Rileggere Magritte. In una mostra a Lugano

MASI, Lugano – fino al 6 gennaio 2019. Novanta opere analizzano la galassia intellettuale dell’artista belga, dai lavori giovanili alle celebri icone surrealiste. Una mostra che dà un’immagine rinnovata di René Magritte, lontana dagli stereotipi.

René Magritte, Le grand siècle, 1954. Kunstmuseum Gelsenkirchen © 2018 Prolitteris, Zurich
René Magritte, Le grand siècle, 1954. Kunstmuseum Gelsenkirchen © 2018 Prolitteris, Zurich

La mostra che il MASI dedica a René Magritte (Lessines, 1898 – Bruxelles, 1967) ricostruisce a mo’ di puzzle, ma senza rinunciare alla cronologia, tutte le caratteristiche e gli slanci che costellano la sua opera. Lo spunto è La ligne de vie, conferenza tenuta dall’artista nel 1938 al Musée Royal des beaux-arts di Anversa. Come Magritte in quella conferenza delineò la sua galassia creativa, tra spunti, ispirazioni e sottintesi, così procede la mostra (non fermandosi però al 1938). Allineando raggruppamenti di opere che aiutano a vedere in modo inabituale icone anche celeberrime.
Il Magritte che ne esce è un artista complesso, riflessivo, autoconsapevole, che si affranca decisamente dalla banalizzazione della sua opera oggi presente nell’immaginario collettivo – sarebbe per inciso interessante stabilire se una piccola parte della colpa di tale slittamento sia insita nell’opera stessa di Magritte.

LA PITTURA COME MEZZO INTELLETTUALE

Surrealista ma non dogmatico, protopop, “grafico” e assieme pittorico, alterno ma mai improvvisato. Più che creatore di icone, peraltro altamente perturbanti e suggestive, come dimostrano molti dei lavori  esposti, il Magritte di questa mostra è un intellettuale che usa la pittura come strumento, non come fine. Talvolta trascurandola, “sprecandola”, altre volte curandola nei minimi dettagli e raffinatezze.
Sempre presenti sono poi gli spunti filosofico-letterari, come in una volontà di cogliere la parte più nobile dello spirito del tempo, al di là delle fluttuazioni della storia. Ed è questo il tratto migliore di Magritte, che lo rende davvero grande, insieme alla modernità quasi preveggente di alcune fasi.

René Magritte, La recherce de l'absolu, 1966. Collezione privata, Lugano © 2018 Prolitteris, Zurich
René Magritte, La recherce de l’absolu, 1966. Collezione privata, Lugano © 2018 Prolitteris, Zurich

DIMOSTRAZIONI LINGUISTICHE

Novanta opere compongono il percorso, dagli Anni Venti alla maturità, con molti dipinti celebri e non pochi passaggi più sorprendenti. Si parte dagli esperimenti giovanili, con influenze futuriste e metafisiche. E proprio la Metafisica è il ponte verso il Surrealismo, nel caso di Magritte intriso di una sorta di Simbolismo aggiornato. Si entra poi nella fase in cui si associano immagine e parola, con efficacia definitivamente moderna; mentre le associazioni automatiche surrealiste diventano in molti lavori vere e proprie dimostrazioni linguistiche, trattati minimi oppure motti istantanei.
L’autoironia del periodo Vache è tra le fasi ancora meno note della sua opera, così come il “periodo Renoir”, in cui utilizza il tratto impressionista con scopi parzialmente parodistici. E non manca una sezione dedicata alle affiches pubblicitarie e politiche.
Una mostra dalla doppia chiave di lettura, insomma, per chi vuole vedere le icone magrittiane ma anche per chi vuole metterlo alla prova, rileggendolo in maniera inabituale.

– Stefano Castelli

Evento correlato
Nome eventoMagritte - La Ligne de vie
Vernissage15/09/2018 ore 18 su invito
Duratadal 15/09/2018 al 06/01/2019
AutoreRenè Magritte
CuratoriXavier Canonne , Julie Waseige
Generipersonale, arte moderna
Spazio espositivoMASI LUGANO LAC
IndirizzoPiazza Bernardino Luini, 6 CH - 6900 - Lugano
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.