“Artforum è morto”. Un articolo accende il dibattito su cosa resta del celebre magazine americano 

Negli scorsi giorni, l’ex-editor di Artforum Travis Jeppesen ha descritto il declino del magazine d’arte più importante del globo in un articolo che parla non solo di una triste esperienza professionale, ma anche dell’integrità e del destino della critica

“Un suicidio lento e prolungato”. Non può che essere amara la lettura dell’articolo che Travis Jeppesen – scrittore, poeta e critico d’arte statunitense – ha pubblicato lo scorso 1° novembre sulle pagine di Tablet. Per 17 mesi ha ricoperto la posizione di senior web editor per Artforum, dopo essere stato un regolare contributore per 17 anni; a maggio 2025 ha consegnato le sue dimissioni da quello che molti considerano il magazine d’arte per eccellenza, e non a torto: nei suoi sessant’anni di storia (a partire dal 1962, anno della sua fondazione) ha ospitato le migliori firme della critica e dell’arte americana e internazionale, contribuendo senza possibilità di appello alla produzione e alla divulgazione dell’arte contemporanea. È qualcosa che Jeppesen non può, e non intende, negare: ma proprio alla luce della sua consapevolezza del peso storico di Artforum per questo settore, le sue parole risultano ancora più amare. Nel ripercorrere le ultime vicende della testata, oltre alla sua esperienza professionale, Jeppesen non si limita alle questioni di cronaca e di governance. Ne fa anche una questione di critica e di scrittura. In questo articolo proverò ad attraversare alcuni dei molti punti toccati da Jeppesen nel suo scritto (di cui vi consiglio la lettura integrale), per comprendere in che misura – nonostante negli ultimi mesi non siano del tutto mancati contributi di rilievo – si debba riflettere sul declino non solo di un magazine di primo piano, ma anche del modello editoriale che rappresenta.

Artforum: l’acquisizione di Penske Media e il “Velasco fiasco”

Fra i pregi dell’articolo pubblicato su Tablet c’è la ricostruzione delle recenti vicissitudini di Artforum, in particolare a partire dall’acquisizione della testata da parte del gruppo Penske Media – proprietario dei Golden Globe, di riviste come Variety, Rolling Stone, Billboard e, dal 2018, di Artnews, già reduce da una fusione con Art in America nel 2015 e storicamente uno dei maggiori competitor di Artforum. In questa concentrazione editoriale, Jeppesen vede l’ennesimo segnale di una progressiva perdita di indipendenza del magazine americano. Una preoccupazione crescente, visto il recente accorpamento degli uffici delle tre riviste sullo stesso piano della sede newyorkese di Penske Media – cosa che, all’epoca dell’acquisizione di Artforum, il CEO Jay Penske aveva categoricamente scongiurato. Anche il critico americano Joshua Decter ha riconosciuto, con un post Instagram pubblicato il 6 novembre, che Artforum potrà conservare impatto e rilevanza solo allontanandosi dalla sua attuale proprietà e riconquistando una propria autonomia.

Il cambio di governance e di cultura aziendale fu il primo passo di un progressivo deterioramento dell’integrità editoriale. A nemmeno un anno di distanza, quello che Jeppesen chiama “Velasco fiasco” segna un nuovo, complicato capitolo per il magazine: nell’ottobre 2023, la decisione di David Velasco, allora editor-in-chief, di pubblicare una lettera in solidarietà alla Palestina sul sito di Artforum portò al suo licenziamento. La lettera, firmata da molti esponenti di spicco del sistema dell’arte, fece scandalo soprattutto per non aver condannato l’attacco di Hamas del 7 ottobre, come denunciato da una contro-lettera che reca le firme dai galleristi Dominique Lévy, Brett Gorvy e Amalia Dayan. Jay Penske intervenne personalmente per affrontare la questione (particolarmente delicata poiché minacciava di compromettere il già critico rapporto con gli inserzionisti) convocando Velasco ad un incontro che si rivelò definitivo – come riferito a Jeppesen dal managing editor Jeff Gibson. Tutt’altro che acritico nei confronti della direzione Velasco – giudicata troppo provinciale e woke nei contenuti – Jeppesen riconosce tuttavia la sua capacità di restituire vitalità al sito web di Artforum, e l’incapacità, da parte della governance, di trovare un sostituto adeguato. Lasciando la testata, di fatto, in caduta libera, con dimissioni a catena che depauperano la redazione.

Tina Rivers Ryan
Tina Rivers Ryan

La direzione di Tina Rivers Ryan

È in questo momento che a Travis Jeppesen viene offerta la posizione di senior web editor, mentre le difficoltà della leadership nel nominare un nuovo editor-in-chief proseguono e rendono ancora più palese l’entità della crisi: sembra che nessuno voglia assumersi l’onere di una testata che agli occhi del pubblico e degli inserzionisti è sempre più compromessa – nonostante l’illustre passato. Il nuovo nome arriva ad aprile 2024, ed è quello di Tina Rivers Ryan, allora curatrice all’AKG Art Museum di Buffalo ma praticamente sconosciuta alla redazione e, soprattutto, considerata manchevole di esperienza editoriale. Jeppesen è durissimo nei confronti di Ryan: “L’unica cosa che doveva essere sistemata ad Artforum era la visione editoriale – esattamente ciò per cui era stata assunta e, come si è dimostrato, ciò di cui era completamente carente”.

Non solo: a detta di Jeppesen, l’inettitudine professionale si accompagnava a gravi comportamenti nei confronti dei colleghi sottoposti: “Ryan cominciò a creare piccoli conflitti all’interno della redazione, ricorrendo a quella che presto avremmo riconosciuto come la sua modalità passivo-aggressiva preferita per esercitare il potere: inimicare i colleghi minandone l’autorità. Agiva alle spalle dei dipendenti per far modificare le loro qualifiche professionali, tanto che alcuni scoprivano di aver cambiato ruolo soltanto quando vedevano comparire il nuovo titolo nel colophon del numero successivo della rivista. Intraprese prolungate campagne di vessazione contro le persone che non le piacevano o che la facevano sentire insicura, tra cui un membro del mio team, l’unico redattore nero della rivista. Per le implicazioni razziali della vicenda, quest’ultimo episodio rese necessario l’intervento degli editori, che tuttavia, nonostante le lamentele si stessero ormai accumulando in misura considerevole, si rifiutarono di licenziare Ryan, probabilmente per timore di provocare l’ennesima crisi”.

Gli episodi di censura in Artforum

Un punto fondamentale della critica di Jeppesen ad Artforum riguarda la progressiva limitazione delle libertà di scrittura – qualcosa di paradossale per una rivista di critica d’arte, eppure fin troppo comune. La direzione di Ryan, rivelandosi progressivamente autoritaria, non migliorò una situazione già compromessa: a quattro mesi dall’incarico, Jeppesen aveva subito un episodio di censura, ancora una volta di stampo politico.
Il casus fu la pubblicazione di un post Instagram relativo all’articolo di un artista taiwanese, subito ritirato su decisione degli editori, timorosi che affrontare argomenti scomodi agli inserzionisti cinesi avrebbe potuto mettere a rischio il business. Con la nuova direzione, le cose si fecero ancora più complesse: “Ryan mi impose nuove regole che non solo mi avrebbero inevitabilmente umiliato di fronte ai colleghi, ma avrebbero anche reso pressoché impossibile svolgere il mio lavoro”, spiega Jeppesen. E prosegue: “Contrariamente alle mansioni previste dal mio contratto, in qualità di responsabile editoriale del sito non mi era più consentito commissionare direttamente articoli per il web, e tutte le future proposte editoriali avrebbero dovuto ottenere la sua approvazione”. Nel maggio 2025, in seguito a questo e altri spiacevoli episodi, Jeppesen decide di consegnare le dimissioni. Come farà la stessa Tina Rivers Ryan a febbraio 2026. L’ingresso dei nuovi co-direttori Rachel Wetzler e Daniel Wenger è stato talmente in sordina, che a fare scalpore fu proprio l’assenza dell’interesse pubblico nella faccenda. Tanto che, sempre secondo Jeppesen, “se il sito andasse offline domani, quasi nessuno se ne accorgerebbe”.

Un post Instagram del critico Martin Herbert (@martinlherbert) sul cambio di direzione di Artforum - 13 febbraio 2026
Un post Instagram del critico Martin Herbert (@martinlherbert) sul cambio di direzione di Artforum – 13 febbraio 2026

Le conseguenze di una scrittura arida

Che riviste come Artforum si trovino oggi a dover rispondere più agli interessi dei loro inserzionisti che a quelli dei loro lettori non è una novità: l’equilibrio tra i due è ciò che permette la sostenibilità di una testata, l’assoggettamento all’uno o all’altro provoca necessari scompensi. Tuttavia, secondo Jeppesen, la situazione attuale non è che una conseguenza di una scrittura che ha perso vitalità, indipendenza e capacità di incidere in modo originale all’interno del dibattito culturale. Jeppesen è estremamente critico nei confronti della sovrapposizione tra scrittura critica e scrittura accademica, promossa sull’Artforum degli inizi da figure di eredità greenbergiana quali Rosalind Krauss e Annette Michelson: “Krauss e Michelson cercarono, ciascuna a suo modo, peraltro non molto diverso, di elevare la critica d’arte al rango di disciplina quasi scientifica, al pari della storia dell’arte o della filosofia, discipline accademiche consolidate alle quali attinsero ampiamente per elaborare una critica fondata sulla teoria e caratterizzata da un’austera seriosità. […] La conseguenza inevitabile di questa progressiva professionalizzazione della critica come mestiere fu la perdita definitiva di una parte della sua precedente indipendenza”. Non a caso, nel 1976, Krauss e Michelson furono tra le fondatrici della rivista October, altamente riconosciuta per la sua postura accademica, per l’assenza di inserzioni pubblicitarie e per una scrittura che Jeppesen definisce “arida e priva di respiro – eppure una scrittura a cui molti redattori di Artforum hanno continuato ad aspirare nel corso degli anni, forse perché era relativamente facile da imitare, non richiedendo né una sensibilità innata né uno stile personale, ma fondandosi piuttosto sul gergo specialistico e sulla pedanteria, che persino chi è completamente privo di talento può, prima o poi, imparare a padroneggiare”.

Artforum e la crisi della critica

Dopo “il re è morto” si è soliti proseguire con “lunga vita al re”. Un uso che, nel suo senso letterale, sottintende che la continuità della monarchia non viene minacciata dalla morte del sovrano, in quanto istituzione trascendentale. Non sembra questo il caso della critica d’arte. Dopotutto, sembra suggerire Jeppesen, il cadavere è tutt’altro che fresco: la “morte” di Artforum non è una notizia, quanto piuttosto una presa di coscienza sull’incompatibilità – ormai di lunga data – della critica con il modello economico delle riviste d’arte di oggi. Torniamo ad affrontare, dunque, un’annosa questione che più volte ha alimentato queste ed altre pagine: c’è ancora posto per una critica d’arte che intenda farsi carico di interpretare e di guidare il dibattito pubblico? Se questo posto c’è, qual è? Ma soprattutto, di cosa si dovrebbe occupare oggi la critica d’arte? Sono due le vie che Jeppesen individua, riflettendo sul ruolo che Tina Rivers Ryan era stata chiamata a ricoprire: 1) rintracciare e dare notizia delle tendenze, dei movimenti dell’arte attuale (un lavoro a cui siamo stati abituati nel corso del Novecento e che tendiamo a proseguire in modo naturale, pur con scarso successo per molti motivi); 2) cercare di creare il discorso, scoprendo nuove modalità di pensiero e di scrittura sull’arte. Questa seconda via, più creativa e dunque più difficile, è probabilmente anche la più fertile: se saranno le riviste il suo recipiente, dipenderà esclusivamente dalla loro inclinazione all’indipendenza. I social – grande speranza per molti da questo punto di vista – si sono rivelati poco adatti, corrosi come sono dall’economia del like e della compiacenza reciproca, oltre che pericolosi terreni di shitstorm. Finché proveremo a produrre pensiero attraverso le regole e i mezzi del consenso, non potremo che affrancarci a metà, come un adolescente che, pur bevendo di nascosto coi suoi amici, deve tornare a casa dei genitori prima di mezzanotte. Il primo passo per l’affermazione di una propria autonomia, tuttavia, è imparare a conoscere i limiti dei propri padri, anche se hanno fatto la storia.

Alberto Villa

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato a Sesto San Giovanni sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Arti Visive all'Università IUAV di Venezia con una tesi sulle Crocifissioni nell'arte contemporanea (relatrice Angela Vettese), dopo aver ottenuto una laurea triennale in…

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