigiose e internazionali che raccolgono il testimone della fotografia istituzionale, apripista al nuovo che avanza intorno ai temi cardine di questa edizione: la diversità, la donna e l’ambiente.
Il trionfo della diversità ‒ di genere, di cultura, di razza ‒ intesa come forza da cui rilanciare la visione della nostra contemporaneità è trasversale e definitivo a partire dalla fotografia istituzionale: Hauser & Wirth inaugura la sua presenza in fiera con la galleria di tipi umani del pionieristico August Sander e i suoi studi antropologici nella Germania tra le due guerre, mentre Gagosian, in collaborazione con la galleria parigina 1900-2000, presenta il mondo surreale di Man Ray, che approda senza soluzione di continuità ai nostri giorni nell’universo visionario e mutante di Joel-Peter Witkin, il quale, con le sue divinità ermafrodite e la sua mitologia erotica, ha contribuito a trasformare lo spazio dell’identità e dell’immaginario contemporaneo. Da non perdere, in questa direzione ibrida tra reale e fantastico, anche la fotografia di moda del genio di Tim Walker, il cui universo eccentrico viene celebrato a Parigi dalla Michael Hoppen Gallery di Londra, in contemporanea con l’ampia retrospettiva Wonderful Things, al Victoria & Albert Museum.
Una diversità che dal mondo dell’immaginazione tocca il terreno della realtà più tangibile: così è nella fotografia stringente di Tom Wood, fotografo di strada e documentarista irlandese, che nella sua serie di ritratti di famiglia racconta storie tutte umane e restituisce una potente ed eterogenea galleria della normalità, lontana da ogni stereotipo. La diversità che arriva a toccare il corpo è invece il cuore del lavoro della giapponese Mari Katayama, presenza centrale di questa edizione della fiera: la sua fotografia di grande impatto emotivo racconta della sublimazione creativa in grado di vincere la mutilazione e la deformazione della malattia per arrivare a una nuova accettazione di sé.

Zanele Muholi, Gamalakhe I, 2018. Courtesy of the artist & Yancey Richardson Gallery
Zanele Muholi, Gamalakhe I, 2018. Courtesy of the artist & Yancey Richardson Gallery

LA DONNA

Se il racconto di questa edizione di Paris Photo è il racconto di un riscatto, di un’umanità capace di guardare al futuro con una rinnovata forza proattiva, è la donna a esserne senz’altro portavoce e protagonista. Una donna che fa della forza e della fierezza contro ogni etichetta la sua libertà: questo il sentimento alla base anche del lavoro di un’altra donna-star che, come Mari Katayama, approda dalla Biennale di Venezia al centro della kermesse parigina: la sudafricana Zanele Muholi, attivista LGBTI nella comunità black, scelta anche per l’immagine della fiera. La sua galleria di ritratti di ieratiche regine nere afferma con forza la necessità di uno spazio per la donna oggi: una donna trasformata e forte, in tutte le sue declinazioni. Non diversamente va letto anche il lavoro dell’americana Ayana V Jackson, presentato dalla Mariane Ibrahim Gallery di Chicago, che ritrae delle potenti donne nere, sovrane sontuose sul loro passato di razzismo ed emarginazione sociale.
Come un fil rouge che passa attraverso le generazioni, l’identità della donna e la diversità sono anche al centro di uno dei progetti più interessanti del settore Curiosa, dedicato alla fotografia emergente, con il duo delle giovani Elsa & Johanna, che per la galleria parigina La Forest Divonne ricoprono un’intera parete dei loro ritratti in sembianze e ruoli sempre diversi: il tema è ancora la costruzione dell’identità e la relazione tra realtà e finzione. Non lontano, la Ravestijn Gallery espone un largo formato di Cindy Sherman che, trasformata in una maschera pop, mentre mangia patatine in una vestaglia variopinta, sembra quasi guardarle e sorridere.

August Sander, Sekretärin beim Westdeutschen Rundfunk in Köln, 1931 © Die Photographische Sammlung – SK Stiftung Kultur – August Sander Archive, Cologne, DACS, London, 2019. Courtesy Hauser & Wirth
August Sander, Sekretärin beim Westdeutschen Rundfunk in Köln, 1931 © Die Photographische Sammlung – SK Stiftung Kultur – August Sander Archive, Cologne, DACS, London, 2019. Courtesy Hauser & Wirth

L’AMBIENTE

Infine, molto presente, il tema dell’ambiente. Si va dalla fotografia aerea del Premio Pulitzer Josh Haner, che per il New York Times documenta l’impatto del riscaldamento globale sul pianeta, ai colori bruciati dei paesaggi della nuova serie Africa di Edward Burtynsky (galleria Metivier, Toronto), che con il suo largo formato e i suoi scatti pittorici ci pone davanti alla bellezza e alla fragilità di una terra soggetta alla desertificazione, all’inquinamento e all’impoverimento dovuto allo sfruttamento umano.
Se la perfezione della natura sembra senza tempo negli scatti di Ansel Adams (galleria Peter Fetterman, Santa Monica) in un bianco e nero silenzioso e potente, nello spazio di Magnum Paolo Pellegrin ci riporta all’urgenza della realtà con la documentazione del grande disgelo in Antartide. Una fotografia che documenta, denuncia, si fa portavoce della necessità di azione. In mostra anche un piccolo cammeo di Greta Thunberg, seria e intensa, in un lungo abito verde. Uno scatto per la rivista Time della ritrattista olandese Hellen van Meene: a indicarci ancora una volta che la direzione stavolta è quella attiva e del cambiamento.

Emilia Jacobacci

www.parisphoto.com

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