Guerre, genocidi e indifferenza fanno incazzare gli artisti (tutto il loro dissenso in una mostra a Prato)
Si svolge fino all’11 ottobre a Villa Rospigliosi a Prato, La Rabbia, una mostra di 10 artisti in 11 giorni che nasce dall’idea di prendere posizione rispetto alle questioni di una attualità sempre più stringente, dominata da guerre e indifferenza. I protagonisti la raccontano
Che cosa sta accadendo nel mondo? “Incompetenza gestionale, politiche genocidarie, guerre e indifferenza” sulle quali è necessario esprimere un netto dissenso. Da queste premesse nasce per Villa Rospigliosi il progetto La Rabbia, una mostra collettiva in 11 giorni che coinvolge con la cura di Pietro Gaglianò, Mariana Ferratto e Martina Fontana, gli artisti Elena Bellantoni, Angelo Bellobono, Pamela Diamante, Iginio De Luca, Davide Dormino, Giovanni Gaggia, Mariana Ferratto, Martina Fontana, Loredana Longo, Giuseppe Stampone, con uno statement ben preciso.
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La mostra La Rabbia a Villa Rospigliosi a Prato
Una esperienza che culminerà l’11 ottobre dalle ore 15 con la tavola rotonda Arte e protesta, coinvolgendo la ricercatrice palestinese Ghadir Abumiddain, la docente Sonia Lucarelli e Roberto Seghi Rospigliosi, divulgatore, pedagogista esperto nella mediazione dei conflitti.
Intanto, per Artribune, i protagonisti del progetto raccontano il loro punto di vista e come si può trasformare la rabbia in visione.
Trasformare la rabbia in visione: il punto di vista di artisti e curatori
Il gesto artistico offre da sempre una possibilità per trattare con i propri fantasmi e sottrarsi ai tormenti interiori. La sopravvivenza, per i prigionieri politici nell’Argentina della dittatura militare di Videla, isolati nelle carceri di massima sicurezza, significava proteggersi dalla violenza arbitraria autorizzata dal regime ma anche conservare la libertà di un pensiero e di un gesto che non rispondessero alla rabbia e al dolore, diretto contraccolpo alla detenzione. L’opera artistica testimonia la stessa possibilità espressa nei manufatti dei prigionieri politici, realizzati con i materiali che recuperavano dalla povertà degli ambienti: ossibuchi trovati nella zuppa trasformati in ciondoli, fili estratti dagli asciugamani in piccoli ricami, molliche di pane in sculture. Attività condotte per settimane con la possibilità che questi manufatti venissero distrutti, date le periodiche ispezioni. Eppure, la produzione fu intensa, nelle carceri argentine, in quelle cilene e in tante altre situazioni di costrizione e oggi, costituisce un esempio di come attraverso l’arte sia possibile creare uno spazio sottratto alla violenza del pensiero unico.
Mariana Ferratto, artista

Se possiamo dirci d’accordo con Peter Weibel quando scrive che “l’attivismo è la forma artistica dei movimenti di protesta”, è legittimo chiederci quale sia la natura attivista delle forme dell’arte, come e quando si manifesti la loro invocazione per la ribellione e la giustizia. Sappiamo che, in ogni ambito della vita civile, la neutralità (professata o silenziosamente praticata) è solo la più vigliacca delle complicità, ma sappiamo anche che l’efficacia della forma artistica difficilmente risiede nel suo essere esplicita, letterale rispetto alle questioni che la alimentano. Esistono molte, non moltissime, sintesi tra arte e protesta, valide dal punto di vista estetico e sensate da quello politico, ma il cuore della questione è nella capacità che l’arte ha di intervenire sul mondo e questo dipende solo in minima parte dalla volontà dei suoi autori. In assenza di una definizione univoca, nell’orizzonte sfumato della coabitazione tra arte e protesta, possiamo auspicare spregiudicatezza e coraggio, genio e visione, per l’arte, gli artisti e il pubblico, e spazi di autentica libertà per l’espressione.
Pietro Gaglianò, critico d’arte

Nel momento storico che stiamo vivendo, prendere una posizione (nel mondo reale, fuori da quello virtuale dei social media) è un gesto di responsabilità sociale necessario per uscire dall’ignavia e ribadire il proprio pensiero con chiarezza di fronte alla superficialità dilagante, alle amnesie collettive e alla propaganda che tenta di riscrivere anche la verità più palese. L’artista non può permettersi di sottrarsi al ruolo di comunicatore del proprio tempo. La rabbia che scorre nelle vene della società e che si percepisce dai piccoli gesti quotidiani ai grandi disastri umanitari è un sentimento che attraverso l’arte può diventare qualcosa di germinativo, capace di creare spazi di confronto e di azione. La voce dell’artista deve farsi materia e dare forma al senso di frustrazione e impotenza che attraversa chi non sa e non vuole volgere lo sguardo di fronte a certi orrori. Il nostro collettivo ha lavorato condividendo la lucida consapevolezza di non poter cambiare il corso degli eventi ma con l’urgenza di voler lasciare un segno concreto del proprio dissenso e di aprire su questo un dialogo.
Martina Fontana, artista

Per me l’arte non è il luogo in cui la rabbia viene semplicemente espressa, ma quello in cui può cambiare natura. La protesta, prima ancora di diventare una parola è una posizione, una postura con cui decidiamo di stare al mondo. È tensione fisica che stringe, che resiste. In Dente perdente parto dal mio corpo, i miei denti del giudizio, fusi in bronzo e trattenuti dentro un piccolo morsetto di ferro. Il gesto è semplice: ciò che appartiene alla carne diventa materia, ciò che può essere tensione diventa forma e crea uno spazio di attrito. Forse la protesta nell’arte sta proprio in questo: trasformare ciò che ci pesa, ci ferisce o ci tiene stretti in qualcosa che possiamo finalmente guardare.
Davide Dormino, artista

La rabbia non è un sentimento che provo, provo più sensazione di inermità davanti alle cose alle quali cerco di reagire ancor prima che possano toccarmi. Ho costruito, nel tempo, un insieme di protezioni e offensive, un’artiglieria di sentimenti che si formalizzano nella visione “non toccate la libertà di ogni essere umano”. Io non sono nata per difendermi e nemmeno per combattere ma se non ho scelta, combatterò. Forse è per questo che amo il fuoco, serve per scaldarsi, per cuocere ma anche per bruciare, cura ma può ferire. Credo mi somigli, perché so che si alimenta facilmente, so che si può spegnere ma so anche quello che lascia dietro. E in quella che definisco “Estetica della distruzione” per me tutto diventa chiaro. È la mia risposta, come artista e come essere umano, a qualcosa che non posso contrastare individualmente se non attraverso il mio lavoro. Dove non posso oppormi con la forza, posso ancora creare. E forse è questa la mia forma di resistenza.
Loredana Longo, artista

È soltanto una questione di consapevolezza: nel momento in cui si decide che uomini e donne vogliamo essere, si definisce automaticamente anche il mondo che vorremmo. Per fare sì che questo possa attuarsi, lo spazio in cui ci muoviamo va plasmato per il raggiungimento di un obiettivo etico. Denunciare, immaginare e costruire un’alternativa. L’arte, in questo caso, è lo strumento che utilizzo per rendere palese il mio pensiero di cittadino, da sempre al fianco di questioni politiche pregnanti: dalla strage di Ustica all’integrazione della comunità LGBTQIA nello sport, fino alla Palestina. La rabbia è il punto di partenza: il ribollire delle viscere, pulsazioni che la mente trasforma in pensiero e poi in forma. È in questo passaggio che prende avvio il processo, spesso comunitario: dalla presa di posizione alla realizzazione dell’opera d’arte.
Giovanni Gaggia, artista

La rabbia è un sentimento comune, specie in questo tempo complesso, che ci attraversa in modo arrogante e violento. Accogliere questo stimolo ed elaborarlo fino a trasformarlo in un’opera è un esercizio utile a chiunque, che diventa complesso per un artista, cittadino ed essere umano sensibile e al contempo strumento al servizio dei visionari processi dell’arte, spesso non documentativi e didascalici. La mia pittura diventa uno strumento di guerriglia positiva, un bombardamento contro il degrado, ma anche un invito a non usare la bellezza in modo cosmetico. Come la pratica del Flower bombs, usata per rigenerare aree violentemente abusate, in questa mostra ho deciso di usare dei Painting bombs per disseminare bellezza e messaggi che mantengano attivi i sensi e l’attenzione, per scovare, dietro il bello, pericolosi camuffamenti.
Angelo Bellobono, artista

Aprire fratture, generare domande, rendere visibile ciò che viene rimosso. Per me manifestare il dissenso significa sottrarsi alla normalizzazione della violenza, delle disuguaglianze e delle narrazioni dominanti, generare uno spazio di riflessione che possa posizionarsi politicamente. Il mio lavoro interroga i dispositivi di potere che rendono alcune vite, alcuni corpi e alcune storie meno visibili di altre. Di fronte alla guerra e alla violenza esercitata sui corpi e sulle terre, sento la necessità di interrogare anche il mio sguardo, la mia responsabilità e il privilegio stesso di poter essere un’artista. Ciò che resta, il lavoro audio in mostra, nasce da una pratica di condivisione con una donna palestinese che ha scelto di rimanere anonima. Il suo respiro diventa un gesto minimo e radicale, affermazione di esistenza, presenza irriducibile, testimonianza di una vita che continua a occupare spazio contro ogni tentativo di cancellazione. Il dissenso passa anche attraverso un respiro, ciò che resta quando tutto tende a ridurre, silenziare, cancellare. Respirare diventa allora una forma di resistenza, un gesto essenziale e di ostinata presenza.
Pamela Diamante, artista

La mia è una protesta sempre al limite tra rappresentazione drammatica del presente e ironia, combinando la storia sociale italiana, quella collettiva come dei singoli, con un’osservazione agrodolce dei fatti. L’installazione pensata per la mostra vibra letteralmente di rabbia, un brusio musicale ruvido e insistente. Nella struttura in basso del pannello metallico si trovano due sensori che comunicano differenti frequenze acustiche tradotte dall’intervista fake che Giorgia Meloni ebbe con due finti giornalisti russi in un noto episodio di cronaca politica. Da questo dato puramente asettico e farsesco, filtro nozioni che si trasformano in metafore sonore dell’intero sfacelo politico nazionale e internazionale. Le pulsazioni ritmiche dei manifesti affissi aprono l’ascolto liberando le conseguenti interpretazioni; un’oscura litania per trasmettere inquietudini universali, una presenza viva e irrequieta che destabilizza lo spettatore in una straniante allerta.
Iginio De Luca, artista

Santa Nastro
Prato//fino all’11 ottobre 2026
La Rabbia
Villa Rospigliosi, Via Firenze 83
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