Dare forma al silenzio. Intervista all’artista del Padiglione Egitto alla Biennale di Venezia 2026
Abbiamo parlato con Armen Agop, l’artista egiziano di origini armene chiamato per il Padiglione Egitto della 61° Biennale di Venezia. Il suo lavoro è un invito alla lentezza e all’ascolto reciproco
Vive in Italia da 25 anni, ma è cittadino egiziano discendente di esuli armeni in fuga dalla Turchia all’epoca del genocidio. Armen Agop (Il Cairo, 1969) ha fatto dell’incontro culturale e della contemplazione i punti di forza del suo percorso artistico. In questa intervista racconta come ha concepito il Padiglione Egitto per la 61° Biennale Arte di Venezia.

Intervista ad Armen Agop
Cosa significa per lei rappresentare il suo Paese alla Biennale?
L’Egitto è una delle civiltà più antiche e significative, e la Biennale di Venezia è una delle esposizioni d’arte più importanti al mondo. Farne parte è uno dei più grandi onori e responsabilità che un artista possa avere. Sono egiziano di seconda generazione: mio nonno, sopravvissuto al genocidio armeno in Turchia, arrivò in Egitto, dove gli armeni furono accolti con amicizia. Rappresentare l’Egitto, oggi, ha, quindi, un significato simbolico e dimostra il successo di una coesistenza culturale che va oltre i confini geografici. Una lezione per la nostra situazione contemporanea. Credo che siamo più umani nell’unità che nella separazione. Dal 2000 vivo in Italia, per me l’interazione culturale si arricchisce, e l’orizzonte si espande in continuazione come il deserto senza confini, in una crescita incessante.
Come ha concepito il progetto per il Padiglione?
Semplicemente è il prosieguo del mio percorso, nessuna sorpresa, sono tentativi personali di articolare il silenzio, esplorare il mondo interiore della materia e me stesso. Il Padiglione è un invito alla lentezza e all’ascolto, a sintonizzarsi con l’impercettibile, con i silenzi tra i gesti, con le vibrazioni della pietra e con i silenziosi mormorii dell’essere. Si lascia alle spalle la retorica roboante e “l’evento” fugace che svanisce rapidamente per lasciare spazio alla “traccia” duratura che si accumula lentamente nello spettatore, rimodellando l’esperienza personale. Attraverso le opere il Padiglione ci invita ad ascoltare il silenzio, vedere l’invisibile, toccare l’intangibile. Volevo creare uno spazio di contemplazione, meditazione e riflessione, uno spazio fisico, visivo e sensoriale, in cui i visitatori sono invitati a percepire il mondo interiore delle opere e di se stessi.

Cosa vorrebbe trasmettere, al pubblico, con questo progetto?
Non ho un messaggio da trasmettere, ma un desiderio di condivisione. Quello che mi interessa quando sono avanti a un’opera d’arte spesso è diverso dalla “narrazione ufficiale” su quell’opera. Ci sono opere che mi fanno sentire più me stesso, creano un legame oltre il fisico, mi connettono a una parte di me che è spesso ignorata, trascurata. Per questo anch’io invito a osservare l’invisibile. Credo che l’arte possa essere nutrimento spirituale. Il pubblico è spesso sovraccarico di informazioni, rappresentazioni, messaggi, narrazioni e dimostrazioni di bravura celebrale o performativa: voglio togliere tutti questi elementi e concentrarmi sull’indefinibile. Nel Padiglione il pubblico deve rimanere in silenzio e non fare foto per avere un’esperienza personale, con se stesso prima di tutto, unirsi con il proprio mondo interiore: un’esperienza difficile, ma profonda. Sono consapevole che non tutto il pubblico si relazionerà con questa mia proposta, ma non importa, soddisfare tutti è uno scopo irraggiungibile.
Su quali punti si focalizza la sua ricerca artistica?
Ricerca? Non sono sicuro se è proprio questo il mio approccio. Io non lavoro, ma gioco o prego. Gioco senza un obiettivo concettuale, finché trovo un punto di curiosità, e continuo a seguire quel filo irrazionalmente, continuo ossessivamente con una fede inspiegabile, come una preghiera. Proseguo, senza porre domande, rimando il capire a dopo. Il mondo non ha bisogno di un altro dipinto bello: ci sono tante opere belle, abbiamo bisogno di altro. Io continuo a giocare e pregare, con la speranza di unirmi sempre più con me stesso, con l’universo interiore ed esterno. E quando capitano quei momenti può nascere una cosa veramente speciale. Credo che la nascita di ogni opera d’arte autentica sia un evento cosmico, anche se nessuno se ne accorge. Dentro lo studio di un artista possono accadere miracoli.
L’Egitto contemporaneo secondo Armen Agop
Come giudica la scena artistica contemporanea dell’Egitto?
Vivo in Italia da un quarto di secolo: non ho un quadro completo della scena artistica in Egitto, ma quando l’ho lasciato era una scena molto limitata. Al Cairo c’erano forse 5 gallerie private (in una città di 20 milioni di abitanti), esporre era un sogno per un giovane artista, non ho mai conosciuto – o neanche sentito di – un artista che sopravviveva della sua arte. Questa situazione era difficile, ma allo stesso tempo dava chiarezza: chi lo faceva lo faceva perché voleva fare e basta, era un modo di essere, vivere l’esistenza su una dimensione personale, che non si interessava ad altro. Non si faceva per un altro scopo oltre il desiderio del fare ed essere, perché non si esponeva, e non si vendeva. Ora la situazione è cambiata. Ci sono numerose gallerie, diversi premi e concorsi d’arte, le opportunità sono diverse, è un momento di transizione importante. C’è tanto entusiasmo, e fermento, ma sento un po’ troppa fretta per il mio ritmo.
In che senso?
Credo che ci vorrà un po’ di tempo per maturare un’esperienza profonda, ma sta arrivando. L’Egitto è un buon posto per un artista emergente: il sole, la luce, il deserto e l’eredità multiculturale sono stimoli continui, trasmettono energia penetrante. Quando un artista è aperto ad assorbire e interiorizzare, gli si chiariscono le strade del futuro.
Niccolò Lucarelli
Venezia // fino al 22 novembre 2026
Padiglione Egitto. Silence Pavillion: Between the Tangible and the Intangible
GIARDINI DELLA BIENNALE
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