Tra fiaba e violenza, Antonio Ligabue è in mostra a Brescia. La recensione
Fino al 9 gennaio 2027 la Galleria BPER di Palazzo Martinengo dedica una mostra ad Antonio Ligabue. Tra animali e autoritratti, i suoi quadri raccontano i sogni e i dolori della sua vita, ma anche della nostra
Sono andata alla mostra Il caos del colore di Antonio Ligabue (Zurigo, 1899 – Gualtieri, 1965) nella sede BPER di Palazzo Martinengo a Brescia per capire se l’idea di fiaba anomala che mi ero fatta aveva ancora senso, o se l’improvvisazione – tipica delle fiabe inventate lì per lì – si percepisce solo quando si è presenti. Volevo toccare i suoi colori.

La mostra di Antonio Ligabue nella sede BPER di Brescia
La curatrice Francesca Villanti ha messo in risalto l’empatia tra la vita di Ligabue e la sua pittura con una coinvolgente presentazione, leggibile in catalogo. Me ne sono accorta quando ho visto da vicino che, in un quadro, il becco della gallina è una goccia rossa, come se tra la sua mano e il pennello non ci fosse distanza: è Autoritratto con Cavalletto (1954-1955). Allora ho capito che l’unione tra la sua vita e la sua pittura è qualcosa di più dell’intimità di un artista con le proprie opere. Non compensa la sua esistenza traumatica: evidenzia il disagio della solitudine che oggi si verifica ogni volta che non abbiamo l’iPhone a portata di mano. Per assurdo, la solitudine allora diventa fisica.
Follia e violenza per Ligabue
Quando protestiamo, l’aggressività latente contro l’altro è spontanea, che sia la forza dell’ordine o il proprietario di un oggetto che desideriamo. Eppure, conviviamo nella stessa città, come la leonessa che azzanna la zebra, dipinte nel 1959-1960 da Ligabue, vivono nella stessa boscaglia. È un abbinamento sproporzionato? “La follia”, dichiarava Franco Basaglia in un’intervista a Maurizio Costanzo nel 1970, “è un modo di esprimere bisogni insoddisfatti”. Ma Ligabue è morto nel 1965, e i manicomi, dove lui è stato ripetutamente richiuso, non erano ancora stati modificati dalla legge 180, che è del 1978. Era nato all’Ospedale delle Donne di Zurigo, però il nome della madre non era stato registrato. Venne, quindi, dato in adozione alla coppia Valentin ed Elise Göbel. Un rapporto che continua anche dopo il riconoscimento del padre, Bonfiglio Laccabue, emigrato in Svizzera dal comune di Gualtieri. Valentin ed Elise Göbel lo crescono, seguono la sua istruzione travagliata, sono l’unico legame parentale e la grande nostalgia della sua vita. Nel 1917 è ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Pfäfers: la cura proposta per i suoi disturbi non prevede farmaci, ma che continui a disegnare. Una prova concreta che l’arte cura. Una ricetta consigliabile anche a chi la osserva?
Ligabue tra Svizzera ed Emilia-Romagna
Espulso dalla Svizzera nel 1919, arriva a Gualtieri, dove vivrà fino alla fine della sua vita. Manterrà sempre il desiderio di ricongiungersi ai Göbel, e ne farà un elemento compositivo dei suoi quadri, che suddivide in due fasce. Una, in basso, in primo piano, dove dipinge gli animali e gli autoritratti, e una, in alto, che fa da sfondo prospettico alla nostalgia della sua vita in Svizzera. Non riuscirà più a tornare. Il pifferaio (1950-1952) in primo piano mostra capre e pecore accucciate a terra, sotto gli occhi di un pastore, che a sua volta tiene per la briglia un asino. Nella fascia in alto, monti innevati, a valle dei quali un gruppo di case di varie misure ricorda le prospettive delle città svizzere del Nord. In Aratura con Buoi (1953-1954), in primo piano i buoi, col loro manto bianco, spiccano tra il marrone della terra arata e il verde di alberi e siepi che segnano i confini. Molto lontano, si intravede una rocca, in cielo si muovono leggere nuvole e volano aquile o corvi. È immediato pensare a paesaggi del nord. In Buoi con carro e botte (1953-1954) siamo in pianura. I buoi avanzano su un campo scuro, che confina col prato di un giardino urbano su cui si affaccia un gruppo di case dai tetti spioventi. L’orizzonte è una collina verde disabitata, parzialmente nascosta da nuvole. Siamo in una città che abbiniamo al Nord per l’architettura delle case, ma ipotizzabile anche nella provincia emiliano-romagnola. La rappresentazione nostalgica di un genio solitario alla Van Gogh? Una fiaba? Un’anomala metafora degli spostamenti che hanno determinato l’evoluzione?
La pittura di Ligabue e le violenze del sistema
In Allegro, ma non troppo del 1988 Carlo Maria Cipolla scrive che “il pepe, materiale non deperibile, con effetti erotici, ha determinato la crescita della popolazione e di conseguenza lo sviluppo di un capitalismo pre-capitalistico, in Italia, Inghilterra, Francia. Con la crisi dei banchieri, i Fiorentini piantarono il commercio e si diedero alla pittura, alla cultura, alla poesia. Iniziò così il Rinascimento, mentre sul Medioevo calava la parola, fine“. In Aquila con Volpe (1949-1950) gli animali occupano totalmente la scena aggredendosi e lo sfondo è un prolungamento allo stesso livello. Il fatto che siamo in una banca mi fa pensare all’aggressività delle multinazionali tecnologiche, che mettono in circolo prodotti che cambiano il mondo, e al contempo si combattono nella giungla della borsa. È un’analogia molto, molto azzardata, ma ogni opera d’arte si augura che chi la osserva se ne appropri e ne faccia un grano di pepe da esportare. Sono contenta di essere tornata a vedere dal vero i suoi quadri.
Francesca Pasini
Brescia // fino al 9 gennaio 2027
Antonio Ligabue. Il caos si fa colore
PALAZZO MARTINENGO DI VILLAGANA – Corso Martiri della Libertà, 13
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