Al Palazzo Zabarella di Padova, nella prestigiosa sede della Fondazione Bano, si riscoprono i macchiaioli, ma anche e soprattutto i sostenitori controcorrente di quei pittori d’avanguardia che all’epoca ebbero forse il difetto di “precorrere troppo”. Una mostra da vedere appena i musei riapriranno i battenti.

Cominciamo dalla fine, dalle ultime due sale della mostra: vi è esposta, per la prima volta nella sua interezza, la collezione privata di Alvaro Angiolini. Un nome pressoché sconosciuto, mentre più noti sono gli autori dei dipinti acquistati dal collezionista, e si tratta di Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e tanti altri. Nato a Livorno, Angiolini non ebbe una vita facile, ma, nonostante le difficoltà, germogliarono in lui sia il seme dell’arte della stampa sia una spiccata attitudine al collezionismo che lo portò ad avvicinarsi alla pittura delle giovani generazioni dell’epoca. Divenne inoltre comproprietario, nel secondo dopoguerra, della galleria Bottega d’Arte Livorno, le cui rassegne gravitavano proprio attorno ai maestri della “macchia” e ai loro eredi. La sua collezione “sebbene eterogenea nella tipologia iconografica, permane fortemente connotata nella predilezione per la produzione macchiaiola e postmacchiaiola, annoverando molte purissime punte di diamante”, scrive Claudia Fulgheri in catalogo.

I SOSTENITORI DEI MACCHIAIOLI

Emerge chiaramente già da questa sezione, quasi una mostra nella mostra, come il progetto espositivo di Palazzo Zabarella si fondi su due categorie di protagonisti: da un lato i pittori, le cui vicende di anticonformisti, ribelli, ferventi repubblicani e mazzininani convinti sono già state indagate nel 2003 nella stessa sede; dall’altro i collezionisti, i mecenati, gli amici, i sostenitori. Su questi ultimi, come afferma Elisabetta Matteucci a nome dell’istituto livornese partner della fondazione padovana, è stata condotta una ricerca “chirurgica” grazie alla quale si sono scovate le fonti, spesso trascurate, per ricostruire puntualmente le relazioni con i pittori, le preferenze, gli innamoramenti. Lo testimoniano ad esempio, nella prima sala, la sensibilità dimostrata dal critico d’arte Diego Martelli e dallo scienziato Gustavo Uzielli, tra i primi a diffondere la cultura positivistica francese e tedesca e a collezionare l’arte dei macchiaioli: insieme a Ugo Ojetti sono presenti in mostra nella prima sala grazie ai ritratti e a dipinti provenienti dalle loro raccolte.

Giovanni Fattori, La strada bianca, 1887 ca., olio su tela, cm 95x73. Viareggio, Istituto Matteucci
Giovanni Fattori, La strada bianca, 1887 ca., olio su tela, cm 95×73. Viareggio, Istituto Matteucci

I TEMI E I LEGAMI DEI MACCHIAIOLI

Tra l’inizio e la fine, il sipario si alza su altre figure lungimiranti, fra cui ricchi borghesi, nobili e intellettuali, imprenditori e negozianti, donne colte che compresero la rivoluzione visiva perseguita dai macchiaioli e che ne condivisero la “continua battaglia per favorire, con un nuovo modo di vedere e rappresentare la realtà, anche la nascita di una società migliore nel difficile periodo storico che è seguito all’unità d’Italia”, scrivono il presidente Federico Bano e il direttore culturale Fernando Mazzocca. Amici e mecenati che a volte li accolsero in famiglia, e poi i primi collezionisti, i mercanti con il loro eccezionale fiuto. Attraverso le opere si segue quindi un doppio binario e si scoprono i temi prediletti dagli artisti che, ancor prima dei ben più celebri impressionisti, avevano cominciato a dipingere en plein air: la realtà quotidiana, il paesaggio toscano e i borghi della Liguria, i ritratti, la vita domestica – buffissimo e incredibilmente innovativo Le faccende di casa di Adriano Cecioni –, il duro lavoro nei campi, e non mancano i soldati e le battaglie risorgimentali combattute attorno al 1860.
Colpisce inoltre la sezione sui “pittori amatori”, interessantissima poiché svela il rapporto privilegiato che si instaurò tra i macchiaioli e altri artisti che, pur seguendo un diverso orientamento, crearono una straordinaria sintonia di affetti. Ne è esempio il macchiaiolo Cristiano Banti il quale, una volta arricchitosi, sostenne con molti acquisti i colleghi meno fortunati.
Una riscoperta dunque, condotta, attraverso punti di vista privilegiati e inediti, su un gruppo di pittori che ebbero forse il difetto di “precorrere troppo”, come evidenzia ancora Matteucci, scontando una certa marginalità che ora la mostra di Padova risarcisce.

Marta Santacatterina

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Vernissage24/10/2020 no
Duratadal 24/10/2020 al 30/06/2021
CuratoriFernando Mazzocca, Giuliano Matteucci
Generearte moderna
Spazio espositivoPALAZZO ZABARELLA
IndirizzoVia San Francesco 27 - Padova - Veneto
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Marta Santacatterina
Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte – titolo conseguito all'Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia dell’arte medievale –, svolge da molti anni la professione di editor freelance per conto di varie case editrici ricoprendo anche, dal 2015 all’inizio del 2018, il ruolo di direttore editoriale del marchio Fermoeditore e della rivista collegata “fermomag”, sulla quale si è dedicata alle rubriche di arte, fotografia e mostre. Scrive per “Artribune” fin dalla nascita della rivista nel 2011, mentre più recenti sono le collaborazioni con il sito “Art&Dossier” – sul quale recensisce progetti allestiti in gallerie private –, con “La casa in ordine”, dove si occupa di designer emergenti e autoprodotti, e con la rivista “Dolcesalato”, su cui propone ai pasticceri suggestioni tratte dall'arte contemporanea. Scrive inoltre testi storico-artistici e sul fumetto per case editrici italiane (Giunti editore, Grafiche Step editrice ecc.) e statunitensi (Fantagraphics Books). Ha partecipato come giurata a concorsi di arte o fotografia e raramente cura delle mostre per artisti che riescono a convincerla grazie alla qualità dei lavori e alla solidità della loro poetica. Per la sede di Parma del Boston College, si occupa inoltre di attività di tutoring sull'arte contemporanea per studenti americani.