Kim Joon. Un tatuatore in Corea

Dal tatuaggio alla scultura il passo è stato breve per il coreano Kim Joon. Protagonista imprescindibile il corpo femminile, ritratto in statuette cave di porcellana, decorate con garbati motivi orientali o ispirati alle classiche manifatture europee.

IL TATUAGGIO IN COREA
Il giovane Kim Joon (ma i coreani si chiamano tutti uguali?) si confessa ossessionato dai tatuaggi. Non è il solo, si dirà; lui però lo è in modo differente, particolare – forse perché la pratica tattoo in Corea è considerata disdicevole (e quindi sarebbe un moto di contestazione), forse perché aveva cominciato a praticarla sui commilitoni durante la sua permanenza nell’esercito (e quindi sarebbe un passo facile obbligato), fatto sta che da civile ha deciso di trasferirla idealmente anche nel proprio lavoro artistico.
Dapprima, usando marker ad acqua decorava calchi di lattice di corpi umani, maschili e femminili, con tappezzature di noti marchi commerciali occidentali. Giustificazione pop: sosteneva così di puntare l’indice da una parte sul desiderio orientale di omologazione cultural-consumistica, e dall’altra sullo strapotere occidentale di manipolazione diretta del desiderio globale. In altre parole (sue): in una società che mostra un inguaribile debole per gli oggetti materiali, la tatuatura non sarebbe solo una scrittura fisica sul corpo, ma pure una significante impressione mentale sulla coscienza dell’individuo.

Kim Joon, Golden Hour-Romeo and Juliet, 2011

Kim Joon, Golden Hour-Romeo and Juliet, 2011

CORPI GRIFFATI
Andando avanti, Kim ci ha preso gusto e ha mutato ottica. Mantenendo fissa la predilezione per il corpo femminile (oh, che sorpresa!) e passando agli ormai usati metodi di composizione digitale, ha deciso di “tatuare” altro su superfici diverse. Ora utilizzando fotografie di corpi nudi, li ha trasformati in statuette cave di porcellana, a volte intere e a volte frantumate, decorate di volta in volta con garbati motivi orientali o ispirati alle classiche manifatture europee: Sèvres, Limoges, Meissen, Copenaghen, Villeroy & Boch… Una esplosione fredda di liscia sensualità.
L’accurata opera di mistificazione, fondamentalmente decorativa, appunto, tra ombreggiature aggraziate e lucidi riflessi, infine si colora però di connotazioni tanto sociali quanto erotiche. Le composizioni di membra, tra cui si prediligono gli articolabili arti e invece vengono sistematicamente neglette le teste, si fanno eleganti – e insieme inquietanti – grovigli labirintici di carni-non-carni, danze quasi rituali di forme spezzate. Bellezze delicate e perciò molto fragili? Bellezze vuote dentro? Bellezze ingannevoli? O bellezze forse suggerite deludenti? Mah: l’illusione, almeno, è tecnicamente ineccepibile. E il suo autore è oggi riverito in Corea come uno fra i più stimabili artisti nazionali.

Ferruccio Giromini

www.kimjoon.net

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #25

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Ferruccio Giromini

Ferruccio Giromini

Ferruccio Giromini (Genova 1954) è giornalista dal 1978. Critico e storico dell'immagine, ha esercitato attività di fotografo, illustratore, sceneggiatore, regista televisivo. Ha esposto sue opere in varie mostre e nel 1980 per la Biennale di Venezia. Consulente editoriale, ha diretto…

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