Può la didascalia essere più importante dell’opera?
Molta arte degli ultimi dieci-quindici anni ha trasformato l’opera in uno statement, con la biografia dell’autore a validarne le intenzioni. Nonostante la criticità nel coniugare gli intenti con le strutture che ospitano le mostre…
Ancora sul “proseguire come se nulla stesse accadendo”, tipico del sistema artistico di questi mesi e di questi anni, e non solo di quello.
Intanto, ciò-che-accade, il contesto circostante, si riferisce alla crisi strutturale del sistema nei suoi aspetti legati in particolare al mercato e all’economia (“è impossibile ripararlo”, dicono autorevoli protagonisti del settore, e non più semplicemente che c’è bisogno di qualche riforma e/o modifica…), ma anche al più ampio tessuto della realtà storica di cui l’arte contemporanea pure fa parte, nonostante si rifiuti pervicacemente a quanto pare di farne parte.
Il tema del conflitto
Conflitti e genocidio in corso fanno la loro timida, sporadica apparizione più come temi da trattare occasionalmente insieme alle altre storie e rivendicazione, orpelli ancora una volta narrativi e non di rado decorativi. Le opere attuali difficilmente, infatti, praticano il conflitto (almeno quelle esposte in ambito istituzionale e mainstream). E il “contenutismo” di cui più volte ho parlato, che caratterizza molta arte degli ultimi 10-15 anni, la tendenza cioè a trasformare l’opera d’arte in uno statement o al massimo nel veicolo dello statement stesso, di farle raccontare in presa più o meno diretta la cronaca di questi tempi, trasformando dunque la ‘didascalia’ (con la biografia dell’artista come testimonianza della sua validità e validazione) nella vera opera e il lavoro originario al massimo nella didascalia-della-didascalia, rappresenta forse il tema più importante di riflessione e di discussione in campo artistico in questo momento.
Il ruolo della critica d’arte
Penso che la critica non possa infatti prescindere da questo fenomeno – che comunque, indipendentemente dal riconoscimento dell’eventuale osservatore/spettatore/interprete, influenza direttamente e in profondità ogni singolo passaggio che riguarda la concezione, la realizzazione, la ricezione e la comunicazione dell’opera stessa.
In questo senso, trovo molto interessante il lungo pezzo pubblicato qualche giorno fa da Carlo Falciani e Laura Lombardi su “Antinomie” a proposito di In Minor Keys, mostra centrale della Biennale di quest’anno curata dalla compianta Koyo Kouoh, intitolato ‘Noi’ e ‘voi’ a Venezia: quando il decoloniale diventa mainstream.
Il contenutismo nella Biennale Arte di Venezia
In un passaggio, gli autori scrivono sulla scorta del Gramsci dei Quaderni da carcere: “nel caso della Biennale, il soggetto di questa riorganizzazione è il soggetto Arte, che si rinnova senza che una nuova classe si affacci al potere. Oggi, come allora, dietro queste proposte artistiche non appare infatti il governo di una nuova massa popolare, e i linguaggi dell’arte che aspirano a riorganizzare l’egemonia culturale globale ci sembrano espressione mutata di un mondo chiuso alla società reale e ai suoi bisogni. Lo stesso mondo finanziario che sostiene anche la costruzione di enormi musei d’arte contemporanea in luoghi dove il sistema museo diventa specchio della volontà egemonica di chi li costruisce, al pari di mirabolanti hotel a sette stelle.”
È questo un po’ il problema sotto gli occhi di tutti, e proprio per la sua evidenza quasi mai citato e sottolineato a dovere: la sconnessione tra gli intenti (lodevoli, progressisti, a volte anche radicali) del pensiero curatoriale e di gran parte dei lavori stessi, e il loro inserimento all’interno di un circuito espositivo, istituzionale, economico e comunicativo che non solo nega implicitamente – ed esplicitamente – quegli stessi intenti e istanze, ma è perfino ad essi ostile nei fatti.
Opera d’arte e dissociazione
Questa sconnessione ribadisce e riflette le altre due dissociazioni (ma in fondo, a pensarci bene, non sono tutte parti e riflessi di un’unica grande separazione?): quella cioè dell’arte e del sistema artistico rispetto alla realtà quotidiana, sociale e geopolitica, e quella (sottolineata anche da Stefano Chiodi qualche mese fa su queste pagine): tra contenuto progressista e linguaggio conservatore.
Proprio qui, in questo punto, si manifestano secondo me alcune sfumature rilevanti di un certo tipo di opera d’arte contemporanea, a carattere prevalentemente cronachistico-didascalico-retorico: il riferimento stilistico e linguistico, cioè, smette in qualche modo di essere tale (fuoriuscendo dunque dal prelievo citazionista consapevole e dichiarato del postmodernismo), per entrare in una dimensione per così dire astorica, in cui appunto gli elementi del linguaggio presi in prestito dalla storia dell’arte recente e lontana vengono fintamente sganciati dal ‘contenuto’ originario e adattati/piegati a dire altro, un altro che a volte si dichiara smaccatamente opposto al senso originario (per dire, simulazionista-edonistico, oppure pop-neocapitalista).
Didascalie, opere e mercato
Ma a ben guardare questo altro, in fondo, ricade sempre e comunque nel medesimo territorio, rivelandosi per quello che era fin dall’inizio: cioè come una nicchia ulteriore, pronta all’estrazione e allo sfruttamento da parte del mercato.
Christian Caliandro
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